Nelle analisi della crisi economica si ricorre spesso alla contrapposizione tra economia reale ed economia finanziaria. E’ realistica questa dicotomia?
Si parla di economia reale e economia finanziaria, ma le due sono strettamente legate e anzi, non è vero, come si dice spesso, che questa crisi è stata causata solo dall’economia finanziaria. Molti problemi sono partiti dall’economia reale, dalla difficoltà di molte famiglie nel pagare le rate del mutuo sulla casa. Obama stesso ha detto: “la crisi ci ha insegnato che Wall Street non può prosperare quando Main Street (la gente comune, ndr) soffre”.
Immaginare due mondi separati non è corretto ed auspicare un’economia senza finanza è folle, perché sia individui che aziende hanno bisogno di capitale in prestito. Nessuno potrebbe permettersi una casa se dovesse accumulare l’intera somma per poterla acquistare, per cui è essenziale il funzionamento di un sistema finanziario sano.
Erano anni che l’economia americana vacillava, ad un certo punto la crisi dell’economia reale è diventata così forte da influenzare l’economia finanziaria.
Quali sono secondo te i punti nodali della crisi?
Il problema attuale è che non si conoscono le dimensioni della crisi. Quando si dice “bail out” da 700 miliardi di dollari, non vuol dire automaticamente che tale cifra verrà persa. Se l’economia si riprende i titoli potrebbero riacquistare valore. Il problema è che gli scenari sono molto complessi. Ho assistito ad una lezione di due professori di punta e fondamentalmente anche loro avevano difficoltà a quantificare la crisi e indicarne le cause. Sicuramente ci sono delle concause, ma è difficile puntare il dito, persino per gli operatori del settore: ci sono stati errori nel valutare i rischi associati ai mutui, ingenuità nel credere che il valore degli immobili avrebbe continuato a crescere e molti altri fenomeni che insieme hanno portato alla situazione di oggi.
Per quanto riguarda il salvataggio, c’è poi un importante dibattito in economia riguardo al “moral hazard”, cioè il pericolo che gli aiuti di Stato alle banche siano viziati dalla malafede: di fatto, se una banca fa investimenti sbagliati, lo Stato potrebbe intervenire e salvarla, ma questo sul lungo periodo incoraggia le banche a comportamenti rischiosi. Sul NYTimes è comparso un’editoriale di Krugman, premio Nobel per l’economia 2008, intitolato “Cash for Trash”, in cui si propone che lo Stato ottenga partecipazioni e un ruolo decisionale nelle aziende o nelle banche salvate. E’ un’idea quasi comunista per l’America, ma d’altro canto qualunque investitore vuole una contropartita, perché non dovrebbe pretenderla lo Stato?
Perché il settore dell’auto è particolarmente in crisi?
Nei paesi sviluppati l’auto é un settore maturo, in cui le innovazioni tecnologiche e la crescita in produttività non possono essere trainanti, perché per quanto si migliori l’efficienza un’auto di qualità avrà sempre un costo sostenuto e le vendite non possono continuare a crescere all’infinito. Un prodotto interessante anche per i paesi sviluppati secondo me potrebbe essere un’auto ad energia pulita. Un mio amico lavora al MIT in un laboratorio che sta cercando un modo per trarre idrogeno dall’acqua sfruttando lo stesso meccanismo della fotosintesi. Innovazioni di questo tipo potrebbero ridare all’industria dell’auto delle nuove ed eccezionali prospettive di crescita…
Il settore dell’auto da anni era in difficoltà, anche a causa di strategie poco illuminate. Negli anni ’60 e ’70 le auto americane avevano un’ottima reputazione, oggi si preferisce comprare le macchine giapponesi, perché danno maggiori garanzie di affidabilità. Da alcuni studi di marketing americani risulterebbe che i clienti vadano pazzi per i portabicchieri. Trarre la conclusione che le persone sono meno interessate alla sicurezza, alle prestazioni del motore, che agli optional sembrerebbe folle, eppure sui portabicchieri si sono concentrati molti sforzi! potevano fare la differenza. Ma gli acquirenti valutano gli optional solo se hanno la garanzia di salire su un’auto sicura, affidabile, se la qualità scende il portabicchiere non ti interessa più…
Per quanto riguarda la crisi attuale, la via da seguire non è ovvia, perché in un paese come gli USA, dove non ci sono ammortizzatori sociali, non si può pensare di far fallire queste enormi aziende a cuor leggero. Anche Obama pensa che sul breve periodo sia importante sostenere l’industria dell’auto, cercando però di spingerle a riguadagnare competitività. le prospettive, in ogni caso, sono allarmanti.
