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La Dubai del Mediterraneo

La conferenza “The war consequences and life in Gaza” si è tenuta nel Centro Culturale Islamico di Dublino nel maggio 2010. Tra gli invitati, l’europarlamentare Proinsias De Rossa e Nasim Ahmed del Palestinian Return Centre di Londra.

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Closed Zone (Yoni Goodman, 2009)

Un uccello blu volteggia sullo sfondo di un cielo dello stesso colore e si posa su un ramo secco, davanti ad una squallida abitazione di cemento. Un giovane dall’aria abbattuta esce dalla porta e guarda il volatile che spicca il volo. Il giovane, divertito, inizia a inseguirlo quando un’enorme mano posa una formina da pasticciere alta come la casa e gli sbarra la strada. ”Closed Zone” dell’israeliano Yoni Goodman, uno degli animatori dell’acclamato “Walzer con Bashir” (Ari Folman, 2008), miscela animazione digitale e fondali fotografici per rappresentare con leggerezza ironica il dramma della striscia di Gaza.

La conferenza si intitola “The war consequences and life in Gaza“. Il centro culturale islamico che la ospita si trova a Clonskeagh, un quartiere poco distante dallo University College Dublin, nella parte sud della città. Il centro ha un ampio parcheggio in cui giocano bambini. Mentre faccio manovra, alcuni di loro si avvicinano e salutano, per poi ritornare come indemoniati ai loro giochi gridando “jalla jalla”, una delle poche locuzioni che formano il mio vocabolario arabo. Il complesso è sorprendentemente grande e comprende una moschea, un ristorante, appartamenti, un negozio, un centro sportivo e una scuola elementare.

Fondato nel 1996, il centro è sostenuto finanziariamente da una fondazione di Dubai per la creazione di centri culturali internazionali promossi dall’esuberante sceicco Al Maktoum, primo ministro e vice-presidente degli Emirati Arabi Uniti. La comunità islamica in Irlanda ha visto una crescita esponenziale duranti gli anni del boom economico: da meno di 4000 musulmani nel 1991, il censimento del 2006 rivela che questa minoranza ha raggiunto i 32000 individui, residenti soprattutto a Dublino.

Cammino verso l’ingresso del centro, sotto lo sguardo severo di alcuni uomini, che parlano gesticolando davanti all’ingresso della moschea e tengono d’occhio i bambini, intenti a inscenare una cruenta battaglia tribale nei giardini annessi alla moschea. Un uomo sulla cinquantina con un completo marrone piuttosto elegante mi indica l’ingresso del centro sportivo dove si tiene l’evento.

La sala del centro sportivo è stata allestita con pannelli che riportano fotografie esplicite del disastro umanitario di Gaza, riportando citazioni dal The Guardian e da altre fonti anglofone sui fatti chiave della situazione. Nel pubblico, formato da una sessantina di persone, spiccano immigrati musulmani di prima o seconda generazione, qualche irlandese convertito all’Islam, alcuni personaggi della sinistra irlandese e un paio di donne col niquab che parlano con inconfondibile accento dublinese.

Dopo un rinfresco che offre un ottimo portfolio di cucina medio-orientale, prendiamo posto e un giovanissimo studente coranico performa il tartil, considerata la forma più elevata di recitazione del testo sacro: una Sura cantata con tecnica molto complessa tra meditazione e preghiera. Verrebbe da definirla banalmente musica, ma è molto di più: quando il tartil è recitato con competenza, sentimento e devozione, l’uditorio può allora provare lo stato di tarab, una sintesi di piacere estetico ed estasi spirituale.

Dopo il tartil, probabilmente eseguito per mostrare la qualità della scuola coranica a un Imam in visita e ricevuto dal pubblico con silenzioso raccoglimento, il moderatore dell’evento si presenta: Proinsias De Rossa, europarlamentare per il Labour irlandese eletto a Dublino, presidente della Delegazione ad hoc per le Relazioni con l’Autorità Palestinese (DPLC). L’ospite principale della serata è Nasim Ahmed, un inviato del Palestinian Return Centre di Londra.

