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Urla del silenzio

Urla del silenzio [The killing fields], di R. Joffé, 1985.

Fine anni settanta, la Cambogia, stato asiatico che si trova al confine con il Vietnam, in conseguenza ad un colpo di stato si ritrova sottoposta al governo degli kmer rossi, gruppo di stampo comunista che stabilisce sul paese una sorta di dittatura.

L’idea era quella di costringere la gente ad un esclusivo lavoro manuale di stampo contadino, convincendola che l’unica cosa che conta è il partito, mantenendo l’ordine con esecuzioni sommarie e facendo sparire i personaggi scomodi.

Il primo obiettivo è quello di sopprimere la conoscenza e espandere l’ignoranza, perché questa è l’arma migliore per tenere sotto controllo un popolo, eliminare tutti quelli che hanno un titolo di studio o che avevano una posizione di prestigio prima dell’anno zero, ovvero della nascita del regime.

In questo ambiente si situa la storia di due giornalisti, uno americano l’altro cambogiano, due amici e collaboratori che si trovano a vivere insieme il momento della presa della capitale e che sono costretti a separarsi per via della differenza di nazionalità. Uno scortato al confine in quanto straniero, l’altro costretto al lavoro forzato come tutti gli altri suoi connazionali, solo con grandi difficoltà e con una fuga solitaria riuscirà ad abbandonare il paese per rifugiarsi poi negli Stati Uniti.

Un film molto interessante dal punto di vista della documentazione che fornisce, su un conflitto cui l’opinione pubblica non ha prestato molto interesse ma su cui è bene non perdere la memoria.

Inoltre affronta un tema molto interessante, quello del rapporto tra guerra e informazione, se ci sia un momento in cui il giornalista deve rinunciare per salvarsi o se le notizie devono avere la supremazia su tutto.

Infatti il reporter cambogiano avrebbe la possibilità di fuggire con la sua famiglia insieme al resto dell’ambasciata americana ma decide di rimanere al fianco del suo amico, inviato del New York Times, il quale, avendo passaporto straniero, rischiava meno del suo compagno.

E’ evidente sin dall’inizio che questa scelta non può che essere molto rischiosa, che la sopravvivenza in una situazione simile non sarebbe stata facile.

Fino a che punto è giusto rischiare per documentare gli avvenimenti, per essere testimone al fine di impedire che ciò che avviene passi sconosciuto tra l’indifferenza del mondo?

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