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Futuro dei conflitti e conflitti del futuro

Ignacio Ramonet, Il mondo che non vogliamo: guerre e mercati nell’era globale, Mondadori, 2003.

Alla fine del XVIII secolo Kant prospettava all’umanità un avvenire verso la pace perpetua. Oggi, da poco entrati in un’epoca nuova, almeno dal punto di vista della scansione temporale, le previsioni del filosofo tedesco continuano a rimanere un miraggio. Ignacio Ramonet utilizza una serie di articoli redatti su “Le monde diplomatique” e “Manière de voir” per provare a tracciare le linee di frattura che evidenziano i potenziali conflitti del nuovo secolo. Il caos generato dalla crescente marginalizzazione delle strutture di potere tradizionali mette a rischio le storiche conquiste nei campi del diritto e della democrazia. L’emergere di nuove strutture in sostituzione delle vecchie, tali le organizzazioni internazionali, le multinazionali del capitale e le Ong, contribuisce ad aumentare il divario tra ricchi e poveri, dominatori e dominati. Ma il “volto del mondo” subisce dei cambiamenti non solo sociali: anche “fisicamente” è in corso una rivoluzione, ambientale e demografica. I rifiuti, naturali, chimici, nucleari e, purtroppo, anche umani, sembrano essere il nuovo paradigma creato dalla potenza della tecnologia. Di fronte a questo quadro è facile scorgere diversi motivi di preoccupazione. Purtroppo, però, l’analisi del giornalista francese tende ad accostare avvenimenti del tutto diversi tra loro: le catastrofi naturali, l’avanzata della destra neofascista in Europa e la guerra sociale causata dalla mondializzazione, sono posti come risultati di una stessa dinamica. I focolai di nuovi conflitti, ad ogni modo, non devono farci dimenticare i possibili sviluppi di quelli in corso: il Medio Oriente, potenziale nuova guerra di cent’anni; l’intervento Usa/Nato in Kosovo, primo passo verso una logica geopolitica assolutamente unilaterale; l’11 settembre, porta aperta verso guerre che oppongano gli individui agli stati.

Il titolo del libro nell’edizione italiana (in francese è apparso come “Guerres du XXIe siècle”) sottolinea l’approccio pessimista verso il futuro. Il mondo risulta in caduta libera verso uno sviluppo sempre più entropico. Tuttavia, il Ramonet scrittore rimane un giornalista: preparato, attento, capace di guidarci attraverso le possibili catastrofi dell’avvenire, ma senza darne conto in maniera appofondita. Infine, non dimentico del ruolo attivo, che il mensile da lui diretto, svolge presso gli “altermondialisti”, prova a fornire una via d’uscita. Dopo sei capitoli, in cui sono enunciate le prossime tragedie cui far fronte, è difficile riassumere nella conclusione delle reali possiblità di sviluppo “altro” e positivo. Indi ricorre all’utopia, quell’utopia che per Hugo costituiva “la verità del domani”.

Un saggio per chi vuole cominciare ad aprire gli occhi: se si vuol provare a vederci meglio, pero’, conviene approfondire altrove…

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