Viaggio nella clinica San Paolo a Torino, che nel settembre del 2008 è stata occupata da rifugiati di Somalia, Etiopia, Eritrea e Sudan, lasciati allo sbando dall’amministrazione comunale. Un anno dopo, lo sgombero da parte della Prefettura di Torino. Tra richieste di asilo, diritti sanciti e le dichiarazioni del ministro Maroni, storia di un’accoglienza mancata.
Dimenticatevi del quartiere San Paolo, zona industriale e operaia di Torino. “Oggi è un Bronx, come fosse New York” afferma un signore che qui vive da cinquanta anni. Colpa di una clinica abbandonata, la clinica San Paolo, occupata nel settembre 2008 da 250 rifugiati da Somalia, Etiopia, Eritrea e Sudan. “Una casa invasa dagli scarafaggi, non per essere razzista” dice un anziano residente del quartiere. “Si sente puzza di negri, nessuno qui li vuole vedere” aggiunge un altro. E tra qualcuno, c’è il sospetto: “chi sono davvero, profughi o fuori legge? Si prendono il sussidio, e poi spacciano”.

L'edificio occupato in via Bologna, Torino. Foto Francesca Meloni
Profughi o fuori legge?
Sarà forse l’introduzione del reato di clandestinità, ormai il linguaggio legato all’immigrazione è sempre più confuso e approssimativo. Occorre chiarire chi siano le persone che hanno occupato lo stabile, andando oltre il termine generico di “profughi”. Il censimento ha accertato che le 250 persone (320 sono quelle che, nel tempo, si sono alternate) hanno tutte ottenuto lo status di rifugiato o la protezione umanitaria. Ovvero, sono persone che fuggono da guerre e persecuzioni, tutelate dalla Convenzione di Ginevra delle Nazioni Unite.
Ognuno degli occupanti si porta dietro storie diverse, che spesso pesano come macigni. E le difficoltà del paese di partenza, da cui si scappa, si ripropongono nel luogo d’arrivo. “Il Sudan è come l’Italia. L’Europa prima si pensa bella, ma ci sono tanti problemi” dice Abdel. E’ arrivato dal Darfur attraverso un viaggio lungo, rimanendo alcuni anni in Libia, dove è stato imprigionato e torturato perché non aveva documenti. E’, infine, sbarcato a Lampedusa, dopo aver pagato un’ingente somma di denaro. Il viaggio in mare rimane un ricordo traumatico. “Eravamo in 30 su una piccola barca, avevo paura” ricorda Mohammed, guardando le canoe sul Po. Quando si arriva in Italia e si richiede l’asilo politico, si viene trattenuti in Centri di Accoglienza e poi la domanda viene giudicata da speciali commissioni (le Commissioni Territoriali). Ma non basta solo essere scappati, bisogna anche saper raccontare bene la propria storia, senza esitazioni, fornendo il maggior numero possibile di dettagli. “Per me non ci sono stati problemi, ero sicuro, sapevo quello che dovevo dire, cosa mi avrebbero chiesto. Altri che sono partiti con me non hanno ricevuto lo status” racconta Mitiku, che in Etiopia aveva una ditta di import-export che commerciava anche con l’Italia.
Accoglienza per sei mesi, poi veditela tu
Sei mesi di accoglienza e accompagnamento per circa 3.200 persone, a fronte delle 31.200 domande di asilo presentate in Italia nel 2008 (delle quali 10.000 sono riconosciute con uno status di protezione). Questo offre lo SPRAR, il programma di accoglienza nazionale, istituito nel 2002. “Le Commissioni Territoriali, in due o tre mesi, giudicano la domanda d’asilo. E poi c’è un grande buco: tutto è in mano all’iniziativa individuale, manca una rete integrata di accoglienza a livello nazionale” afferma Gianluca Vitale, avvocato dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione). Le risorse affidate ai Comuni per lo SPRAR, inoltre, sono disomogenee. “Non c’è un solo, ma diversi SPRAR, con disparità di risorse e interventi”, afferma Berthin Nzona, presidente dell’associazione Mosaico – Azioni per i rifugiati. Per chi rimane fuori dall’accoglienza, resta la prospettiva di rivolgersi a dormitori e mense per i poveri. O quella di occupare uno stabile abbandonato.
