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Imballaggi, risorsa o danno all’ambiente?

Il “packaging” è un affare, a livello mondiale, da più di 500 miliardi di dollari. Ma gli imballaggi rappresentano anche una porzione enorme dei rifiuti totali prodotti. Una questione di funzionalità, bellezza, e protezione ambientale.

Foto di Francesco Passera

Foto di Francesco Passera

Per fare un tavolo ci vuole un fiore. Per venderlo ci vuole il packaging. Con un volume di affari mondiale che, secondo l’Istituto Italiano Imballaggio, si aggira intorno ai 520 miliardi di dollari all’anno, l’imballaggio suscita l’attenzione dell’economia mondiale e della tutela ambientale. Se ogni prodotto industriale necessita di una forma di imballaggio o confezionamento – si pensi ai prodotti dell’industria alimentare – è altrettanto vero che ultimamente si sono moltiplicate le voci di chi identifica nel packaging una delle cause del rincaro di molti prodotti e, indirettamente, dell’inquinamento. Effettivamente l’elevato numero di materiali utilizzati (dal legno al metallo, dalla carta al vetro fino ai polimeri come plastiche e gomme) provoca, in fase di smaltimento, significative ricadute sull’ambiente: solo in Italia il settore del confezionamento, che occupa oltre 100.000 persone, genera oltre 11 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno. Molti movimenti ambientalisti, tra cui il C.R.A.R., Coordinamento Regionale Ambientalista Rifiuti, puntano apertamente il dito contro gli sprechi e gli eccessi connessi all’utilizzo del packaging. Il problema, spiega Piero Cavallari, coordinatore della sezione piemontese del movimento, è che ciò che per la maggior parte di noi è uno spreco, per altri è una fonte di guadagno. Ciò non vuol dire che si debba rinunciare ai confezionamenti, che oltre a conservare il prodotto veicolano numerose e importanti informazioni su di esso, ma che bisogna incentivare la grande distribuzione a investire su forme di imballaggio riciclabili o biodegradabili e punire gli sprechi e i comportamenti erronei delle aziende. Proprio il mondo industriale difatti, resosi conto che sul mercato erano vincenti non tanto i prodotti qualitativamente migliori, ma quelli con rivestimenti più curati e accattivanti, ha iniziato ad assumere grafici e pubblicitari specializzati riversando i costi del loro onorario sul prezzo finale del prodotto. E’ stato il trionfo del marketing, che però ha portato con sé anche un aumento dell’inquinamento.
Dissente da questo punto di vista il professor Angelo Montenero, coordinatore del corso di laurea in Scienza e tecnologia del Packaging attivo da oltre dieci anni presso l’università di Parma. Per Montenero gli imballaggi possono costituire una vera e propria risorsa economica e un elemento di protezione e salvaguardia dell’ambiente. La buona conservazione di un prodotto consente di diminuire notevolmente gli scarti (si pensi ai prodotti freschi che si mantengono) e di poter acquistare quantità superiori senza doversi spostare quotidianamente per comprare dosi minime. “Non è anche questo forse risparmio ambientale?” E’ vero – ammette Montenero – che talvolta si assiste a un eccesso di imballaggio per prodotti di dimensioni ridotte, ma questo fenomeno – che in gergo tecnico si chiama overpackaging – ha dimensioni ridotte, al massimo l’1% o il 2% dei prodotti commercializzati, anche perché un confezionamento troppo ingombrante, aumentando inutilmente lo spazio e i costi di trasporto e materiale impiegato, non è ben visto dalle aziende. Cavallari e Montenero concordano su un punto: in Italia la cultura del risparmio sui confezionamenti stenta a prendere piede, ma le cause di questo ritardo sono più di natura culturale che legislativa. Quando pochi anni fa la Barilla aveva scelto, per alcuni suoi prodotti, un imballaggio più sobrio, le vendite erano calate. Questo li ha costretti a rivedere la loro scelta. La Ferrero di Alba mantiene tuttora per uno stesso prodotto due linee di imballaggio diverse per Italia e Germania. Nella linea destinata all’Italia il rapporto tra imballaggio e quantità di prodotto è quasi al 50%, in quello per la Germania (dove le leggi sul riciclo sono più avanzate) il cioccolato costituisce la massima parte del prodotto. Proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica su questi sprechi, lo scorso dicembre Legambiente ha lanciato il curioso concorso fotografico No Pack!. L’invito rivolto ai partecipanti era di fotografare l’imballaggio più inutile o sproporzionato che avessero notato sul mercato. Ad aggiudicarsi il primo premio (una bici fatta con alluminio riciclato) è stata la foto di un imballaggio di 24x11x28,5 cm contenente una scheda magnetica di abbonamento a una tv privata. A questo spreco evidente si contrappone l’iniziativa promossa da alcune grandi catene di distribuzione che hanno recentemente iniziato a vendere prodotti come latte o detersivi con un sistema “alla spina”, attribuendo più valore al prodotto che al suo confezionamento. Come dire: non è tutto oro quello che luccica.

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