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Non solo a Bhopal

Editoriale

Il 27 aprile 1986 il reattore nucleare di Chernobyl, in seguito a un errore compiuto durante un test, oltrepassa di 120 volte la sua potenza massima. La pressione derivante dall’eccesso di vapore infrange i tubi di pressione e fa saltare in aria l’intero schermo di copertura del reattore. Milioni di persone vengono esposte a livelli di radiazioni intollerabili dall’organismo; centinaia di migliaia sono costrette a sfollare. In Italia giornali, radio e televisione consigliano alla gente di non uscire di casa durante le piogge. Si evita di comprare il latte fresco, di mangiare gli alimenti prodotti dopo la tragedia.

Bhopal, India. Foto di Viola Berlanda

Bhopal, India. Foto di Viola Berlanda

In molti di noi è ancora vivo il ricordo di quando il mostro dell’industrialismo, l’incidente tecnologico, venne a bussare alle nostre porte e a influenzare le nostre condotte di vita. Meno di due anni prima di Chernobyl, nella notte tra il due e il tre dicembre del 1984, i sobborghi della città di Bhopal, capitale dello stato di Madhya Pradesh nel nord dell’India, erano stati sommersi da una nube formata da quaranta tonnellate di un gas tossici. La nube proveniva da una fabbrica del colosso dell’industria chimica nordamericana Union Carbide, la cui produzione di pesticidi avrebbe permesso, secondo le speranze dei dirigenti, di soddisfare la domanda del gigantesco mercato indiano. Quella notte uccise 8 mila, forse 10 mila persone. Gli abitanti della città si riversarono per le strade, resi ciechi dalla paura e dal dolore. Il gas lacerava le loro pupille, ulcerava i loro polmoni. Continuarono a morire a migliaia nei giorni e nei mesi seguenti. Le ferite aperte da questa catastrofe non sono a tutt’oggi rimarginate. Secondo le stime di Greenpeace, per le conseguenze del disastro continuano a morire una media di venti persone al giorno. Sono recentissime le rilevazioni di un giornalista della Bbc secondo cui l’acqua dei pozzi presenta livelli di contaminazione di 500 volte maggiori del limite massimo raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. I casi di cancro sono di molto al di sopra del livello normale, continuano a nascere bambini con difetti congeniti e molte donne nascono sterili o vanno in menopausa all’età di venticinque anni, in una società in cui non avere uno sposo è considerata una vergogna. Intanto, la Union Carbide è stata assorbita da un altro colosso del settore, la Dow Chemical, che rifiuta di assumersi la responsabilità dell’accaduto. Migliaia di persone reclamano una giustizia che forse non avranno mai.
Lo scorso dicembre è caduto il ventesimo anniversario di questa catastrofe. Con questo numero abbiamo circa due mesi di ritardo; ma è bene continuare a esercitare la memoria anche al di fuori delle commemorazioni. Mettendo in luce le dinamiche che hanno causato l’incidente, abbiamo cercato di rievocare quel modello di industrialismo che, mettendo le esigenze del profitto al di sopra non solo delle regole, ma persino del buon senso, non cessa di incombere su di noi e soprattutto sui nuovi, sterminati ‘mercati’ del terzo mondo. La tragedia di Bhopal, come quella di Chernobyl e come mille altre ancora, sarebbe potuta essere evitata solo seguendo le regole di sicurezza.
Diversamente dal solito, in questo numero il materiale fotografico avrà uno spazio particolare, arrivando a costituire un ‘pezzo’ a sé stante. Il bel reportage fotografico di Viola Berlanda, che pubblichiamo in queste pagine, ha il pregio di approssimarci almeno visivamente all’esistenza di chi oggi vive a ridosso di quella vecchia fabbrica della Union Carbide, la quale segue, vent’anni dopo la tragedia e chissà per quanto tempo ancora, a condizionare ogni minima azione quotidiana della gente che vive nei paraggi.
Abbiamo cercato di inquadrare il contesto, a voi il giudizio.

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