A Torino, la prima occupazione è stata quella di una ex caserma dei vigili del fuoco, in via Bologna, nel novembre 2007. Qui hanno vissuto, e vivono tuttora, circa 50 persone, per lo più sudanesi, ma anche etiopi ed eritrei. Prima dormivano in una fabbrica abbandonata, tra Torino e Settimo Torinese. Finché l’incontro con due centri sociali, il Gabrio e l’Askatasuna, e del Gruppo Migranti, ha portato all’occupazione. Nel Comitato di Solidarietà con i rifugiati si è aggiunta, poi, anche Emergency. A settembre 2008 le persone sono aumentate e si è occupata la clinica San Paolo, uno spazio enorme di tre piani. Questa volta si è formato un Coordinamento di associazioni, con 30 realtà che operano sul territorio, che insieme ai due centri sociali, alla Provincia di Torino, al Comune e alla Regione, hanno creato il progetto “Piemonte: non solo asilo”, volto all’inserimento lavorativo ed abitativo degli occupanti. Fino ad ora,cinquanta persone sono state inserite in Piemonte.
Il nodo della residenza
“Il vero nodo è la residenza. Se non ce l’hai, non hai pieno diritto ai servizi sanitari ed è difficile anche trovare un lavoro” spiega Pierpaolo Pittavino, del centro sociale Askatasuna. Nelle città dove il problema abitativo è più grave per i rifugiati, crescono le occupazioni. A Roma, dove la questione immobiliare è delegata alle regole del libero mercato e aggravata dai tagli alle spese da parte della Regione, le occupazioni si estendono a macchia d’olio. “Si tratta di un risarcimento sociale, contro le speculazioni delle case sfitte” spiega Alessandra Cavallo, di ACTion, gruppo politico che gestisce tredici occupazioni, di cui due interamente gestite da rifugiati, e tre Agenzie diritti, sportelli municipali che forniscono assistenza e consulenza legale gratuita per le problematiche relative alla casa. L’Agenzia Diritti del XII Municipio è coordinata da Mussiè Zerai, rifugiato eritreo arrivato in Italia 17 anni fa. “Le politiche che offre la città sono insufficienti, fanno girare gli immigrati come dei bancomat. Ne inserisci uno, e prelevi qualche soldo. Lo butti via quando scade il tempo di permanenza, e ne accogli un altro” racconta Zerai. E ricorda anche il rischio delle occupazioni: “diventano ghetti, se abbandonati. Dentro non si impara la lingua, e si vive in condizioni di precarietà”.
Sicurezza vs accoglienza, 1 a 0
“Finisci sempre nel solito cerchio: da un centro di accoglienza all’altro. E intanto tu giri e aspetti e giri e il tempo passa” scrive un gruppo di richiedenti asilo e rifugiati (R.A.R.), costituitosi a Roma.
Da questo circolo non riesce a uscire Ali, che vive in Italia da sei anni, troppi per essere inserito in qualche programma di accoglienza. Il suo progetto era un altro, quello di andare in Inghilterra a studiare: “lì vivono dei miei parenti, ma sono dovuto rimanere qui per le impronte digitali” racconta. A trattenere Ali in Italia è la Convenzione di Dublino, una normativa europea che attribuisce al paese di primo arrivo la competenza di giudicare la domanda d’asilo. Da quando è stato introdotto, con la legge Bossi Fini, il rilevamento delle impronte digitali all’arrivo, è diventato difficile scappare dall’Italia. “Un mio posto ancora non l’ho trovato” si lamenta Ali. L’anno scorso abitava in via Bologna, poi si è trasferito nell’ex clinica San Paolo. E l’11 settembre 2009 è stato trasferito nella caserma di via Asti. Così ha deciso la Prefettura, ordinando lo sgombero dell’ex clinica. Una decisione contro cui si è opposto il Coordinamento di associazioni, che ha giudicato le condizioni non accettabili, in particolar modo per le restrizioni sull’entrata e uscita dei rifugiati. “Solo la fermezza crea condizioni per una positiva gestione dell’immigrazione regolare” ha dichiarato il Ministro dell’Interno Maroni (9/05/09). Per ora, la partita sicurezza contro accoglienza si conclude uno a zero.