De Rossa apre la conferenza sulla sua recente attività a Strasburgo relativa al conflitto israelo-palestinese, citando il fatto che nel maggio 2010 il governo israeliano ha impedito a una delegazione europea di accedere a Gaza passando dal territorio israeliano. Mossa maldestra, dice De Rossa, che ha causato “rabbia nel Parlamento Europeo da destra a sinistra”. Queste visite sono generalmente sgradite a Israele perchè mettono gli ospiti di fronte alla terrificante realtà quotidiana degli abitanti della striscia, suscitando reazioni fortemente negative.

Il governo israeliano non è nuovo a questo tipo di polemiche: lo stesso mese anche Noam Chomsky, che doveva tenere un discorso alla Bir Zeit University in Cisgiordania, è stato dichiarato persona non grata con il messaggio ufficiale “Israel does not like what you say“. Chiarezza pragmatica che contrasta con la complessa retorica circolare semitica. Chomsky ha tenuto a fine maggio la conferenza in collegamento dalla Giordania.

La parola passa ad Ahmed. Il suo centro londinese si occupa di assistere profughi palestinesi e di diffondere notizie e pubblicazioni per sensibilizzare l’opinione pubblica britannica sulla condizione palestinese, sul presupposto che la rappresentazione del conflitto nei media occidentali sia poco fedele alla realtà. Con piglio da oratore navigato e passione militante, Ahmed ripercorre i fatti legati alla guerra del 2008 (Operazione Piombo Fuso, nella terminologia israeliana) che hanno portato Gaza alla condizione attuale, seguendo la propria visione personale più che un rigoroso approccio accademico.

Il suo discorso si articola in primis attorno al dettagliato e controverso rapporto Goldstone, che nel settembre 2009 ha severamente attaccato la condotta israeliana nella striscia. La cosa più evidente, spiega Ahmed, è la mancanza di proporzionalità nel conflitto: nel rapporto si calcola che, grosso modo, Israele abbia inflitto danni agli abitanti di Gaza di una magnitudo di 10 volte superiore a quelli subiti. Maneggiare questi numeri mette un certo disagio, ma è utile per rimanere ancorati alla realtà dei fatti.

Senza entrare nei dettagli e nei limiti metodologici del rapporto Goldstone, Ahmed cita un’altra straordinaria fonte: il progetto Breaking the silence, che dal 2004 ha raccolto centinaia di testimonianze di soldati israeliani che hanno servito nei territori occupati. L’archivio di Breaking the silence presenta questa lista di testimonianze ordinata per tipologia: colonizzazione, imboscate, massacri e omicidi, distruzione di abitazioni, arresti, pattugliamenti, checkpoint, perquisizioni. Le interviste suonano come dolorose confessioni e suggeriscono che spesso la propaganda antisionista non sia lontana dalla quotidianità dell’occupazione. Un soldato dice che durante Piombo Fuso erano soli, frustrati perchè il nemico non si mostrava e non reagiva: “Era come essere un bambino che uccide formiche con una lente d’ingrandimento.”

Uno degli snodi cruciali per arrivare al disastro attuale è stato, secondo Ahmed, l’abbandono unilaterale della striscia da parte dei circa 8500 coloni israeliani voluta da Ariel Sharon nel 2004. Mossa che è stata rappresentata dalle principali agenzie mediatiche internazionali come un segno di distensione, un’opportunità finalmente data ai Palestinesi. Il presidente Bush commentò che finalmente sarebbe stato possibile creare uno stato palestinese democratico, mentre Thomas Friedman, noto columnist del New York Times, si spinse oltre: l’attività principale dei Palestinesi non sarebbe più stata la resistenza all’occupazione militare di Gaza, ma la costruzione un “decent mini-state”, una vera e propria Dubai sul Mediterraneo.

Ipotesi che Ahmed definisce senza esitazione una “fantasia neo-liberista”, emblematica della totale disconnessione tra i think-tank occidentali e la brutale realtà dei Palestinesi. Secondo Friedman, gli abitanti di Gaza potevano scegliere tra costruire hotel, banche, grattacieli, piscine e diventare un lussuoso resort del capitalismo globale o continuare la guerriglia, e hanno scelto quest’ultima. Insomma, l’ennesima prova della sciagurata irrazionalità araba di tradizione orientalista.

