Come si può fare, nella pratica, ad incidere sullo sviluppo ed a coordinarlo? Come ragiona un amministratore locale quando gestisce un territorio vasto come la Provincia di Torino? E, in questo contesto, cosa ci fa una donna?
Cosa l’ha spinta ad entrare in politica?
Io ho sempre fatto politica, se per politica si intende attività nei movimenti, interesse per le questioni di tipo collettivo.
Non avevo mai fatto politica ‘istituzionale’. Come professore universitario io insegno economia, ma mi sono sempre occupata di economia dell’ambiente; nell’’85 sono stata contattata dall’allora PCI, che mi ha chiesto di candidarmi in Consiglio regionale, per occuparmi delle tematiche ambientali. Ho accettato per vedere cosa si poteva trasmettere di quello che sapevo, delle battaglie che facevo, dentro l’attività istituzionale.
E’ riuscita negli obiettivi che si era posta all’inizio, quando ha iniziato a ricoprire una carica istituzionale?
In parte sì, nel senso che dall’opposizione credo di avere presentato quasi tutte le leggi sugli attuali parchi piemontesi, la legge sulla valutazione d’impatto ambientale, tutta una serie di cose che sono riuscita a fare approvare, anche se con modifiche, perché dall’opposizione bisogna trattare.
Come assessore ho avuto la pianificazione territoriale, i parchi e la difesa idraulica, tra l’altro quell’anno c’è stata la prima alluvione e quindi è stato istituito il Piano d’Area del Po, uno strumento di pianificazione che tutela e salvaguarda il Po.
Nel complesso non sono insoddisfatta di quell’esperienza… Poi non si riesce mai a fare tutto, anche perché uno fa parte o di un’opposizione o di una maggioranza. Però è stato interessante e mi ha insegnato molte cose anche sulla difficoltà di tradurre teorie, ipotesi, opzioni scientifiche, in realtà.
Quando mi hanno offerto di candidarmi a Presidente della Provincia mi ha attratto il fatto di essere il numero uno, sperimentare la responsabilità totale di un’amministrazione, e anche il fatto che normalmente le donne non hanno di questi compiti.
Dalla sua posizione ci può descrivere in cosa consiste, quotidianamente, il lavoro di un politico?
Io più che un politico sono un amministratore. La Provincia deve svolgere tutta una serie di attività normali, correnti: gestire competenze, contributi, autorizzazioni, controlli.
Il compito generale delle nostre istituzioni, però, è quello di promuovere e coordinare lo sviluppo nel nostro territorio. Dico coordinare perché la Provincia di Torino ha 315 comuni, e ognuno ovviamente pensa a sé, il rischio è di un grande caos. I compiti attribuiti alla Provincia non sono solo promuovere lo sviluppo, ma anche coordinare i comuni del suo territorio per perseguire – se possibile – obiettivi comuni. Questi sono compiti più complessi: abbiamo sviluppato il sistema dei Patti Territoriali – cioè della concertazione per lo sviluppo - sia su questo che sull’Agenda 21 (che è il programma che, dopo la Conferenza sull’ambiente di Rio de Janeiro, coinvolge tutte le forze economiche, sociali e scientifiche per coordinare le politiche di sviluppo, quelle di protezione dell’ambiente e quelle sociali, n.d.r.)
Poi ci sono state le riforme istituzionali. Adesso si parte dal basso: comune, provincia, regione, stato; non più dall’alto, dallo stato verso gli enti locali. Abbiamo ridisegnato tutto. Trasferimenti pazzeschi di competenze e di risorse: è stato un lavoro di riforma che ha preso moltissimo tempo.
Altro filone molto grosso di lavoro, almeno per me, è quello dei rapporti con l’Unione Europea. C’è un “parlamentino” dei poteri locali, il Comitato delle Regioni e degli Enti locali, che dà pareri su tutte le direttive comunitarie che coinvolgono la responsabilità delle Regioni e degli Enti locali.
Lei prima ha parlato di come il fatto di essere il numero uno sia particolare per una donna, proprio perché la politica tradizionalmente è fatta dagli uomini. Qual è stato, come donna, il suo rapporto con questo ambiente principalmente maschile? Ha incontrato problemi, difficoltà ad inserirsi?
In realtà non molto… forse è più difficile entrare: spesso le donne hanno resistenza ad entrare e l’ambiente politico non tende spontaneamente a sceglierle. Allora alcune di noi hanno avuto il vantaggio che, siccome comunque ci volevano anche un po’ di donne, veniva creata sempre una quota implicita…
Discriminazione positiva?
