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O sole mio

Intervista a Edoardo Ronchi

Le risorse rinnovabili sono un settore in crescita in tutto il mondo e anche in Italia. Abbiamo sole, aria, acqua, ma potremmo fare molto di più. Edoardo Ronchi, Ministro dell’Ambiente nel governo Prodi del 1996, descrive una situazione in evoluzione ma che è ancora lontana da un vero momento di svolta.

Roma, 9 dicembre 2005

Foto di Matteo Neppi Modona

Foto di Matteo Neppi Modona

Qual è la situazione italiana per quanto concerne lo sfruttamento delle risorse energetiche rinnovabili? Vi sono particolari note di merito o di demerito?
Con il cambiamento climatico in atto e con l’aumento strutturale del prezzo del petrolio, le fonti rinnovabili come fonti primarie di energia diventano la chiave per la sostenibilità del sistema energetico mondiale. L’Italia ha una produzione di energia elettrica derivante da fonti rinnovabili pari a 56000 Gigawatt/ora circa, che rappresenta il 16% del consumo interno lordo. 42000 provengono dal settore idroelettrico, altri 5000 dal geotermoelettrico. E’ invece bassissima l’energia prodotta dalle cosiddette “nuove fonti rinnovabili”, infatti tra solare e fotovoltaico abbiamo una presenza simbolica di 27 Gigawatt/h. Rispetto all’obiettivo europeo del 25% di consumo energetico da fonti rinnovabili ci manca un bel salto, considerando anche che tutte le risorse idriche sfruttabili sono già state sfruttate. Potremo rispettare gli impegni europei solo se riusciremo a produrre un vero salto nelle nuove fonti rinnovabili, in particolare nell’eolico e nel solare.

Invece per quanto riguarda le risorse non rinnovabili qual è la situazione?
La dipendenza dai combustibili fossili supera l’80% con una preponderanza del petrolio. Una forte dipendenza dai fossili e dalle importazioni, così la bolletta energetica è di circa 35 miliardi di euro, dei quali 20 miliardi sono solo di petrolio, il 2% del PIL. Gli altri 15 miliardi sono ripartiti tra importazioni di gas naturale ed un po’ di carbone. Bisognerà puntare su una forte riduzione dei fossili sia per rispettare il protocollo di Kyoto sia per ragioni economiche di competitività del sistema energetico nazionale.

E per quanto riguarda l’acqua come risorsa energetica?
Sull’acqua è più difficile avere dei dati precisi. Parliamo sempre di stime. Il consumo idrico complessivo italiano viene ripartito in consumi agricoli – la maggior parte – industriali e civili. Le stime ci mettono tra i paesi a più alto consumo idrico pro capite nei consumi civili. Questa anomalia è dovuta a diversi fattori: in primo luogo si ha un’elevata perdita nelle reti acquedottistiche. Inoltre si utilizza acqua di pregio per operazioni non direttamente legate ai consumi domestici, come per bagnare il giardino o lavare la macchina.
Siccome l’acqua costa poco e ce n’è tanta, in gran parte dell’Italia tende ad essere anche sprecata. Anche nel Mezzogiorno si hanno carenze di forniture sia per usi agricoli sia per usi civili dovuti ad una cattiva gestione delle reti e delle risorse. Non è la disponibilità assoluta quella che manca.

Come si è agito in Italia per rispettare gli impegni concernenti la sottoscrizione del Protocollo di Kyoto?
L’Italia a consuntivo dell’anno scorso era fuori dal protocollo, avendo un incremento di oltre il 13% delle proprie emissioni rispetto al 1990 a fronte di un impegno di riduzione del 6,5%. Non è vero che tutti i paesi non l’hanno raggiunto: la Germania ha fatto poco più del 18 %, il Regno unito 14%, la Francia ha fatto qualcosa, poco, ma qualcosa ha fatto. Quindi tutti i grandi paesi europei stanno attuando il protocollo di Kyoto, tranne l’Italia. Perché è avvenuto questo? I principali responsabili dell’incremento sono il settore della produzione dell’energia elettrica e quello dei trasporti, dove si concentra l’80% dell’aumento dei gas serra in Italia.

Abbiamo sentito che nel Lazio c’è una centrale elettrica che adesso forse vuole essere riconvertita a carbone…
Infatti una delle scelte che ha causato un ulteriore incremento di gas serra è stato l’aumento significativo dell’uso di carbone nella produzione di energia elettrica. Questo prosegue nei piani del governo Berlusconi: la riconversione della centrale di Civitavecchia ne è un esempio. Un altro è il basso impegno nello sviluppo delle risorse rinnovabili.

Come giudica l’operato dei governi nel corso della seconda repubblica in tema di ambiente?
Essendo parte in causa è difficile darsi una valutazione. Io penso che nell’ultimo periodo, con l’attuale governo ci sia stato un peggioramento, una riduzione dell’attenzione all’importanza della tutela ambientale della quale si trova ampia traccia nella legislazione. Questo sia per ragioni di sottovalutazione politica, sia per una visione, al solito, secondo la quale mettere vincoli ostacola la crescita economica, il paese è in difficoltà economica e allora si rende necessario allentare la tutela ambientale per favorire la ripresa. Come se fossimo un paese in via di sviluppo. Oggi invece la qualità ambientale è un elemento della qualità dello sviluppo, del rilancio economico del paese. E’ un settore importantissimo. Un paese arretrato per le politiche ambientali è anche economicamente più arretrato.

