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Il fantastico (e lontano) mondo del lavoro

Quando mi son seduto davanti al computer per scrivere queste due linee che mi erano state chieste mi sono chiesto che tipo di contributo potevo realmente apportare. Di certo, non potevo offrire spunti di carattere teorico: mi sarei potuto limitare all’ambito dell’esperienza personale. Ed in questo caso, sperando che il tutto non si sarebbe tradotto in riflessioni amareggiate di un giovane disoccupato, ma piuttosto, il più possibile, in una lucida digressione su me e… il Lavoro, questa entità piena di accezioni filosofiche ed insieme pratiche.

Foto di Enrico De Santis

Il Lavoro… comincio dall’inizio e provo a ricordare quando ne sentii parlare per la prima volta, quando presi, nella mia testa, a farmi un’idea di cosa volesse dire. Certamente era il motivo che teneva mia madre lontana da casa. Soprattutto però l’associavo a mia nonna, bracciante, e mio nonno, già immigrato vicino Milano e operaio in una fabbrica di mattoni, una fornace. Lo chiamavano, nel loro dialetto, “fatiga”. “Vaiu a fatigari”, vado a lavorare; non certo presagio di qualcosa di gradevole. Come la sua variante siciliana, travagliu, che se in altre lingue romanze è sinonimo di lavoro (trabalho, trabajo, travalle), per noi è solo associato allo sforzo, quando non al dolore, acuto come quello del parto.

 

Devo riconoscere che in realtà mi appariva abbastanza privo di connotazioni, tanto negative come positive, neutro. Forse era dovuto al fatto che io provenissi da una famiglia benestante, o benestante in maniera sufficiente da permettermi di non lavorare per pagarmi l’università, le vacanze, etc… Per anni quindi per me lavorare è stato qualcosa di lontano, di non necessario, o, meglio detto, di non urgente. Anzi, poteva rubare tempo prezioso all’insaziabile sete di esperienza di un giovane. Era accettabile finché esso stesso rappresentava un’esperienza di vita. Quindi fin quando era sempre nuovo, e corto abbastanza per non arrivare a stancarmi.

Nel mezzo del cammin universitario la mia concezione del lavoro cominciò a mutare, secondo un processo di “maturazione” che credo comune a quell’età. Passò ad essere da un’esperienza formativa e “divertente” a una sorta di dovere morale. Anche fossi stato miliardario, era arrivato un momento in cui era insostenibile vivere interamente a spese della famiglia.

Dall’altra, anche volontà di mettersi alla prova, di misurarsi e sentirsi capace di poter lavorare. Infine, mi appariva essenziale per costruire un buon CV da mostrare una volta uscito dall’università, si trattava di dare il primo passo nella costruzione della propria carriera. Così facendo poi, pensavo veramente che sarei potuto essere e fare quello che volevo, una volta uscito. Si trattava, così, solo di scegliere…

Ma ancora limitavo il lavoro al mondo dell’esperienza, e quindi apprezzavo ogni piccolo lavoretto, ogni stage, ogni opportunità come un arricchimento, e sentivo anche le esperienze negative come un valido insegnamento per il futuro.

Infine, usciti dall’università, il lavoro diviene, da un dovere morale, una necessità pratica come tutti la conosciamo. Ma il lavoro bisogna andarlo a prendere, vive da un’altra parte, in un fantastico pianeta che porta il suo nome. Arrivati a questo punto, oggigiorno, la scoperta del selvaggio mondo del lavoro, nella galassia lontana dove ora si trova – mentre si allontana sempre di più, non può non suscitare un gran numero di interrogativi.
Personalmente, ne ho qualcuno, che citerò senza alcuna pretesa di sviscerarli.

La prima questione, una cosa che mi affascina assai, se così si può dire, è lo scontro generazionale che si consuma nel pianeta lavoro, e che già è stato analizzato da vari studiosi. E’ terribile, ma noi giovani paghiamo, con la nostra assenza di diritti, quelli sacrosanti dei nostri genitori e dei nostri nonni, a cui finiamo per pagare la pensione. Per questo, dovrò smettere di sentirmi in colpa quando mia nonna mi allunga le “centomila lire”…

Vorrei concludere con un ultimo dubbio, e che vorrei condividere, visto che mi assilla rispetto al futuro lavoro, se mai un giorno dovessi incontrarlo: il lavoro, come si dice e si sente, nobilita veramente l’uomo? Meglio questo lavoro… Mi spiego: nobilita e accresce e rende più degno lo spirito umano lavorare come uno schiavo e senza alcun diritto, o piuttosto vivere di espedienti sì, ma con il tempo per leggere, passeggiare, vedere un film, etc?

Oggi coi razzi si va sulla luna e forse oltre, ma non si sa ancora cosa serva per arrivare al mondo del lavoro.

Questa testimonianza è stata raccolta per il numero speciale del Contesto sul lavoro, in uscita a luglio 2011. Hai anche tu una storia da raccontare? Qui trovi le istruzioni per contribuire con il tuo racconto.

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Commenti

  • http://Sito... Ingrid

    Parole sante! E ben scritte!

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