Neutrality does not exist in the face of murder. Doing nothing to stop it is, in fact, choosing. It is not being neutral. (No Man’s Land)

L'inumazione di vittime del massacro di Srebrenica nel giorno del decimo anniversario della strage. Foto Simone Natale
Sono stato in Polonia recentemente, A Cracovia e Tychy in particolare, a pochi km da Auschwitz. Non sono andato a visitare il più famoso campo di concentramento che la storia conosca. Altri miei amici si. Io ho preferito andare a fare un giro turistico in un antica miniera di salgemma.
Perchè?
Non mi andava di sentirmi un turista ad Auschwitz. Mi sembrava una forma ingenua di voyeurismo macabro travestito da coscienza storica. Un po’ come quelli che vanno a vedere il museo della tortura con la faccia da studiosi ed escono arrapati. O si eccitano davanti alla tv, quando il leone sventra la gazzella.
Mia sorella mi ha chiesto, e allora Srebrenica? La gente va in pellegrinaggio a Srebrenica , Mostar, Sarajevo…
Miei amici mi hanno detto, se non vai (ad Auschwitz) non ti rendi conto. Le dimensioni… Le stanze coi capelli, le stanze con gli occhiali… L’infinito annichilente orizzonte di capanni tutti uguali dove stipavano un pezzo di umanità in attesa di consumarlo. Con metodo scientifico. Il fordismo del massacro.
La mia risposta è questa. Auschwitz, i campi di concentramento, il nazismo, il fascismo, sono stati giudicati dalla storia (50 anni fa) e nessuno può più permettersi di ritrattare. In caso contrario la società civile ti addita di negazionismo, revisionismo e ti mette all’angolo (e si sa come negli anni tanti loschi individui abbiano provato a ritrattare, molti di noi hanno avuto un nonno fascista e uno partigiano…)
L’orrore e la follia del nazismo mi sono stati insegnati a scuola (elementari, medie, superiori e università). I miei professori mi hanno portato a vedere Schindler’s list (scioccandomi per bene) la mia famiglia ha fatto il suo, persino il catechismo (che fa così male alle giovani menti) ha ribadito il concetto.
Io ho imparato la lezione. E anche se non ho visto i capelli, gli occhiali e tutte le reliquie sacre di quel macello organizzato che ti toglieva in ordine i tuoi beni materiali, la libertà, la dignità, l’identità di essere umano, e infine la vita, so cosa è successo. Combatterò sempre qualunque rigurgito revisionista che mi si pari di fronte, anche se non mi è mai capitato di doverlo fare.
Non ho bisogno di un rollercoaster emozionale di 3 ore per uscire distrutto da Auschwitz ed dire cazzo, cosa è successo. Non mi serve, non lo voglio e non ci vado.
E allora Srebrenica? E Sarajevo? E Mostar? Prjedor? Kotorsko?
E che differenza c’è tra una foto macabra da turista e un reportage per informare il mondo? E non ti ha dato sempre fastidio quando portavi degli amici a conoscere la Bosnia, l’accanimento fotografico sulle macerie? Sui crateri dei mortai? Sulle case trivellate dalle schegge di Granata, sulle infinite colline di Sarajevo trasformate in cimiteri? E perché tu per primo gli hai mostrato e raccontato tutto questo?

Potočari, Bosnia, la cerimonia nel giorno del decimo anniversario del massacro di Srebrenica.
Perché è successo l’altro ieri. Perché nei libri di storia (ammesso che ancora la si studi) ci sono 15 righe scritte buttate giù. Perché è successo l’altro ieri alla stessa distanza che ci separa da Parigi, da Palermo per noi che stiamo a Torino. Perché è stato un genocidio immane ed efferato, avvenuto l’altro ieri, di fianco a casa nostra, mentre noi alzavamo il volume della TV per non sentire gli spari. Mentre l’Onu non faceva niente anzi faceva solo danni e a mezza Europa stava bene così. La storia sta ancora giudicando i diretti colpevoli (i processi vanno avanti).
Nessuno giudicherà mai l’ONU per non aver permesso a dei civili di difendersi contro un esercito organizzato, sporcandosi le mani dello stesso sangue. “Di fronte ad un aggressione, dichiararsi neutrali è già prendere una posizione” (No man’s Land)
Casomai non si fosse capito, è come vedere tuo fratello di 23 anni che picchia con la cinghia tua sorella di 7 e tu che sei il tutore legale dici: non prendo posizione, siete entrambi miei fratelli.
Perché io sono stato testimone di prima mano. Non degli spari, delle bombe. Non dei rastrellamenti o delle esecuzioni di massa. Sono stato testimone delle macerie fisiche e morali. Ho avuto l’occasione di essere là mentre si raccoglievano i cocci e si ricostruiva. Di sicuro mi sento addosso il dovere morale di raccontare, di spendere parole, di fare anche delle foto. Un meccanismo di identificazione forte con le vittime della guerra si è saldato in me, per il tempo speso là, per gli amici (tanti) che ho conosciuto.
Per il fatto che abbiano avuto la fiducia e l’amicizia di rendermi partecipe delle loro storie, non per caricarmi di un peso ma per onorarmi di essere portatore di una memoria storica. Per il bisogno di raccontare quando i giornali non raccontano e la storiografia ufficiale ti dimentica, edulcora, distorce.
La storia della guerra in Bosnia è veramente fatta dalle migliaia di persone che sono state là durante e dopo a dare a volte anche la vita per fare la propria parte e aiutare in qualche modo.
La distanza storica è minima, Srebrenica capitava 15 anni fa. L’undici luglio del 1995 (c’era Berlusconi? Chi vinse lo scudetto? Dove ho fatto le vacanze quell’estate? Ma veramente il 95?) nel giro di 3 giorni hanno compiuto il peggior genocidio dalla seconda guerra mondiale. Oggi aprivano le ultime fosse comuni (le ultime di cui sono a conoscenza le autorità, le ultime di cui hanno ammesso l’esistenza i responsabili… ultime è molto relativo). Faranno gli esami del dna e daranno nomi ai corpi.
La distanza geografica è ridicola, molti di noi sono andati più lontano al mare o a sciare.
La distanza culturale è imbarazzante, perché non è successo nell’Afrika nera o in un incomprensibile e impronunciabile regime islamico di cui si parla in modo astratto. E’ successo nel crocevia, nel cuore dell’Europa moderna.
Stanno ancora giudicando i colpevoli, non rifonderanno mai le vittime, che gli accordi di Dayton hanno umiliato ulteriormente. Moltissima gente ancora non sa. E non saprà mai, per la differenza di proporzioni e di copertura mediatica (da una parte il conflitto mondiale che ha cambiato il mondo, dall’altra il massacro di quasi un milione di persone in un territorio grande come Piemonte e Lombardia).
Quindi perché andare a Srebrenica e non ad Auschwitz?
Per quello che riguarda me, Auschwitz è una lezione che ho imparato sui libri di storia, e una grossa parte della società civile porta avanti da 50 anni il compito di ricordare e tramandare, per evitare equivoci storici e scongiurare il ripresentarsi di simili atrocità.
Srebrenica e la Bosnia non hanno ottenuto ancora il giusto riconoscimento da parte della storia, il processo è ancora in corso e non sarà mai completo. E i morti sono ancora caldi, fantasmi che chiedono se non vendetta, un minuto del nostro tempo per ricordarli.
In quel contesto mi sento investito di un piccolo ruolo, in prima persona, di fare la mia parte e aumentare un minimo la consapevolezza di ciò che è stato.
Senza protagonismi o toni esasperati. Che lasciamo alla propaganda di regime.




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