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Guerra, le “domande trasversali” ai nostri intervistati

Ignacio Ramonet • Carlo Jean • Marco Buttino • Guido Piccoli • Sergio Trippodo • Pierre Michaelis • Pietro Veronese

Le interviste che abbiamo raccolto rappresentano già di per sé un confronto, quantomeno nella misura in cui, implicitamente, il lettore tende ad inserire una voce in rapporto con altre. Si è cercato, però, di costruire un confronto anche esplicito, ponendo a ogni personaggio due domande a sé, staccate dall’intervista specifica, affiancando così le loro risposte in un percorso “trasversale”.

Perché dovremmo ricordarci delle guerre dimenticate?

Ignacio Ramonet
Innanzitutto perchè il mondo è fatto di 200 stati, e se ci si vuole interessare al mondo bisogna interessarsi a tutto, non solo, come fanno la maggior parte dei media, a dieci stati. Potete fare un esperimento: di quanti stati si parla in una settimana nei maggiori giornali? Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Francia, Medio Oriente, un po’ il Giappone, un po’ la Russia ed è finito: ovvero uno o due conflitti. Ma poichè il mondo è fatto di 200 stati e non solo di dieci, è una buona cosa informare il lettore del fatto che capitano anche altre cose, e che vi sono altri modi di vivere e di soffrire. Il mondo ha sei miliardi di abitanti e i media non trattano che delle sorti di 500 milioni di persone: vi sono 5 miliardi e mezzo di persone che non sono presenti nelle informazioni che riceviamo.

Carlo Jean
Per la conoscenza del fenomeno conflittuale nel mondo, e di come talune guerre dimenticate possano avere anche degli effetti valanga. Se queste guerre dimenticate non vengono trattate, si rischia di giungere a dei fenomeni che poi ci coinvolgono in maniera negativa. Ad esempio, se prendiamo le guerre in Africa, possiamo ricordare le epidemie di ebola, le ondate di immigrazione, la destabilizzazione completa di paesi, e così via…

Marco Buttino
E’ molto importante cercare di ragionare su come nascono le guerre e sul perché ci ricordiamo delle guerre in un modo un po’ folle, nel quale del resto studiamo le cose. Non abbiamo memoria di nulla perché viviamo in una situazione che non c’entra particolarmente con i conflitti in atto nel mondo, perché vediamo e identifichiamo le guerre come avvenimenti, invece che come situazioni di disagio: invertire questa nostra tendenza vorrebbe forse dire avere un diverso e nuovo senso di responsabilità. Non è solo questione di memoria, non bisogna soltanto ricordare un fatto, ma bisogna ragionare sui meccanismi di quelle situazioni di disagio, che in un certo qual senso riguardano anche noi. Credo che siamo tutti in quella “zona grigia” di cui parla Primo Levi, e che abbiamo le nostre responsabilità. Direi non tanto di ricordare le guerre dimenticate, ma di ragionare su queste guerre che ne contengono delle altre.

Guido Piccoli
Da un lato perché è eticamente giusto indignarsi per quello che accade nel mondo, dall’altro perché ci sono alcune guerre dimenticate che non sono tanto lontane da noi, perché ne paghiamo in parte anche gli effetti, e pensiamo all’immigrazione clandestina. Alcune guerre sono importanti perché prefigurano un nostro futuro possibile. Ce ne sono altre nelle quali si sperimentano sistemi di dominio, di potere e di relazioni che fanno da laboratorio per il resto del mondo. Le guerre dimenticate spesso nascondono dei fenomeni che toccano tutto il globo. Per esempio: la privatizzazione dell’uso della forza è il fenomeno opposto di quello che c’è alla base della formazione degli stati moderni europei. L’autorità centrale, il re, monopolizzò l’uso delle armi, disarmò la popolazione, creò un esercito, una polizia, riconoscibile con l’uniforme. Quello che accade in Colombia è esattamente il contrario. Questa tendenza alla privatizzazione esiste in tutte le guerre dimenticate, di cui i paramilitari sono gli elementi più essenziali, ed esiste anche come tendenza nella società ricche: l’idea delle ronde leghiste e negli Stati Uniti il controllo della frontiera messicana che avviene con ronde di cittadini. Questo è un esempio in cui una guerra lontana e dimenticata da noi nasconde dei fenomeni che sono presenti anche in tutto il resto del mondo.

