Le contraddizioni nella provincia di Torino, dove la raccolta differenziata tocca punte dell’ottanta per cento e nascono comitati che si rifiutano di pagare la tassa dei rifiuti. Quando la lotta è dell’individuo, piuttosto che di classe.
Raccolta differenziata? E io (non) pago. Nella virtuosa provincia di Torino, dove i due terzi dei rifiuti finiscono nel bidone giusto e non in discarica, con punte dell’ottanta per cento nei comuni più zelanti a fronte di una media nazionale di poco meno del trenta, c’è chi non ci sta. E di fronte agli aumenti della bolletta dell’immondizia, dovuti al nuovo sistema di raccolta porta a porta, ha chiuso il portafoglio.
Sono diverse migliaia i residenti nei comuni della cintura sud di Torino che, dal 2006, non sganciano un euro per la nuova tariffa rifiuti. È troppo cara, dicono: il 20% dei privati e il 60% delle utenze non domestiche ha deciso di non pagarla più. Il Covar 14, il consorzio che raccoglie i rifiuti in diciannove comuni, fra cui Nichelino, Piossasco, Bruino, Orbassano La Loggia, Vinovo, Moncalieri, dove “scioperano” centinaia di cittadini, ha già inviato le prime cartelle esattoriali; i cittadini, con il supporto legale del Comitato Spontaneo di Nichelino contro il porta a porta, le hanno impugnate, e una prima sentenza della Commissione tributaria provinciale ha dato loro ragione, a causa della “scarsa chiarezza” dei parametri di pagamento indicati nelle bollette. “Non ci stiamo rifiutando di pagare”, spiega Bruno Baldini, ex consigliere comunale dc e presidente del comitato; “abbiamo solo sospeso i versamenti, in attesa di avere trasparenza sugli aumenti”. Ma intanto il buco di crediti non incassati nelle casse del Covar, il consorzio che raccoglie i rifiuti della cintura sud di Torino, ha raggiunto nel 2007 i 18 milioni di euro, più uno di interessi e 250mila euro di spese legali, e rimane ancora incalcolato per il 2008.
Tutto ha inizio a ottobre 2006, quando in 7 comuni della cintura sud arrivano le prime bollette della nuova Tia, la “tariffa di igiene ambientale”, che ha sostituito la Tarsu.
Secondo il decreto Ronchi del 1999, tutti i comuni d’Italia avrebbero dovuto adottare una Tia entro il 2002. A colpi di proroghe nelle finanziarie di ogni anno, però, più di metà sono riusciti a tenersi la Tarsu, rimanendo per ora al riparo da sconvolgimenti. La nuova tariffa, infatti, pur intendendo sanare le ingiustizie della vecchia, commisurando il pagamento alla presunta quantità di rifiuti effettivamente prodotta e al tipo di attività svolta anziché alla sola superficie dell’immobile, si basa su parametri spesso lontani dalla realtà. La ratio è che il negozio di un fruttivendolo, che produce più scarti di una banca delle stesse dimensioni, sia tassato di più, secondo modelli nazionali calcolati teoricamente. “Nel 2005 pagavo 890 euro, ora 2240, e il bello è che legno, plastica e polistirolo li smaltisco tutti ai mercati generali, quindi fuori dalla Tia”, lamenta un fruttivendolo. “I nostri rifiuti – spiega la titolare di un distributore – sono tutti speciali, quindi li smaltiamo separatamente. Ma dai parametri Tia risultiamo inquinanti, dunque paghiamo 1800 euro in un anno solo per un po’ di carta”. Già da anni è pronta una legge che imporrebbe di adottare una tariffa puntuale, non calcolata su modelli teorici: ma anche in questo caso, ogni anno una proroga la fa slittare, e la legge finora è lettera morta. Gli aumenti sono anche dovuti al fatto che, mentre prima i comuni si sobbarcavano il 20-25% dei costi della raccolta, la Tia è tutta a carico del contribuente. Infine il servizio porta a porta, che non senza proteste e disagi ha sostituito le isole di prossimità dell’epoca Tarsu, è più costoso: servono più mezzi, più personale e raggiungere le singole case è più dispendioso.
E io non pago
E contro gli aumenti si scatenano le proteste. In molti dei comuni coinvolti nascono comitati contro la Tia, che si concentrano attorno al battagliero comitato nichelinese di Bruno Baldini, che imbraccia le redini della protesta. Cortei, discese in piazza, petizioni: a dicembre 2007 il Comitato di Baldini ha raccolto 5.000 firme e chiede un incontro al Comune di Nichelino. La giunta di centrosinistra rifiuta: “Con il comitato non si parla – aveva commentato l’assessore all’ambiente Gianpietro Tolardo – e 5000 firme sono il 10% della popolazione, quindi è stata una consultazione impopolare”.
