Italia, multiculturale?

Nael, palestinese di Betlemme, vive in Europa da sette anni e non si sarebbe mai aspettato che in Italia nessuno conoscesse quel film con Anthony Quinn, Il leone del deserto, sull’occupazione italiana in Libia. “Nella televisione del mio paese è una di quelle pellicole che trasmettono molte volte ogni anno. Fin da piccolo è stato il mio film preferito, lo avrò visto trenta, quaranta volte. Davvero in Italia non lo conoscete?” Il film, girato nel 1981, è una coproduzione libica e americana che racconta la storia di Omar Mukhtar, leader della lotta contro l’occupazione coloniale italiana durante il periodo fascista. Anche a causa di alcune scene particolarmente drammatiche, come quella in cui i soldati italiani fucilano i prigionieri nel piazzale di un villaggio libico, il governo italiano ne vietò la riproduzione nel nostro paese. Il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti giustificò la decisione affermando che il film “danneggia l’onore dell’esercito italiano”.

Foto Alessandro Monte

Foto Alessandro Monte

Ci è voluta una sceneggiata di Gheddafi, che si è presentato in Italia, a giugno, con una foto in cui Mukhtar compare dopo la sua cattura vicino ad alcuni ufficiali italiani, per convincere i quotidiani italiani a raccontare di questo film, e Sky a trasmetterlo in prima serata. Ma la curiosità con cui molti italiani sono andati a cercarsi questa pellicola, che ha l’ambizione di raccontare una parte della nostra storia, è stata indicativa di qualcosa che va ben oltre la cornice di diplomazia internazionale in cui si collocava (e la contrattazione con la Libia sul controllo dei flussi migratori). L’impressione è che a emergere, in quest’occasione, fosse il desiderio di molte persone di riconsiderare la nostra storia sotto una luce più equilibrata, che tenga conto del fatto che razzismo e intolleranza sono fenomeni che hanno una propria storia anche da noi, e non solo nella Francia colonialista, o nella Germania di Hitler. O quello di ragionare sul perché molti libri di storia continuino a inserire la promulgazione delle leggi razziali in Italia tra le cause del declino del fascismo italiano, presupponendo la presenza di un’ostilità più o meno generalizzata della nostra popolazione verso queste regole, e rinunciando di fatto a valutare in termini più equilibrati la loro ricezione e le loro conseguenze.

La scelta di dedicare l’Inchiesta di questo semestre al razzismo in Italia, in un numero sull’immigrazione, vuole rispondere proprio a questo desiderio. In una fase politica in cui si discute se l’Italia debba essere o no multiculturale, noi non abbiamo dubbi sul fatto che già lo sia, e contiamo che i grandi flussi migratori di questi anni possano portare un cambiamento in positivo per il nostro paese. Questa è la prima ragione perché questo numero ci è particolarmente caro. La seconda è che, con il cambio di formato e di layout grafico di questa rivista, portiamo idealmente a termine un percorso che è cominciato con il passaggio da rivista gratuita e universitaria a rivista a pagamento, da rivista di interviste a periodico che non si accontenta di domandare ma cerca, pur mantenendo un atteggiamento non ideologico, persino delle risposte. Finito questo percorso, abbiamo l’ambizione di cominciarne uno nuovo.

Buona lettura.

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