Sergio Trippodo
Come si fa a dimenticare una guerra? Si può dimenticare solamente se c’è una manipolazione dei mezzi di comunicazione. Ciò è colpa non soltanto dei governi o dei gruppi di potere, ma anche dei giornalisti. Fino a poco tempo fa, inviati e agenzie di stampa si interessavano dei Curdi (che ormai non esistono più), poi dei Somali (che non esistono più), poi degli Eritrei (che non esistono più), poi dei Cambogiani e dei Nord-coreani (che non esistono più). Queste non sono neanche guerre, sono tragedie umane di milioni di persone che stanno morendo, ma non se ne deve parlare più. Infatti prima andava di moda l’Afghanistan, adesso è di moda l’Iraq. L’America latina è come se non facesse parte del mondo.

Pierre Michaelis
In realtà queste guerre sono “dimenticate” soprattutto dai media, che si focalizzano su conflitti d’attualità più spettacolari. Non mi pare al contrario che esse siano “dimenticate” dai grandi paesi egemonici dal punto di vista geopolitico. Ricordarsi delle guerre dimenticate può essere considerato un dovere umanitario, perché può favorire un importante progresso sia nel settore dell’aiuto allo sviluppo sia in quello dei diritti dell’uomo.

Pietro Veronese
Per un motivo umano, molto semplice, perché le guerre sono prima di tutto un fatto umano, uno dei peggiori; in primo luogo dunque per un motivo di comune umanità. In secondo luogo occuparsi delle guerre può significare aiutare a porvi un termine. Perché semplicemente ricordandole, semplicemente parlandone possiamo dare un contributo a mettere in luce lo scandalo che rappresentano. Le guerre sono uno scandalo contro l’umanità, e da questo punto di vista parlarne è automaticamente una denuncia.

Quale potrebbe essere la tipologia di intervento più efficace da parte di soggetti esterni al conflitto?

[Ignacio Ramonet] [Carlo Jean] [Marco Buttino] [Guido Piccoli] [Sergio Trippodo] [Pierre Michaelis] [Pietro Veronese]

Ignacio Ramonet
Negli ultimi conflitti nei quali vi è stato un intervento diretto esterno, Somalia, Kosovo e Afghanistan, abbiamo assistito alla spartizione dei ruoli tra militari e civili: di fronte alle catastrofi umanitarie, i militari sono rimasti a margine e tutti gli aiuti sono stati gestiti dalle Ong. Ciò pone due problemi: da un lato la deresponsabilizzazione degli attori hanno deciso l’intervento; dall’altro un’adesione acritica al lavoro delle Ong. Queste organizzazioni vanno elogiate; tuttavia, è vero che alle volte, attraverso i loro silenzi, si rendono complici delle atrocità delle quali sono testimoni. La Croce Rossa, per esempio, svolge un ruolo straordinario; eppure, durante la seconda guerra mondiale, ha chiuso gli occhi sui campi di sterminio, ai quali aveva accesso.

Carlo Jean
Sicuramente non con missionari: si deve mandare una forza di soldati, no? Ci sono delle persone che guadagnano dal conflitto potere e ricchezza, e queste persone devono essere sconfitte. Ma la sconfitta non si ottiene certo con le chiacchiere, perché queste persone sono armate, e il kalashnikov non è che lo consegnano perché sventoli bandiere della pace, no? Si disarmano solamente se hanno paura di essere sconfitti, o di subire guai maggiori.

