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Informazione, le risposte dei nostri intervistati alle “domande trasversali”

Le interviste che abbiamo raccolto rappresentano già di per sé un confronto, quantomeno nella misura in cui, implicitamente, il lettore tende ad inserire una voce in rapporto con altre. Si è cercato, però, di costruire un confronto anche esplicito, pondendo a ogni personaggio due domande a sé, staccate dall’intervista specifica, affiancando così le loro risposte in un percorso “trasversale”.

macero

L’informazione è veicolo di stereotipi culturali e di genere?

[Marco Travaglio] [Nicola Tranfaglia] [Maurizio Gasparri] [Peppino Ortoleva] [Mimmo Candito] [Mohammed Aden Sheyk]

Marco Travaglio
E’ soprattutto l’informazione televisiva che si fa veicolo di stereotipi culturali perché spettacolarizza le notizie. Basta guardare che cosa sta succedendo col delitto di Cogne in questo periodo, in cui ogni giorno ci presentano lunghi servizi che non fanno neanche più cronaca, perché non è tanto il fatto in sé che interessa al pubblico quanto aspetti e pettegolezzi legati all’inchiesta. I protagonisti della vicenda diventano quasi personaggi ad uso e consumo del pubblico.

Nicola Tranfaglia
In questo senso sono strumenti decisivi: si può facilmente verificare che tutta una serie di stereotipi sono scelti dai mezzi di comunicazione, per poi imporsi anche a livello di vita quotidiana. Per fare un esempio, il modo in cui in Italia sono trattati gli omosessuali è ancora abbastanza arcaico, e questo dipende anche dal modo in cui i mezzi di comunicazione parlano di questi problemi.

Maurizio Gasparri

Certo che l’informazione si fa “veicolo di stereotipi culturali” o, molto più semplicemente, influenza l’opinione pubblica. Un esempio? La disinformazione sull’articolo 18. I sindacati vogliono far credere che potrebbe cambiare completamente l’assetto del mondo del lavoro. Pochi, però, hanno sottolineato il fatto che il mercato del lavoro italiano è uno dei più rigidi e “ingessati” d’Europa e che molti giornali europei, Economist e Financial Times tanto per citarne alcuni, hanno dato ragione al governo Berlusconi, ritenendo necessarie le riforme in questo campo. Ci riagganciamo, dunque, al discorso di cui sopra: è fondamentale ristabilire equilibrio e consentire a diverse posizioni di esprimersi, con la maggiore obiettività possibile. Questo è per me il pluralismo, ed è innegabile che fino ad oggi sia mancato.

Peppino Ortoleva

E’ ovvio che non ci può essere informazione senza stereotipi. Un’informazione del tutto priva di stereotipi ci sembrerebbe priva di senso; l’informazione, quella vera, è un’aggiunta di contenuti informativi a partire da una base che condividiamo, quindi è chiaro che, anche quando dice qualcosa di nuovo, si fa veicolo di stereotipi. Per esempio, negli ultimi quindici–vent’anni, i telefilm americani hanno avuto l’importantissima e progressista funzione del fare accettare alla massa della popolazione americana l’idea che i gay siano come tutti gli altri, sopprimendo lo stereotipo del gay effeminato, facendo vedere che è una persona come noi, però calando le storie d’amore dei gay negli stereotipi peggiori delle storie d’amore tradizionali della telenovela. Per far passare ad un contenuto nuovo e radicalmente innovativo hanno usato, e credo non potessero fare altro, degli stereotipi narrativi di altro genere che comunque hanno funzionato. E’ chiaro che se io ho un amico gay e ho un rapporto profondo e serio con lui, posso arrivare a capirlo attraverso un processo molto complesso, ponendomi fino in fondo dal suo punto di vista, però non possiamo chiedere ai mezzi di comunicazione di massa di fare operazioni di una tale intensità, che può fare solo la vita con tutta l’intelligenza. Il mezzo di comunicazione di massa può, appunto, dare un contenuto nuovo in mezzo a stereotipi vecchi, perché in questo modo dà un significato a molte delle cose che succedono nella vita, compresi contenuti importanti. Questo processo non è, quindi, da demonizzare, si tratta poi, naturalmente, di distinguere e di combattere gli stereotipi pericolosi, che possono trovarsi anche tra quelli “politically correct”: la popolazione di sinistra, ad esempio, pensa adesso che chiunque abiti nei paesini della Lombardia sia fascista, il che porta ad una serie di incapacità di lettura del reale assolutamente inaccettabili. E’ tipico, tra l’altro, che la sinistra crei a sua volta i propri stereotipi, e su questo George Orwell è ancora da leggere tutto, quando diceva che forse non si sarebbe mai riuscito a fare un movimento di sinistra senza ritrarre il capitalista col cilindro, perché il “cilindro” è indispensabile per dare un’idea riconoscibile del capitalismo. Pensate anche alla quantità spaventosa di stereotipi ci sono nelle vignette di personaggi come Vauro, per bravi che siano.

