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Combattere per bere

Intervista a Catherine Legna; Parigi, 3 aprile 2006 ( telefonica)

La guerra dell’acqua boliviana ha fatto molto scalpore: una mobilitazione popolare è riuscita a cacciare dal paese due multinazionali che detenevano il controllo della gestione delle risorse idriche. Il caso boliviano non è unico e per fortuna non isolato. Abbiamo chiesto a Cathrine Legna, responsabile dell’area servizi e progetti della Fondation Danielle Mitterand – France Liberté di Parigi di raccontarci la genesi e lo svolgersi della rivolta boliviana e di parlarci dei progetti che la sua fondazione porta avanti in quella zona.

Foto di Matteo Neppi Modona

Foto di Matteo Neppi Modona

Che cos’è France Liberté?
La fondazione “Danielle Mitterand – France Liberté” è nata vent’anni fa dall’unione di tre associazioni ed ha come compito principale quello di aiutare tutti i movimenti di resistenza all’oppressione e alla violazione dei diritti umani fondamentali nel mondo. Non c’è la volontà di intervenire, ma di aiutare e di partecipare ai movimenti che si sviluppano nel terzo mondo.
Abbiamo cominciato con l’America Latina e l’Asia ed i programmi più importanti erano quelli del Salvador, quello per i Curdi dell’Irak e della Turchia e quello per i Tibetani. In seguito abbiamo allargato i nostri progetti dove la gente lo chiedeva.

Qual è il quadro della situazione dell’acqua e dei problemi ad essa legati in Bolivia e più in generale nell’America Latina?
Nel mondo la situazione dell’acqua comincia ad essere critica, poiché con l’aumento della popolazione mondiale ora ci sono circa un miliardo e mezzo di persone che non hanno accesso all’acqua potabile e 34.000 persone che muoiono ogni giorno. A volte si dimentica che è importante anche l’igiene dell’acqua, la sua purificazione: ci sono circa due miliardi e mezzo di persone che non hanno accesso a un servizio di bonifica dell’acqua e non hanno strutture sanitarie di nessun tipo.
In America Latina il problema è molto grave perché la mancanza di riforme agrarie obbliga molti contadini a migrare nelle grandi città e c’è la privatizzazione dei corsi d’acqua all’interno dei paesi da parte di privati e di grandi compagnie o ci sono progetti faraonici di ripresa che però non tengono conto degli interessi dei contadini.

E in Bolivia c’è una situazione particolare?
Il problema è sorto alla fine degli anni 90 quando c’è stata una concessione del precedente governo a due grandi compagnie multinazionali, una europea e l’altra nordamericana per la gestione dei servizi dell’acqua.
La prima impresa è la Bechtel, una filiale della famosissima Enron, che prima non ha rispettato i termini del contratto, firmato tra l’altro con la corruzione di funzionari del governo, e poi si è ritirata senza lasciare un soldo e senza fare tutti i lavori per i quali si era impegnata.
La seconda è un’impresa transnazionale francese, la Suez, che ha avuto una concessione nel quartiere El Alto, dove ci sono i sobborghi più poveri di La Paz. Anche questa non ha fornito il servizio ai quartieri più poveri poiché non possono pagare. E’ quindi scoppiata la famosa guerra dell’acqua in Bolivia: ci sono stati morti e manifestazioni, perché non appena queste società private cominciavano i lavori facevano pagare tariffe altissime. Abbiamo visto delle bollette dell’acqua de La Paz dove la spesa per l’acqua rappresentava i due terzi dello stipendio di un impiegato, quindi si doveva scegliere: o bere o mangiare.

Da chi è stata promossa la guerra dell’acqua?
La guerra è stata capeggiata dalla Fejuve, il sindacato del quartiere di El Alto, guidato all’epoca da Abel Mamani, ora diventato ministro dell’acqua; poi anche la Coodinadora del Agua, un’altra associazione boliviana per la difesa del diritto della popolazione all’accesso all’acqua, si è ribellata in un’altra città, a Cochabamba.
Tutto questo ha portato già alla cacciata della multinazionale nordamericana, la Bechtel, e ora si discute anche dell’uscita dal paese della seconda multinazionale, la Suez, ma ci sono trattative in corso, perché vuole farsi pagare le azioni e noi stiamo cercando di aiutare il governo.

Ora qual è la situazione in Bolivia?
Ci sono state le elezioni popolari che hanno portato al governo il presidente Evo Morales, che è un rappresentante della parte indigena della Bolivia, è un indio Aymara, che rappresenta un po’ tutti questi popoli a cui i diritti sono stati negati per tanti anni. E lui ha nominato ministro dell’acqua Abel Mamani, il presidente dell’associazione dei consumatori e degli abitanti del quartiere di El Alto. Questi vogliono far uscire la multinazionale, ma non hanno ancora le risorse necessarie per costruire un vero servizio pubblico dell’acqua e ci hanno nominati loro ambasciatori in Europa per riuscire ad ottenere delle sovvenzioni e una cooperazione internazionale, non condizionati dall’impiego di una multinazionale. Loro vogliono offrire veramente un servizio pubblico.

