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Un festival d’arte contemporanea in Palestina

GERUSALEMME. La terza edizione del festival Eternal Tour ha avuto luogo dal 5 al 11 dicembre a Gerusalemme e a Ramallah. Una trentina di artisti contemporanei, fotografi ed accademici venuti da tutta Europa si sono associati con artisti palestinesi per organizzare una settimana di eventi culturali a Gerusalemme e in diverse città della Cisgiordania.

Il concetto del festival Eternal Tour è nato nel 2008 nella mente dell’artista Donatella Bernardi allora residente in villa Maraini a Roma, presso l’Istituto svizzero di cultura. Interrogandosi sulla presenza di numerosi istituti stranieri di cultura a Roma, si è interessata alla la tradizione del Grand Tour, ripercorrendola in chiave critica, con riflessioni sul cosmopolitismo, il colonialismo, il rapporto tra cultura e dominazione e così via. Ne è scaturita l’idea di un festival nomade di arte contemporanea, che invita artisti e accademici a riflettere su tali tematiche prendendo spunto dal contesto locale. Eternal Tour si svolge su quattro anni, ogni anno in una città diversa. La prima edizione a Roma nel 2008 ha riunito un ventina di artisti per una settimana di performance, mostre, e conferenze, il cui successo sarebbe venuto meno senza l’aiuto fondamentale di Monica Postiglione, che ha messo in contatto il gruppo di artisti invitati -autoproclamati Eternal Turisti- con i residenti di Monti. La seconda edizione a Neuchâtel, in Svizzera, ha affrontato temi come l’enciclopedismo, l’idea di natura e l’Orientalismo.

Per preparare l’edizione 2010 di Eternal Tour, le due coordinatrici del festival, Donatella Bernardi e Noemie Etienne, si sono recate a Gerusalemme e Ramallah alla ricerca di partner. Presto si sono rese conto che lavorare assieme con Israeliani e Palestinesi sarebbe stato impossibile. Dopo lunghi dibattiti, è stata presa la decisione di lavorare solo con i Palestinesi, addirittura rispettando le regole del boicotto accademico contro Israele. Con l’aiuto di Jalal Najjar, Bashar Hasuneh e Olivia Magnan, residenti in Palestina, è stato possibile riunire i fondi necessari e contrattare le istituzioni culturali di Gerusalemme-est, Ramallah e Abu Diss le quali hanno ospitato gli eventi del festival.

Il Fiteiro Cultural di Fabianna de Barros, Al-Quds University. Foto di Daphné Bengoa

Il Fiteiro Cultural di Fabianna de Barros, Al-Quds University. Foto di Daphné Bengoa

L’università Al-Quds non si trova a Gerusalemme, come il suo nome potrebbe fare pensare, ma a Abu Diss, a 20 km di distanza. Par arrivarci bisogna prima attraversare un checkpoint. Inoltre, il muro di separazione passa davanti alle porte dell’università. È lì che l’artista brasiliana Fabianna De Barros ha costruito il suo Fiteiro Cultural, ovvero un chiosco aperto in legno con una grande tavola centrale. Il Fiteiro Cultural esiste solo quale opera d’arte, spiega Fabianna, se la gente del posto ne prende possesso. Infatti due artisti invitati hanno approfittato della struttura per lavorare con gli studenti palestinesi. Olaf Westphalen a organizzato un workshop sui media, facendo riprodurre agli studenti di belle arti immagini d’attualità per mezzo di una camera oscura. Gabriele Oropallo, traduttore del libro di Eyal Weizman (Architettura dell’Occupazione, Mondadori, 2009), ha proposto un esperimento di public history. Raccogliendo storie personali legate a dei luoghi in Palestina, ha prodotto un film con gli studenti.