Azioni positive. Dopodichè, se una è brava, una volta entrata non incontra grandi difficoltà.
Sul fatto di essere il numero uno, molti si aspettavano che gli elettori avrebbero resistito un po’ a votare donne sindaco, donne presidenti di Provincia, di Regione; in realtà, soprattutto dopo Tangentopoli, forse gli elettori vedevano le donne come elementi di garanzia, di correttezza ed onestà amministrativa perché sono state molto raramente coinvolte in vicende di scandali. Se c’è una caratteristica del modo d’essere femminile – e questo io noto con le donne assessore, con le donne consigliere – è proprio quella di essere molto legate al concreto e avere più senso del servizio di quanto normalmente abbiano gli uomini. Poi c’è anche naturalmente l’ambizione personale, però prevale il senso del dovere, e anche quello della praticità, dell’essere libera e del voler fare delle cose. Mentre in politica ci sono molti uomini – per fortuna non sono tutti così – che vogliono soprattutto parlare, più che fare, le donne amano molto fare le cose.
Ogni tanto mi dicono “ Sono tutte donne, nella sua Giunta?”, solo perché sono sei donne e otto uomini, oltre a me!
Qual è il suo contatto con la base, con gli elettori, con i cittadini?
I rapporti con i cittadini sono spesso mediati dai media. La formula ricorrente è “Ah, sono contenta di conoscerti, perché ti vedo sempre in televisione”: l’idea è che tu sei reale, legittimo, perché ti hanno visto in televisione, solo allora la conoscenza è importante!
Le persone con le quali si entra in contatto sono tutte quelle che sono organizzate (associazioni, movimenti, imprese, organizzazioni di volontariato…), quelle cioè che, o per motivi di lavoro o per motivi di volontariato, contattano l’amministrazione pubblica. Poi c’è una fascia, in larga parte i giovani, che sfugge completamente a ogni contatto: non accende la tv, non legge i giornali, se ti sente alla radio cambia stazione, non si interessa alla politica, non ha contatti con l’amministrazione pubblica. Con questa fascia di elettori - ammesso che poi voti - non si riesce ad entrare in contatto, e questa è una delle preoccupazioni maggiori.
Secondo lei come si potrebbe entrare in contatto con queste fasce?
Onestamente non lo so. Si dovrebbero offrire loro luoghi di aggregazione, nei quali poi entrare in contatto, ma non è semplice perché c’è un pezzo che proprio rifiuta il contatto con le istituzioni. Questo è un errore perché dalle istituzioni si può ottenere molto. Questo discorso non vale solo per i giovani, ma anche per gli anziani, che tendono a non uscire di casa e a sentire solo ciò che dice loro la televisione.
Come giudica il bisogno di fare politica sfruttando nuovi canali, come i movimenti? Qual è il rapporto con le istituzioni?
Io sono reduce da Firenze dove abbiamo tenuto l’Assemblea delle istituzioni locali, e sono stata anche a Porto Alegre. Secondo me bisogna che ci si occupi e che si faccia parte di un movimento, non solo di volontariato, ma anche politico. Chi non si interessa dei problemi del mondo ma pensa solo a comprarsi cose firmate è povero dentro e si trova in un mondo dove non capisce cosa succede. Far parte di un movimento ti obbliga a capire come funziona la tua società e come funziona il mondo. Le risposte che ti darai potranno essere di vario tipo, ma l’importante è che quando sei giovane ti ponga anche il problema di cambiare la società. Se no sei povero dentro, ti autoisoli da un flusso di comprensione del mondo, e questo secondo me è terribile! I movimenti sono momenti formativi dell’opinione, con cui le istituzioni devono dialogare e, nei loro limiti, dare delle risposte. Sono uno dei canali attraverso i quali entrare in contatto con la società.
Se ci sono vuol dire che la società è ricca.
Quanto conta per chi fa politica l’abilità retorica?
Ovviamente conta moltissimo. In un comune piccolo, dove tutti si conoscono, conta naturalmente di più la persona così com’ è, non tanto cosa dice e come lo dice, dal momento che tutti già sanno chi è. Man mano però che si va verso l’alto la sua importanza cresce.
Secondo me con le persone si entra in contatto dicendo quello che si pensa, la gente in fin dei conti percepisce quello che dici e si accorge se ci credi.
Come questo venga poi usato dai media, con frasi tagliate ad arte dall’intervistatore, è poi un altro discorso.



