TOKYO. Scendo alla fermata Meiji-Jingumae, uno delle centinaia di punti di accesso alla gigantesca rete di trasporto pubblico di Tokyo. La stazione della metropolitana è ad un incrocio tra due ampie strade trafficate, con i larghi marciapiedi e le vetrine scintillanti che caratterizzano il popolatissimo distretto di Shibuya. Entro in un negozio di souvenir, e mentre osservo divertito un espositore carico di portachiavi di Hello Kitty, sento una lunga vibrazione nel pavimento, come quelle che si sentono sopra le linee della metropolitana.
Il fenomeno dura un po’ troppo, e penso che si deve trattare di un treno molto lungo che sta passando a tutta velocità proprio qualche metro sotto di me. La vibrazione aumenta, e i portachiavi iniziano debolmente a oscillare. Gli altri clienti si scambiano occhiate veloci e si dicono qualcosa in giapponese. Ci dirigiamo tutti verso l’uscita del negozio, mentre la vibrazione inizia a muovere il pavimento. Fuori, ho l’impressione che tutto si svolga al rallentatore. Il flusso di traffico stradale si congela in pochi istanti, e centinaia di persone camminano con passo incerto verso il centro della strada, guardando verso l’alto come se stesse per arrivare un attacco aereo.
Le gambe mi portano ad un’isola di traffico, vicino a un giapponese di mezza età. La prima catena di pensieri che affiora nella mia mente riguarda il fatto che i terremoti in Giappone sono fenomeni comuni, che prendono di sorpresa i visitatori. Gli chiedo con aria forzatamente serena “Is this normal?”, indicando il suolo e pregando per una risposta affermativa. L’uomo decodifica la domanda e risponde serio, senza esitazione, che “no, not normal, big, very big”, per poi rivolgere gli occhi verso l’alto.
Le scosse aumentano di colpo. L’asfalto inizia a muoversi orizzontalmente, con irregolari e potenti movimenti ellittici, prendendoci tutti di sorpresa. Alcuni gridano, altri cadono a terra, la maggior parte rimane in piedi e lotta per mantenere l’equilibrio, guardando verso la cima dei palazzi circostanti. Le vibrazioni si trasmettono con violenza a tutti gli oggetti visibili, uffici da 6 piani, condomini, alberi, segnali stradali blu, semafori rossi e verdi, lampioni spenti, automobili ferme, pullman pieni di passeggeri, finestre socchiuse, porte scorrevoli aperte, vetrate pulite, scaffali, cespugli ben potati, centraline elettriche, marciapiedi asettici, ringhiere appena riverniciate. Tutto l’arredo urbano viene sconquassato da un’invisibile tempesta energetica, generando un inquietante rumore di ferraglia sbattuta.
Le scosse si trasmettono attraverso le gambe al petto, alle braccia e alla testa. Fiumi di adrenalina entrano in circolo, e il battito cardiaco aumenta di intensità e ritmo dandomi l’impressione che il torace sia gonfio come un palloncino prossimo a scoppiare. Il cuore rimbomba nel cranio, e non riesco più a capire se le scosse arrivino dall’esterno o se sia io a produrle. Incrocio gli sguardi di altre persone, senza riuscire a vedere altro che terrore. Sono sospeso con un’umanità impotente e indifesa, che centinaia di simulazioni anti-sismiche fin dall’asilo non hanno preparato meglio di me alla morte possibile che ci attende in agguato tra le scosse.
Attorno alla fermata di Meiji-Jingumae non ci sono grattacieli, autostrade e ferrovie sospese e grandi cavi elettrici che invece opprimono molti quartieri della metropoli. Da dove mi trovo non si vedono palazzi che superano i 5-6 piani. Li guardo tutti vibrare paurosamente, calcolando improbabili percorsi di fuga in caso di crolli. Alcuni vetri si spaccano, ma con discrezione, senza esplodere. Una libreria al quarto o quinto piano di un palazzo viene lanciata verso la finestra e la sfonda rimanendo incastrata in diagonale, mentre alcuni libri volano verso il marciapiede sottostante, deserto, seguiti da centinaia di occhi sbarrati.
Mentre le scosse non diminuiscono di intensità, guardo a terra l’asfalto che si muove rapidamente. Ricordo improvvisamente di essere su una città multistrato, con profonde strutture sotterranee che ospitano stazioni ferroviarie, ristoranti, uffici e supermercati. Mentre i palazzi vibrano come blocchi di gelatina, nella mia mente si affollano immagini di gallerie che si accartocciano sotto tonnellate di cemento e acciaio, di voragini che fendono l’asfalto per inghiottire tutto nelle viscere della terra.
Dopo un tempo infinito – che scoprirò ammontare solo a due minuti – la velocissima sequenza di pensieri premortem si affievolisce e mi accorgo che le scosse stanno diminuendo di intensità. Lo capisco dalla sensazione delle gambe che tremano, che fino a quel momento non riuscivo neanche a percepire. Gli sguardi si incrociano con maggiore frequenza, sui volti cianotici compaiono smorfie simili a sorrisi. Il terremoto si spegne, come una lavatrice che ha finito il suo ciclo distruttivo. Le gambe vorrebbero cedere, ma l’adrenalina mi tiene in piedi, mentre barcollo ricercando un punto di equilibrio. Sorrido inebetito, respiro a fondo, e osservo le persone attorno a me uscire progressivamente dalla paralisi. Alcuni iniziano a parlare, e non ho bisogno di capire il giapponese per sapere che stanno dicendo che il peggio deve essere passato.
Noto un uomo elegante dai tratti nord-europei vicino a un’aiuola. Muovo qualche passo incerto nella sua direzione, nelle modeste possibilità dei miei arti tremanti, e gli chiedo se parla inglese. “Sono inglese”, risponde lui. Gli chiedo che cosa sta succedendo. “Non lo so. Faccio l’architetto qui da anni ma non ho mai visto nulla del genere”. Poi indica l’edificio di vetro e acciaio che abbiamo di fronte. “Quello l’ho progettato io. Se mi crollava addosso, almeno sapevo a chi dare la colpa”. Rido di gusto, frenando l’impulso di abbracciarlo. È difficile crederlo, ma siamo tutti vivi.