L’idea che un problema sostanzialmente politico, continua il ricercatore, possa essere “dissolto” tramite ricette economiche risulta particolarmente poco convincente. È difficile immaginare qualsiasi forma di sviluppo in un contesto di complesse e instabili combinazioni di embargo e coprifuoco, e in cui le abitazioni e le infrastrutture di base vengono distrutte arbitrariamente.

La strategia adottata sembra ancora essere quella del celebre slogan del ministero degli esteri israeliano degli anni ’50: if you can’t solve it, dissolve it. Se il problema non è risolvibile, meglio negarlo e dissolverlo in questioni marginali. Allo stesso modo, il dibattito politico ufficiale sulla soluzione dei due stati, secondo Ahmed, si scontra con un fatto essenziale, cioè che Israele non ha nessun interesse a muoversi in quella direzione ed è molto probabile che non lo farà.

De Rossa riporta la discussione su toni meno accesi, e ricorda che uno dei problemi principali che oggi ostacolano ogni progresso politico nella striscia à lo scisma tra Hamas e Fatah, che dalle elezioni nel 2005 a oggi ha raggiunto drammatici livelli di radicalità. Nei suoi recenti incontri con delegati dei due gruppi, De Rossa ha avuto l’impressione che, mentre Fatah sembra disponibile a normalizzare i rapporti, gli uomini di Hamas sembrano meno interessati alla distensione. Inoltre, commenta, non è vero che la pressione internazionale non serva a nulla, soprattutto se condotta a livello economico.

Un esempio famoso che viene spesso citato è la pressione internazionale che accelerò il collasso dell’Apartheid nel ’94. Il governo irlandese in quell’occasione, ricorda De Rossa, si appellò al divieto di vendere merci prodotte dal lavoro schiavistico e boicottò così i prodotti sudafricani. Qualcosa di analogo può essere applicato per Israele: nel momento in cui si riconosce l’illegalità delle attività economiche nei Territori Occupati, i prodotti israeliani di quegli insediamenti possono essere ugualmente discriminati sui mercati internazionali. Vista la dipendenza economica dello stato ebraico dalle esportazioni, il boicottaggio potrebbe avere un discreto impatto. Difficile immaginare una svolta in tempi brevi, comunque.

La conferenza è finita. Mi alzo e vago incerto tra piccoli gruppi di persone che portano avanti conversazioni parallele. Una donna, probabilmente una psichiatra, dice di aver fatto molta ricerca sui disturbi post-traumatici da stress che colpiscono i bambini a Gaza. Racconta aneddoti con l’aria mestamente compiaciuta di chi conosce i dettagli di una tragedia, avendola osservata da un punto di vista privilegiato. Una bambina con seri disturbi neurologici causati dai bombardamenti, ricorda, ci metteva 8 ore a passare un checkpoint per essere curata in un ospedale.

Vado verso il parcheggio. Rimane come l’impressione che molti punti cruciali non siano stati affrontati, in primis la pervasiva influenza statunitense che ha promosso le disastrose elezioni del 2005 per poi spingere Fatah ad aggredire i vincitori, con il paradossale risultato di aver rafforzato le posizioni sempre più intransigenti di Hamas. Il flusso di questioni irrisolte che affiorano viene interrotto da un’improvvisa pioggia torrenziale, che mi costringe a correre nel futile tentativo di non bagnarmi.

Il ragazzo di “Closed Zone” prova a uscire da Gaza via mare e da Rafah, venendo sempre respinto da grandi mani con bandiera egiziana e israeliana. Due missili partono verso Israele. Dopo poco lo stato ebraico risponde con l’artiglieria pesante e il ragazzo deve schivare le esplosioni, accompagnato da un brano rockabilly. Il volatile blu si libra sempre più alto, per finire catturato e ingabbiato dalle stesse grosse mani. Metafora di banalità estrema ma di indubbia efficacia comunicativa. La punizione collettiva inflitta agli abitanti di Gaza, sembra dire Goodman, ci riguarda tutti.

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