Marco Buttino
Non bisogna intervenire con le armi, mai. Non bisogna portare aiuto al primo che capita pensando di fare del bene. Credo però che la modalità d’interveno dipenda dalla natura e dal tipo di ruolo rivestito dai soggetti che decidono di partecipare alla ricostruzione e al soccorso in situazioni di guerra. Ci sono dei paesi che fasnno una grande attenzione agli altri, paesi che giocano un importantissimo ruolo culturale, che si interessano e guardano agli altri paesi, che incoraggiano la gente a girare e a conoscere veramente realtà diverse dalle proprie. Credo che il vero aiuto lo si possa dare conoscendo davvero una realtà diversa dalla propria, spogliandosi di quelle categorie – ancore della nostra cultura e del nostro modo di interpretare il mondo – che spesso non consentono di capire veramente che cosa stia succedendo e dove si debba intervenire per cercare di sanare o ricostruire un paese che versa in condizioni disastrose.

Guido Piccoli
Prima di tutto bisognerebbe riconoscere la realtà di un conflitto. Se noi conosciamo la sua versione “bugiarda”, non possiamo che operare in maniera sbagliata. Riconoscere la realtà di un guerra è complesso: bisogna riconoscere le sue basi economico sociali, che sono la base di qualunque conflitto. E poi bisognerebbe aiutare il Paese, riconoscendo le fette di società civile, e sostenendole. Purtroppo nei processi di pace si interviene sempre dialogando quasi esclusivamente con chi ha il potere delle armi, cioè l’esercito, il governo, la guerriglia; però ragionando in questo modo si dà credito di fatto soltanto alle entità armate, che spesso utilizzano a loro favore questi interventi esterni. La comunità internazionale quindi dovrebbe, attraverso le Nazioni Unite, intervenire, però avendo come riferimento la società civile, i movimenti di resistenza, le ong, i gruppi sindacali, comitati vari, altri enti; poi, certo, cercando anche di collegare le varie entità armate.

Sergio Trippodo
Bisognerebbe superare l’etnocentrismo, ossia il fatto che qualche nazione, popolazione, o gruppo culturale si arroga il diritto di decidere per sè e per gli altri. Hanno perso importanza gli scandali portati a galla dalla stampa, così come i gruppi in difesa dei diritti umani e il diritto internazionale. Nel momento in cui addirittura le Nazioni Unite hanno completamente perso il loro significato e il loro potere, è impossibile pensare ad una strategia per il futuro. Mancano le basi per stabilire un percorso di pacificazione: la pace non si può imporre, deve nascere come movimento spontaneo, dovrebbe essere il risultato di una strategia di lunghissimo respiro che porta verso la tolleranza, verso la vera democrazia. Ma finché questo non avverrà, il risultato sarà sempre di segno opposto a quello desiderato inizialmente.

Pierre Michaelis
Non mi sembra esista una tipologia prestabilita ideale di intervento esterno, anche se in alcuni casi il “diritto all’ingerenza” può rivelarsi benefico (Timor Est ne è un buon esempio). Ogni sforzo di assistenza di tipo umanitario mi pare auspicabile, per quanto disparata e minima possa essere; sono contrario però alla possibilità che essa venga gestita da un esercito che è stato parte attiva nel conflitto. In molte situazioni una coordinazione si rivela indispensabile: per questo credo che sia il ruolo sia i mezzi dell’ONU debbano essere rinforzati. Purtroppo, sembra che questa istituzione sia condannata ad aspettare dei miglioramenti per ancora molto tempo…Essendo profondamente pacifista, credo che sia necessario sostenere ogni intervento non violento che possa accelerare la fine di un conflitto armato, utilizzando gli strumenti che proteggono la dignità umana: ciò che è essenziale è assicurare infatti sempre l’applicazione del diritto umanitario.

Pietro Veronese
Mi viene da rispondere immediatamente il multilateralismo. Ovviamente in un contesto multilaterale hanno forte peso le pressioni internazionali, gli interessi geo-strategici, insomma il ruolo dell’America. Se l’America non vuole la pace non c’è multilateralismo che tenga, ma questo è sempre stato così. Il multilateralismo è una risultanza delle forze in gioco; multilateralismo significa la coalizione delle diversità politiche. Ha dalla sua molti punti di vantaggio: non fa paura a nessuno, non imprime un sigillo esterno ai processi di pace… Quindi possiamo dire che il multilateralismo sia una condizione necessaria ma non sufficiente ai processi di pace, ma che secondo me rappresenta comunque il quadro d’intervento migliore.

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