Acqua: una questione privata

Cisterne d’acqua sui tetti di New York. Foto di Matteo Neppi Modona

Cisterne d’acqua sui tetti di New York. (Foto di Matteo Neppi Modona

All’immagine dell’acqua ferma, calma, che favorisce la quiete e la rilfessione, si potrebbe oggi opporre quella di un fume in piena, che travolge tutto ciò che trova sul cammino, e con il suo rumore assordante impedisce alla gente di parlare o anche solo di pensare. Il dibattito sull’acqua ha coinvolto negli ultimi anni una quantità sempre maggiore di soggetti. Spesso a dominare la scena sono state le previsioni catastrofche, come le grida d’allarme sulle ipotetiche “guerre dell’acqua” del ventunesimo secolo, o gli atteggiamenti eccessivamente ideologici di chi ha usato il mito del libero mercato per proporre una visione alternativa alla gestione pubblica delle risorse idriche.
In questo panorama, la recente proposta di legge di iniziativa popolare sulla gestione dell’acqua ha contribuito ad aprire in Italia un dibattito su base democratica riguardo a questo tema. Forse per la prima volta, la questione ha cominciato ad essere trattata da riviste, quotidiani e in certi casi persino dalla televisione in termini seri, concreti, come un problema che chiama a una soluzione e che presenta uno spettro di possibili alternative pratiche.
La prima esigenza, in questo come in altri campi, è di promuovere un dibattito serio tra le istituzioni, i cittadini e soprattutto i tecnici per risolvere i problemi e i ritardi presenti ancora nel nostro paese. La nostra vita sociale e politica non può più esimersi dall’includere questioni come il rapporto con l’ambiente e con le risorse naturali, e queste a loro volta devono essere trattate come oggetti decisamente politici.
Con questo numero ci inseriamo in un dibattito promettente ma in cui c’è ancora molto da dire e da fare. Lo abbiamo pensato in una forma diversa rispetto al solito, cercando di presentare dei fatti più che delle opinioni. Le inchieste sul sistema privatizzato inglese e sul caso della Sicilia rispondono a questo obiettivo. Non per questo abbiamo rinunciato, d’altronde, a dire la nostra e a sostenere apertamente la proposta di legge di iniziativa popolare.
La questione fondamentale contrappone i fautori del modello di gestione privata delle risorse idriche a quelli che considerano migliore una gestione basata sul servizio pubblico. Il confitto tra pubblico e privato è del resto una delle grandi questioni in gioco nella nostra epoca. La proprietà e la gestione dell’acqua presenta però caratteristiche del tutto peculiari rispetto, per esempio, a quella dei trasporti: in primo luogo perché le risorse idriche sono di tutti per definizione, in secondo luogo perché la recente scoperta della scarsità di questo bene non deve essere confusa con l’invenzione di un suo valore come merce.
In un’intervista a noi rilasciata e pubblicata su queste pagine, Riccardo Petrella, fondatore del Comitato Italiano per il Contratto Mondiale dell’acqua, ha usato una metafora molto pregnante parlando di un mondo “in dialisi”.
Secondo Petrella, installando i depuratori per le acque dei fumi e dei bacini idrici non facciamo che prolungare uno stato patologico strutturale. E con ciò riveliamo a noi stessi quello che dovremmo sapere già: che i meccanismi di purifcazione naturale sono stati distrutti.
Da questo dato è necessario partire per decidere quali cose sono da cambiare e, soprattutto, come. Abbiamo cercato di inquadrare il contesto, a voi il giudizio.

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