Quali sono le tare principali del sistema italiano nella gestione delle risorse?
La prima risorsa di un sistema-paese è il territorio seguita dall’energia. Dal punto di vista della risorsa-territorio, dobbiamo stare attenti perché è uno risorsa straordinariamente ricca in Italia. Noi siamo il paese europeo a più elevata biodiversità, abbiamo ancora un’estesa naturalità diffusa nonostante tutto nelle fasce appenniniche ed alpine. Ma il territorio italiano è vulnerabile, per ragioni geografiche e geologiche, pieno di catene montuose e quindi tradizionalmente colpito da alluvioni. La storia d’Italia è piena di alluvioni. Inoltre essendo stato molto cementificato, con molti fiumi rettificati, è diventato ancora più vulnerabile. Col cambiamento climatico si accentuano gli eventi atmosferici estremi, quindi piogge più intense che cadono in periodi più concentrati. Abbiamo bisogno di nuove politiche per garantire questa risorsa.
Per quanto concerne le energie rinnovabili abbiamo aria, sole, acqua, insomma potremmo fare molto di più. Questa dipendenza non la reggeremo a lungo, perché non ce n’è per tutti e dal punto di vista ambientale un eccessivo uso di fossili non è più sostenibile. Dobbiamo insistere su questa nostra vocazione di riciclatori. Questo è poco noto, ma l’Italia è uno dei paesi più “ricicloni” del mondo. Dobbiamo insistere, chi utilizza meglio le materie prime si avvantaggia anche sul piano della competitività internazionale, perché le materie prime sono risorse scarse e preziose. Dobbiamo usarle in maniera molto efficiente.

Secondo lei come mai nel riciclaggio l’Italia è stata in grado di instaurare un sistema che funzioni mentre su altri fronti come l’eolico o il fotovoltaico non ci è riuscita?
Perché l’eolico e il fotovoltaico sono stati considerati per molti anni degli abbellimenti, delle passioni degli ecologisti, ma inefficaci dal punto di vista del contributo energetico. Così abbiamo perso il treno. Negli ultimi cinque anni per rimediare a questa situazione non è stato fatto nulla di interessante. Oggi abbiamo esperienza di paesi industrializzati come la Germania che hanno installato 20.000 megawatt di eolico funzionante e puntano a sostituire il nucleare con l’eolico. Nel settore delle rinnovabili in Germania lavorano 150.000 persone, è un settore trainante mentre noi, sulle nuove rinnovabili, siamo a livelli simbolici.

Quali vantaggi porterebbe una cultura del risparmio energetico nel nostro paese? Quali la cultura del risparmio idrico?
Noi veniamo da una cultura che associa il progresso e lo sviluppo economico all’aumento del consumo di risorse. Se sei più avanzato consumi più energie e più materie prime, per andare più avanti bisogna consumare più energie e più materie prime. Con la globalizzazione dell’economia e con l’immissione nel mercato globale di nuovi miliardi di persone, questo scenario cambia: oggi abbiamo più di due miliardi di persone in paesi di nuova industrializzazione che consumano risorse, materie prime, energia e a tassi molto accelerati, con impatti globali come il cambiamento climatico. Questo cambia il contesto, il consumo di risorse e di energia diventa misura essenziale anche della competitività e della qualità economica del sistema.

Di fronte a questo tipo di scenario come mai in Italia, nonostante gli sforzi che sono stati compiuti, ancora non è radicata un’educazione ambientale?
La velocità dei cambiamenti è tale che anche ai singoli individui non è facile comprendere il nuovo contesto che richiede un cambiamento di abitudine. Faccio degli esempi: le persone anziane spesso hanno difficoltà a capire perché si deve fare la raccolta differenziata dei rifiuti perché nella loro mentalità il rifiuto si buttava via. I più reattivi alle raccolte differenziate sono i giovani studenti, a partire dai ragazzi perché sono più flessibili, hanno minori incrostazioni. Infatti è buona pratica partire dalle scuole per arrivare alle famiglie.
A questo si aggiungono i motivi di contingenza politica: la politica ragiona sulla legislatura, cioè da qui alle prossime elezioni. Queste tematiche richiedono visioni di lungo respiro che non coincidono con i tempi della legislatura, anzi.

Alla luce dei problemi economici il no dell’Italia al nucleare costituisce una penalizzazione?
Innanzitutto il nucleare è bocciato dal mercato perché i paesi più nuclearisti non fanno più centrali nucleari da diversi anni, compresa la Francia. Costruire una centrale, in particolare dopo Chernobyl, costa troppo perché aumentando le prescrizioni di sicurezza aumentano i costi di produzione e poi perché non sono stati risolti dei nodi importanti come la gestione dei rifiuti nucleari.

Ci sono dei poteri che in Italia si oppongono all’innovazione ambientale?
E’ evidente. Ricordo che la prima campagna contro il Protocollo di Kyoto fu alimentata da sette multinazionali del petrolio. Ed era una campagna ufficiale con tanto di firme, con un dispiego di mezzi notevole, con spot televisivi, summit internazionali in piena trasparenza. Ovviamente quando si prospetta una diversa qualità delle produzioni e dei consumi chi è legato a un sistema col quale ha fatto soldi e continua a farli non incoraggia a cambiare perché ci perde.
Anche se comincia ad esserci un settore consistente di industrie interessate all’innovazione in vari settori: l’agricoltura, le piccole e medie imprese. Insomma non c’è solo il vertice, ci sono anche imprese certificate ambientalmente, che fanno della qualità ambientale un fattore di competitività sia interna sia sui mercati globali. È una partita ancora aperta.

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