Underworld è un romanzo che descrive gli Stati Uniti: ogni intersezione tra vita privata e vita pubblica, ogni anfratto psicologico, ogni folla, ogni via, ogni anno, andando all’indietro dal 1996 al 1945, a scatti, come se si stesse sfogliando un monumentale album fotografico partendo dalla nostra foto incollata sull’ultima pagina, come se ci si stesse ricordando di ogni scarto e di ogni rifiuto sepolto dal tempo od eliminato più o meno consapevolmente dalla memoria delle folle e dalla psiche del singolo. Gli scarti, i rifiuti, ciò che rimane alle spalle, ciò che torna dinnanzi agli occhi come un rigurgito violento della storia. Spazzatura pubblica e privata. Il pattume qui non è solo metaforico, ma visceralmente materiale ed onnipresente. La compresenza degli odori e la foggia dell’immondizia penetrano nei personaggi, nei capitoli e nelle scene. Il ruolo del romanzo è quello di trasformare il miasma e l’accozzaglia in sinfonia. E adesso dovrei spiegarvi per quale motivo questo libro è importante quando si pensa a ciò che buttiamo via. O meglio, a come buttiamo via. Un solo breve esempio dovrebbe bastare. In Rumore Bianco, pubblicato da DeLillo nel 1985, Jack Gladney subisce una profonda fascinazione derivante dalle immagini e dai colori dei prodotti acquistati al supermercato. Gladney si sente a disagio nei confronti della grande quantità di materia che lo circonda: gli oggetti quotidiani sono indistinti, privi di valore o simboli di connessioni segrete e preoccupanti.
Gli scarti come grammatica del presente
DON DELILLO, Underworld, Scribner, New York 1997. Trad. it di Delfina Vezzoli, Underworld, Einaudi, Torino 1999. € 16,50.
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