Mimmo Candito
Quando si consuma una notizia si consuma un archetipo, i giornalisti stessi sono riproduttori di archetipi. Ciò è paradossale perché si dice che è notizia tutto ciò che non è ovvio, non è scontato; in realtà si producono degli archetipi ai quali si fa riferimento. Lei compra un modello, un contenitore, che ha già un’identità, ma sostanzialmente consuma degli archetipi che chiede di consumare. Lei riproduce letture della realtà secondo schemi che già lei stesso ha prefigurato, e i giornalisti in qualche modo fanno una selezione dove i valori–notizia – la notiziabilità – sono in realtà riferiti a uno schema di archetipi che viene di volta in volta ripetuto dal quotidiano. Certo che poi, poco alla volta, ci sono dei processi innovativi quando cambia qualcosa di violento nella società, per cui si ha bisogno di introdurre degli archetipi nuovi. Non v’è dubbio che gran parte del lavoro sia una riduzione ad archetipi di riferimento.

Mohammed Aden Sheyk
La comunicazione italiana è spesso una comunicazione che segue le linee degli stereotipi sociali. Per esempio io vedo che quando dei bambini per la strada o in altre parti mi vedono si meravigliano. All’inizio non capivo, ma ormai comprendo che si meravigliano perché mi vedono nero. E qualcuno di loro commenta: “Mamma, vedi il negro, vedi il negro” e la mamma gli dice: “Non si dice, non si dice così”. Io sistematicamente mi avvicino e gli dico: “Si dice così signora perché io sono negro”. Così allo stereotipo si aggiunge l’ipocrisia nel celare un’identità nel colore della pelle perché la si ritiene offensiva. Io dico no perché sono negro, o nero che dir si voglia. Altri stereotipi vengono veicolati dalla pubblicità tramite i vari Calimero che entrano neri in lavastoviglie e ne escono bianchi: siamo arrivati al punto che molti neri pensino che essere bianco sia più bello. Racconto queste cose per dire che lo stereotipo non è solo un pensare in modo tradizionale. Vuol dire veramente che c’è poco sforzo a capire la realtà delle cose e ad ammettere errori nei propri pregiudizi. Ora estremizzavo lo stereotipo ma nel settore politico – culturale è anche peggio perché si continua a pensare che il terzo mondo, ma specialmente il continente africano, sia alla deriva e non abbia futuro. D’altra parte si cita per la crescita demografica del mondo come se i neri uscissero uno dopo l’altro non so da quale utero materno… e poi muoiono come poveri diavoli! Nessuno fa analisi serie nelle prime serate e spiega come sono questi fenomeni. Un mio amico americano ha calcolato che potrà avere figli solo a quarant’anni dopo laurea, lavoro e soldi a sufficienza per mantenerli. Il somalo non pensa questo. Il somalo pensa che lui deve produrre i figli perché deve sostenere l’agricoltura e deve avere abbastanza figli per andare a pascolare i cammelli. E poi Dio provvede, alla fin fine. In conclusione, non è che abbia ragione il somalo o l’americano, ma entrambi debbono avere la possibilità , innanzitutto di capirsi e poi, anche se questo è, forse, solo un sogno, di avere delle opportunità di sviluppo che non siano limitate dalla disponibilità di materiale per crescere e per modificare la propria mentalità rispetto all’ecologia e alla prospettiva dell’umanità.

In Italia qual è il problema maggiore dellinformazione in questo momento e cosa farebbe per risolverlo in concreto?

[Marco Travaglio] [Nicola Tranfaglia] [Maurizio Gasparri] [Peppino Ortoleva] [Mimmo Candito] [Mohammed Aden Sheyk]

Marco Travaglio

Come ho già detto il maggior problema dell’informazione, oggi, è l’assoluta predominanza in Italia di editori “non puri” e di conseguenza l’influenza che i vari giornali subiscono dal potere economico e da quello politico, per non affrontare di nuovo la spinosa questione del controllo quasi totale che l’attuale presidente del consiglio esercita sul mondo dell’informazione. E’ difficile in concreto dire quello che si dovrebbe fare: una soluzione potrebbe essere quella di fare una legge antitrust seria e funzionante, e magari guardare con più attenzione al modello della stampa estera.

Nicola Tranfaglia
Il problema maggiore in Italia è un capo del governo che è proprietario o controlla tutti i canali televisivi. Oggi, in Italia, siamo in una situazione che è paragonabile solo a quella del Kazakistan, come ripeto sempre, perché lì la moglie del primo ministro è proprietaria di tutte le televisioni; da noi, non abbiamo neanche questa mediazione. Non so se sapete che a La7 i palinsesti li fa un funzionario di Mediaset, quindi anche questa, nata come terzo polo, è diventato ormai un polo Mediaset. Le uniche soluzioni sono o che Berlusconi si dimetta dalla presidenza del consiglio, o che venda le sue televisioni: insomma non vedo altre soluzioni. Fino a che non verrà promulgata una legge seria sul conflitto di interessi, però, la situazione non può che peggiorare.