Il Kairn dei KLAT a Gerusalemme. Foto di Enrico Natale

Il Kairn dei KLAT a Gerusalemme. Foto di Enrico Natale

Il collettivo di artisti ginevrini KLAT, vicini agli ambienti dei centri sociali, voleva lavorare con le pietre, “i più vecchi abitanti della terra santa”. Hanno eretto dei Kerns, cumuli di pietre trovate sul posto, in diversi luoghi fortemente simbolici: il monte Sinaï, Petra, Jericho, Herbron, Jenine e Gerusalemme. Queste costruzioni arcaiche – fra le prime documentate nella storia umana – permettono secondo i KLAT di mandare un messaggio che vada oltre le diverse tradizioni, anzi che ne parassita i luoghi sacri, spesso costituito anch’essi di vecchie pietre. “Ma non interpretatelo come un manifesto pacifico, avvertono, il nostro è piuttosto un commento cosmologico.” Per la presentazione a Gerusalemme, svoltasi in una chiesa tedesca luterana grazie alla benevolenza di un pastore amante d’arte, i Klat hanno chiesto al pubblico di trasportare le pietre dal cortile sul tetto, trasformando per un momento i partecipanti in un corteo di penitenti. Il Kairn è stato quindi ricostruito sul terrazzo della chiesa, con la vista aperta sul Duomo della Roccia, ma anche su una colonia di ebrei ortodossi installati sui tetti a due passi da lì.

Pain Killers, di Majd Abdel Hamid. Foto di Dominique Fleury

Pain Killers, di Majd Abdel Hamid. Foto di Dominique Fleury

L’ultimo week-end i partecipanti del festival si sono spostati a Ramallah, per incontrare artisti e professori palestinesi che non possono recarsi a Gerusalemme. Infatti solo i Palestinesi residenti a Gerusalemme prima della sua annessione ad Israele nel 1967 possono circolare tra la capitale e la West Bank. Gli altri devono richiedere autorizzazioni speciali. Tra i vari progetti presentati, Picasso in Palestina è l’impresa audace del direttore del’International Academy of Art di fare venire a Ramallah un quadro di Picasso, conservato in Hollanda. Le complicazioni logistiche sono tali da essere di per sé un opera d’arte, dichiara il direttore, prima di concludere che ha comunque buone speranze. L’artista Majd Abdel Hamid ha costruito un modello in miniatura della moschea della Roccia, usando come materiale pillole antidepressive. Utilizzando il monumento-simbolo della Gerusalemme araba, l’opera sovrappone le aspirazioni dei palestinesi verso Gerusalemme alla realtà di un consumo in continuo aumento di medicamenti psicoattivi in Palestina. Infine la conferenza di Rema Hammami, docente di Woman Studies all’università di Birzeit, prende spunto dalla sorpresa dei partecipanti europei al riguardo del esistenza di studi femministi in Palestina per fare un analisi critica dello sguardo occidentale sulle donne musulmane. Ricorda che una quota di 20% di donne è stata introdotta nelle elezioni locali in Palestina, una misura che non esiste in Europa. Parla anche del movimento gay, che secondo lei, ha una sua esistenza sociale in Palestina, anche se non rivendicata nella sfera pubblica. Il principale problema risiede nel divario fra la difesa dei diritti delle donne, promosso dalle ONG internazionali, e le lotte femministe locali, che tendono sempre di più ad avere luogo all’interno della sfera religiosa.

Trarre un bilancio globale di una settimana densa di eventi e di incontri in Palestina risulta difficile. Una considerazione personale tuttavia su come si vive l’esperienza del viaggio in terra santa: appare abbastanza chiaro che arriviamo tutti a Gerusalemme portando con sé un immaginario, referenze culturali, certe aspirazioni e certe paure. Tali impressioni sono tanto più consistenti considerato che Gerusalemme è storicamente e culturalmente connotata per essere il centro di tante tradizioni e il teatro di tante storie. Queste narrazioni, talvolta antagoniste, concorrono in modo diretto al vissuto individuale di ciascuno. L’esperienza della città si vive dunque, par alcuni, in un continuo succedersi di re-impressioni che tracciano un quadro ogni giorno più complesso, e per gli altri, nella continua e contraddittoria riaffermazione di vecchie storie sulla realtà.

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