La guerra all’acqua boliviana è un caso unico o ci sono state altre rivolte per l’acqua?
No, non è l’unico caso.
In Ecuador ci sono state le elezioni e sono stati eletti dei rappresentanti del popolo che avevano il compito di ritornare al servizio pubblico, ma il problema è che era gente con poca preparazione ed hanno firmato, senza essere ben consigliati, dei trattati bilaterali che privatizzano tutto. C’è un problema di conoscenza dei meccanismi internazionali da parte di questi governi che vengono dal popolo e che sono completamente disinformati.
C’è stato anche il caso molto famoso dell’Argentina dove il nuovo presidente Kirchner ha deciso, consigliato dall’organismo di vigilanza dello Stato, di recidere il contratto perché non è stato assolutamente rispettato dalla multinazionale, ma questa l’ha portato in processo davanti la Banca Mondiale. Noi abbiamo incontrato i legali del governo che hanno detto che questo tipo di contratto è stato firmato da gente completamente corrotta, a danno del proprio popolo.
Un altro caso è l’Uruguay dove un’organizzazione ecologista ed una di difensori dell’accesso all’acqua hanno organizzato un referendum popolare, raccogliendo più di 800.000 firme e iscrivendo il diritto all’acqua nella Costituzione. Questo è un caso unico al mondo per il momento.

Cosa c’è alla base della mobilitazione?
Se la gente non è coinvolta nella coscienza della protezione necessaria dell’acqua i progetti non funzionano, per questo i progetti che vengono dall’alto, non sono molto efficaci. Il Consiglio Mondiale dell’Acqua ha riconosciuto che il processo di privatizzazione e di gestione privata dell’acqua è stato un disastro per l’accesso delle popolazioni povere all’acqua nel mondo.

Esiste una rete internazionale di associazioni che mobilitano la popolazione, o sono iniziative prese da singole organizzazioni indipendenti le une dalle altre?
È cominciato tutto col Social Forum Mondiale di Porto Alegre 2004, poi ci sono stati il forum di Caracas e la riunione delle Ong a Hong Kong contro l’integrazione dell’acqua all’interno dei trattati commerciali e del libero commercio ed infine c’è stato il forum di città del Messico. Ci sono poi naturalmente differenze di strategia, ma dei principi comuni: il primo è che l’acqua è un diritto umano e deve essere riconosciuto come tale nelle costituzioni degli stati e dall’O.N.U. e il secondo è che la gestione mondiale dell’acqua deve essere dell’O.N.U. e non certo di un consiglio mondiale. Noi aggiungiamo che ci deve essere un diritto all’accesso all’acqua gratuito, per i primi 40 litri, che è la cifra che dà la Organizzazione Mondiale Sanità come condizione di vita per ogni essere umano.

Quali sono i progetti della vostra fondazione in Bolivia?
In Bolivia abbiamo tre progetti. Uno per aiutare il nuovo governo ad avere accesso al finanziamento internazionale per il suo servizio pubblico, noi facciamo da tramite per la presa di coscienza degli altri governi. Gli altri due sono più direttamente finanziati da noi e sono organizzazioni non governative. Uno è nella regione di Santa Cruz ed è un progetto agricolo che coinvolge donne indigene che si dedicano all’agricoltura biologica. È un progetto pilota che si svolge anche in altre tre comunità e che può aiutare a risolvere il problema della scarsità delle risorse alimentari.
L’altro è per l’accesso all’acqua nella provincia di Potosi, a sud di Sucre, l’antica capitale della Bolivia. In questa zona, a più di 5.000 metri sul mare, ci sono comunità indigene Quechua che cercano di aumentare la loro rendita agricola con la costruzione di una rete d’irrigazione agricola. Tutto è fatto con manodopera locale, senza nessuna macchina, perché non ci sono strade. Questo progetto è molto bello e quasi finito, abbiamo potuto fare impianti di irrigazione per cinque comunità isolate e costruire orti: con questo sistema di irrigazione si duplica il rendimento del mais e del grano e si possono anche costruire delle serre per coltivare verdure e riequilibrare la dieta alimentare.
Ogni programma viene celebrato dalla comunità che lo gestisce con una cerimonia indigena. In Bolivia abbiamo questi tre progetti, nel resto dell’America Latina ne abbiamo tanti altri.

Come sono accolti dalla popolazione questi vostri progetti in Bolivia?
La prima volta che siamo andati c’era il governo che poi è stato cacciato dalla popolazione e dicevano che eravamo degli “strani francesi” che andavano ad opporsi ad una impresa francese. In seguito siamo stati accolti più o meno bene, e adesso nel governo ci sono degli amici, il presidente lo conosciamo dal ‘92, quando abbiamo fatto con lui la marcia per la dignità dei popoli indigeni in Guatemala, con Rigoberta Menchù.

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