di Besa Mone (Albania)
In Albania lavorava come ingegnere meccanico in un’azienda della sua città. Con il cambiamento del regime aveva perso il lavoro ed era disoccupata e così, un giorno, fu costretta a seguire in Italia il marito, che già da due o tre anni faceva su e giù.
Doveva fare il ricongiungimento familiare in modo da legalizzare il suo arrivo in Italia. Il giorno in cui ebbe il visto, presso l’Ambasciata Italiana a Tirana, si sentiva come se stesse camminando con la schiena più dritta. Diventò come quei cittadini europei, che viaggiano all’estero con l’aereo o con la nave. In passato i suoi familiari le avevano proposto di raggiungere suo marito in Italia col peschereccio. Bastava pagare una somma di denaro e non avrebbe avuto più bisogno di andare varie volte all’Ambasciata. Lei non accettò. Non si sentiva in grado di intraprendere una tale avventura e non aveva fretta di aspettare. Era meglio aspettare un po’ di tempo e conservare per sempre la dignità.
Giunta in Italia anche lei, come alcune delle sue amiche, preferiva non svelare che lavoro facesse. Da ingegnere con un proprio ufficio nel suo paese, sommersa dai progetti, adesso le toccava pulire gli studi degli avvocati o dei commercialisti italiani. Quando prendeva nota dell’indirizzo dello studio che doveva pulire, prima chiedeva di che tipo di studio si trattasse. Non le era ancora capitato lo studio di un ingegnere e non sapeva come avrebbe potuto reagire se le fosse accaduto, per questo voleva saperlo prima.
Avrebbe potuto fare la colf o la badante, ma preferiva lavorare negli studi, perché gli orari (di prima mattina, oppure durante la pausa pranzo, quando anche i negozi erano chiusi), le consentivano di sfuggire agli occhi di chi la conosceva.
“Ecco, ha studiato così tanto e adesso lava i bagni degli italiani” – avrebbero potuto dire, e questo non poteva sopportarlo. Sapeva che era la realtà, l’amara realtà, ma dietro questa frase sentiva il disprezzo sputatole in faccia. Mantenendo il suo segreto, cercava di proteggere la sua immagine di ingegnere. Si vestiva anche qui come faceva in Albania, cercando di curare il suo aspetto e il suo abbigliamento in modo consono. A volte, quando usciva di pomeriggio per prendere un caffé con le amiche, indossava un paio di jeans bianchi e una giacca sfiancata color azzurro, un paio di sandali abbinati alla giacca, che con grande difficoltà aveva trovato sulle bancarelle dell’usato. Pensava che, pur se le avesse comprate nuove (spendendo anche molti soldi), dopo averle indossate due o tre volte si sarebbero consumate come quelle usate, quindi sarebbe stata la stessa cosa. In questo modo, almeno, risparmiava.
A questa tenuta amava abbinare un paio di collane di perline intrecciate tra loro, una bianca e una di color azzurro. Anche se possedeva degli orecchini di entrambi i colori, non li indossava, perché pensava di esagerare. Sapeva aggiustarsi i capelli, come se fosse andata dal parrucchiere. Almeno esternamente cercava di mantenere ancora l’immagine della donna che era prima.
Il brano di Besa, tratto dal libro Lingua Madre Duemilanove – Racconti di donne straniere in Italia (edizioni Seb27), è stato messo gentilmente a disposizione dal Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre, inaugurando una sezione di testimonianze di lavoro di donne immigrate in Italia sul Contesto.
Questa testimonianza è stata raccolta per il numero speciale del Contesto sul lavoro, in uscita a fine giugno 2011. Hai anche tu una storia di lavoro da raccontare? Ti interesserebbe pubblicarla sul Contesto? Qui trovi le istruzioni per contribuire con il tuo racconto.




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