A gennaio 2007, guidato dal Comitato, parte il boicottaggio delle bollette: i cittadini di Nichelino, Piossasco, Orbassano, La Loggia, Vinovo rispediscono indietro i primi seicento avvisi di pagamento. A fine mese sono già duemila solo a Moncalieri a non aver versato l’acconto 2006. “È il sindaco che è voluto arrivare al muro contro muro rifiutando di trattare con noi – protesta il presidente Baldini – e allora ci faremo sentire sul portafoglio. Nella Tia sono segnate voci assurde come il contributo per lo sgombero della neve, un servizio del Comune, non del Covar. E dobbiamo pagare l’Iva, quando una sentenza della Cassazione dice che la tassa rifiuti, in quanto tributo, ne è esente. Prima di riprendere i pagamenti, vogliamo vederci chiaro”.
Da gennaio 2007 in avanti, è tutto un susseguirsi di rate saltate, avvisi di pagamento sempre più intimidatori da parte del Covar, che minaccia fermi auto e pignoramenti, con risposte sempre più serafiche da parte dei legali del Comitato. Ad agosto 2008 arrivano ai morosi le prime cartelle esattoriali emanate da Equitalia, una società di riscossione crediti a cui si è rivolto il Covar. L’ufficio legale del Comitato le impugna presso la Commissione tributaria provinciale: il 10 febbraio 2009 sono in calendario le prime tre udienze, riguardanti la serrata dei pagamenti di tre negozianti piossaschesi. Il giudice della Commissione ha accolto la sospensione dei pagamenti, fissando il pronunciamento a maggio, quando se ne discuterà il ricorso.
Di rinvio in rinvio, intanto, il consorzio che raccoglie i rifiuti ha un buco di quasi 20 milioni, oltre a pendenze con l’Amiat che a gennaio 2007 erano di 8,5 milioni, 1 milione di interessi passivi sui crediti non riscossi, 250mila euro l’anno di spese legali. Il comitato esulta: “Non molliamo, il nostro motto, uniti si vince, sta dando frutti”. Esultano un po’ meno i cittadini che la Tia l’hanno pagata, ma pazienza. Anche perché se le battaglie legali dovessero protrarsi a lungo, e i crediti diventare inesigibili, il Covar 14 avrebbe diritto di rivalersi sui comuni, che lo risarcirebbero coi soldi dei contribuenti. E “se tutti i cittadini di Nichelino vincessero il ricorso sull’Iva – aveva dichiarato qualche tempo fa a La Stampa il sindaco Giuseppe Catizone – il costo complessivo della raccolta aumenterebbe di 800mila euro l’anno, perché la quota Iva diventerà una voce di costo”.
In due anni di schermaglie legali e “sospensione” di pagamenti, il Comitato di Bruno Baldini ha anche trovato il tempo di battersi per un’altra nobile causa: impedire l’apertura di un ecocentro Amiat a Nichelino. “Costa troppo, un milione e duecentomila euro – tuona l’infaticabile Baldini, incurante del fatto che la sua campagna pro-evasione sia costata almeno 15 volte tanto – ma soprattutto, i terreni su cui sarebbe dovuto sorgere hanno già una destinazione”. Sono orti demaniali: il Comune li ha affidati gratuitamente ad alcuni pensionati perché li coltivassero, una decina di anni fa, chiedendo loro solo un modesto contributo per trivellare un pozzo. Affidati, non venduti: ma ora che li rivuole, apriti cielo. “Non vorranno mica mandarli via”, si commuove il presidente del comitato. Morale, l’ecocentro si farà altrove. Forse.
E così a Nichelino passano i mesi, e si vedrà a chi daranno ragione. Ma nel frattempo il consorzio che si occupa della differenziata è paralizzato dai debiti, tanto che già a gennaio 2007 rischiava di vedersi chiudere le porte delle discariche Amiat per le pendenze allora in sospeso; e l’ecocentro per ora non si fa, mandando tonnellate di elettrodomestici e rifiuti ingombranti nella discarica prossima al riempimento di Basse di Stura. È la logica del “chiagni e fotti”: chi si lamenta più forte ottiene udienza e magari diritti. Per tutti gli altri si aggiornano le leggi, aumentano le tasse, migliorano i principi, ma niente cambia per davvero. Almeno non in tempo utile.