Si parla molto di crisi negli USA?
la crisi è molto tangibile, persino per le università private, che si basano sulle rendite dei propri patrimoni e sulle donazioni di ex allievi. Sono stati fatti tagli sulle conferenze, molti dipartimenti hanno dovuto ridurre le spese e le assunzioni. Molte aziende si sono chieste se sia etico offrire la festa di Natale quando hanno dovuto licenziare tanti dipendenti.
Parlandone molto non si rischia di accentuare gli effetti della crisi, creando isteria e panico?
sicuramente alcuni allarmismi sono deleteri e ingiustificati. Ma d’altro canto secondo me è giusto che ci sia un dibattito sulla crisi, perché in questo modo si discute pubblicamente delle priorità. Una
volta che i politici, auspicabilmente guidati dall’opinione pubblica, decidono quali sono gli interessi prioritari da difendere, gli economisti possono suggerire le possibili soluzioni per raggiungere quegli obiettivi. Tutto ha un costo, ci sono categorie che patiscono di più e in questo momento c’è molto rancore nei confronti dei grossi manager, si parla di “paracadute dorati”, nel senso che si teme che gli aiuti statali siano utilizzati per assicurare liquidazioni meravigliose ai manager. D’altro canto non è detto che aiutare direttamente le famiglie a pagare il mutuo sia la soluzione migliore dal punto di vista dell’equità.
Perché la crisi è partita dagli USA, che hanno un sistema industriale più innovativo di quello europeo, maggiore flessibilità e sviluppo tecnologico?
La crisi mondiale difficilmente può partire dall’Europa perché se noi abbiamo un rallentamento l’impatto globale è senz’altro minore, quindi la direzione di propagazione dagli USA all’Europa e al resto del mondo è più probabile.
Nel programma Report la puntata dedicata alla crisi finanziaria descriveva una serie di bolle speculative successive e connesse…
Sicuramente c’è un rapporto di causalità tra la crisi del dot com e quella immobiliare. Nell’interpretazione di alcuni economisti, la soluzione sostenuta da Greenspan, di tenere bassi i tassi di interesse, ha portato ad una corsa agli investimenti immobiliari.
Quindi sulla causalità sono d’accordo, mentre sul dolo ex ante, cioè la volontà strategica da parte degli operatori finanziari di creare queste bolle, ecco, mi sembra irrealistico, perché abbiamo visto quante persone, anche nel mondo finanziario, abbiano perso il lavoro. Certo, il credere che il mercato si regola da solo sempre e comunque facilita l’insorgere di queste bolle. E’ sbagliato pensare che gli economisti siano sempre contrari all’intervento pubblico: anche nella teoria economica si riconosce che il mercato possa fallire ed in quei casi la regolazione è necessaria.
Quanto gravi sono le conseguenze di questa crisi?
Sulla situazione italiana è difficile pronunciarsi, ma rimanendo in Europa, per esempio, il sistema bancario belga ha patito molto questa crisi e la presenza dell’Euro è stata un forte aiuto. L’Euro serve da stabilizzatore, perché crea una rete di paesi interconnessi. Se il sistema finanziario di un paese tracolla la credibilità dell’Euro può essere intaccata solo in parte e gli effetti vengono spartiti tra tutti gli Stati membri. Ma se un paese crolla da solo, il valore della sua moneta precipita e le conseguenze sono più serie. Ancora una volta, dunque, appreziamo i vantaggi della moneta unica.