Maurizio Gasparri

Credo che uno dei problemi più gravi dell’informazione sia la disinformazione, o meglio la cattiva informazione. Per risolverlo occorrerebbe una maggiore onestà intellettuale da parte di tutti coloro che operano in questo settore. Il presidente della Rai, Antonio Baldassarre, ad esempio, intervenendo sulla faziosità di alcuni giornalisti, proprio recentemente si è augurato che d’ora in poi non si distingua il colore politico di chi fa informazione, perché il giornalista deve essere – a suo avviso – equilibrato come un magistrato. Io non dico che bisogna arrivare a tanto, ma una delle prime regole di un buon giornalista è quella di dare voce a una parte e alla sua controparte. Si potrebbe cominciare da qui, per ritrovare quel filo oggi perduto: si potrebbe ricominciare dall’equilibrio.

Peppino Ortoleva

In Italia è un problema di assetto, di struttura giuridico-istituzionale, fondamentalmente. A livello internazionale, il problema è per l’appunto l’informazione stessa. Cito sempre, a questo proposito, un vecchio verso di Eliot, secondo me di grandissima importanza: “Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza ? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?”. Nella società umana, sostanzialmente, ci sono tre modi di depositare il sapere: uno è la saggezza, che nasce fondamentalmente dall’esperienza di vita e matura con la persona; uno è la conoscenza, che richiede tempo, ma è esportabile; e uno è l’informazione, che invece è immediatamente esportabile. Eliot condanna quasi l’informazione e la conoscenza in favore della saggezza, mentre io non sono di questo avviso; è però importante capire che non tutto può essere risolto dall’informazione, che è solamente un pezzo di un sistema culturale, anche se ne è quasi il fluido vitale; ci sono poi istituzioni che hanno il compito di accumulare conoscenza, che è operazione di più lungo periodo, che va per prove ed errori, che non è immediatamente soddisfacibile. La saggezza è ancora un’altra cosa; ed uno dei dati paradossali di questa epoca è che essa si sta prendendo la sua vendetta: siamo nella società dell’informazione e cerchiamo fonti di saggezza addirittura arcaiche, esoteriche, lontane dalla nostra cultura e idiote (perché il New Age è, fondamentalmente, un grande magazzino dell’idiozia), che però rispondono a bisogni profondi, cioè al fatto che questa perdita della saggezza, prima nella conoscenza, poi nell’informazione comincia a lasciare le sue tracce. Il problema è, a mio parere, ricostruire tutti e tre questi livelli, informazione, conoscenza e saggezza, e questo è un compito istituzionale e politico gigantesco, rispetto al quale mi sembra che i noglobal siano del tutto fuori grado, perché hanno una logica di contestazione della società d’informazione tutta coi tempi, i ritmi e gli stili della società d’informazione stessa, e non riescono a porsi al di fuori per capire cosa non vada. Questa è la mia critica più radicale.

Mimmo Candito
Non credo che nessuno possa rispondere… lo vedrei su due piani: da una parte il confronto con le nuove tecnologie, con i processi della velocizzazione, con tutti i rischi che sono connessi e che riguardano davvero l’identità del giornalista e non soltanto il suo ruolo; dall’altra sicuramente i processi di concentrazione, che sono incentrati sulla figura di Berlusconi. Quello che è paradossale è che l’Italia, grazie alla figura di Berlusconi e a quello che sta accadendo oggi alla società italiana, è rappresentativa di una sua perversa modernità. L’Italia sta costruendo un modello di relazione, fra potere politico società civile e potere dell’informazione, al quale tutte le altre nazioni guardano con molta attenzione, perché potrebbe essere rappresentativo delle loro stesse società. Guardi quanto sta avvenendo ed è avvenuto marginalmente nei processi di elezione presidenziale in Francia, guardi quanto è avvenuto in Germania attraverso l’intervento del potere politico sul fallimento della società di Leo Kirch. L’unica forma di intervento è quella di costituire forme di garanzia dell’interesse dell’opinione pubblica; con una forte consapevolezza della necessità di avere un punto di equilibrio tra responsabilità sociale e diritto dell’informazione. Quindi etica della responsabilità e etica dei sentimenti. Bisogna trovare un punto di equilibrio tra le garanzie da fissare e il rispetto della libertà individuale, dell’esercizio della libertà e, in questo caso, dell’esercizio dell’informazione.

Mohammed Aden Sheyk
E’ un problema naturalmente molto grosso per me perché io non sono competente sul problema della comunicazione in Italia. Posso semplicemente esprimere la mia opinione. Io credo che l’Italia sia cresciuta abbastanza bene a livello di comunicazione radio-televisiva però il mio timore, specialmente negli ultimi anni, è relativo alla tendenza dei governi e dei partiti di gestire la comunicazione a proprio piacimento e a proprio interesse. Questa è la cosa peggiore che possa esistere. Guardate che la comunicazione come informazione, stampa, televisione è l’unico strumento di garanzia nei confronti di un potere qualunque. Io ho cominciato col dirvi che in molti paesi del terzo mondo ci sono i ministeri dell’informazione proprio per ingabbiare, censurare e incanalare solo ciò che vuole il governo. E’ la cosa peggiore che possa esistere in un paese. Non andate avanti a correre questo rischio.

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