Al colloquio la signora della gelateria mi domandò cosa volessi dalla vita. La guardai sorridendo. Ottima domanda, madame Tetrallini, davvero complimenti. Insomma, domandare della vita così a bruciapelo è come accendere tutti le luci durante una festa. E’ come spalancare le finestre, interrompere la musica, dividere le coppie che ballano i lenti e domandare a tutti gli invitati se si stanno divertendo. Uno per uno, nessuno escluso. E voi, vi state divertendo?
Riuscii comunque a uscirne bene, inventandomi che scrivevo di cinema. Dopo qualche giorno mi richiamarono, parlandomi di ferie, di disponibilità, di contratto. Ululai dalla gioia, sì perché pensai bene di essere a bordo. Finalmente un lavoro. Stagionale, d’accordo, ma almeno per qualche mese avrei potuto evitare di pensare al lato oscuro delle strade. Qualche capriccio, gonfiare i forzieri, spingermi avanti di qualche mese e poi vedere come si muovevano le cose. Ero contento, sul serio. Quella gelateria aveva affisso un elegante cartello retrò che diceva Cercasi gelataio anche prima esperienza. Mi piacque un sacco, anche perché di esperienza ne avevo, e poi quel cartello era davvero retrò. Fu come vivere in altri tempi, in tempi senza crisi, senza paturnie, in cui era il lavoro che trovava te. Come negli anni 50, come in quei romanzi di formazione che divoravo e in cui i giovani protagonisti entravano in botteghe o in strade anonime chiedendo se c’era qualcosa per loro. In questi romanzi i negozi erano chiamati botteghe e, proprio cose d’altri tempi, nessuno ti chiedeva di corsi professionali, di specializzazioni. Ti dicevano solo che se avevi voglia di lavorare, il lavoro c’era. Era già una sicurezza.
Nella gelateria fu più o meno così. Un lavoro d’altri tempi, un cappellino, il sorriso facile e tanta pazienza. Non che avessi pretese. Per come andavano le cose preferivo dieci piccoli lavori stagionali a un solo lavoro stabile, sicuro e monotono. Folle forse, ma credevo talmente tanto in quei romanzi di formazione da volerne scriverne uno, prima o poi. Quindi…
Comunque, ne ero certo. Ero a bordo. Contento e sicuro che fosse il 1951 mi preparai al mio primo giorno di lavoro. Negli esaltanti preparativi mi chiamavo Kid polvere-di-stelle, così mi sarei presentato alle mie colleghe, una volta conquistata la loro confidenza. Le avevo conosciute e ci eravamo stretti la mano. Una era alta e secca. L’altra era bassa e larga. Quella alta e secca aveva il viso severo. Quella bassa e larga il viso simpatico. Le rividi entrando nella mia bottega, ma subito capii che non eravamo soli. Giunto in gelateria con qualche minuto d’anticipo, mi fecero aspettare su alcuni sgabelli proprio di fronte al grande bancone dei gelati. Indossavo una maglietta bianca, ero rasato di fresco e avevo il sorriso facile, ma non ero solo. Attesi seduto accanto a un ragazzo. Anche lui indossava una maglietta bianca. Anche lui era sbarbato e aveva pure lui il sorriso facile. Che caso, era anche il suo primo giorno di lavoro. Che coincidenza, era anche il mio e per giunta nella stessa gelateria. La porta si aprì ed eccone altri due. Maglietta bianca, sorriso facile. Un lampo nei nostri occhi e intuii che non ero a bordo, nessuno lo era. Fu come ingoiare un cucchiaio di gelato acido e gelido, e sentirlo scendere lentamente lungo l’esofago. Nessuno di noi, nessuno di quei gemelli, di quel coro a cappella, era a bordo. A malapena eravamo su una stretta scialuppa che imbarcava acqua. Parlottammo e tutti sapevamo bene che solo per qualcuno sarebbe stato il primo giorno di lavoro. Quella era una prova non retribuita.
La palla di gelato continuava ad attraversarmi l’esofago, gelida e acida. Fu quando una ragazza abbandonò la bottega lasciandomi in pegno il suo cappellino da gelataio, che capii di essere stato fregato. Auguri, mi disse e bastò per sciogliere tutto il gelato nei pozzetti. Mi chiamarono e andai a prepararmi in uno sgabuzzino. Spiando lì attorno notai un post-it attaccato a un tavolo. Sopra erano segnati una decina di nomi, tra cui il mio. Accanto a ogni nome un orario. Il mio diceva 16:30, 17:00. No, non andava bene per nulla.
Arrivai dietro al bancone e anche il mio primo gemello era pronto. Eravamo nelle mani delle due gelataie. “Allora, chi comincia?”, chiese quella alta e secca. In un lampo, nel tempo in cui una goccia di gelato avrebbe impiegato a toccare terra dal cono ormai sciolto, fissai entrambe. Mi ricordai allora dell’immagine dello sbirro buono e dello sbirro cattivo, perché così si presentarono. Forse feci troppo il brillante, credendoci davvero. Avanzai di un passo e dissi “Eccomi”, e fui nelle mani dello sbirro cattivo. Il gelato era zuccheroso, dolce, faceva contenti bambini e nonni, avvocati e pensierosi professori, perché allora quella gelataia era acida come una stanca venditrice di sciroppi al limone? Fui al suo fianco e mi tallonò come se le dovessi stare proprio antipatico. Sentivo il suo disagio nei miei confronti, la sua arcigna supremazia e continuò a punzecchiarmi come se avessi scritto in fronte Io odio il gelato. Oddio, non mi fa impazzire, ma nemmeno la notte spaccio focacce salate e fette di salame. Non le piaceva come tenevo il cono nella mano, non le piaceva il bianco della mia maglietta, e io potevo solo sorriderle e alzare le spalle. Poi il non senso, l’intero non senso di tutte le vite del mondo, s’incarnò in una frase: un cono da 2 euro deve contenere esattamente 90gr di gelato. Era così negli anni 50? Feci alcune prove, spalmando il gelato sui coni che si sciupavano subito. Li facevo e li pesavo. Il non senso incarnato. 50gr. 85gr. 93gr. Ogni volta ero costretto a ributtare il gelato nel pozzetto e a rifarlo da capo, senza sosta, senza sorrisi, senza poterne ridere, e lo sbirro cattivo, la gelataia alta e secca, mi pizzicava le orecchie con sospiri di rassegnazione. 77gr. 100gr. C’è gente che crede in queste cose, che crede in 90gr di gelato in un cono. Poteva Kid polvere-di-stelle sopportare tutto questo?
Dietro al bancone, come me, si muoveva anche il mio gemello sbarbato. Ovviamente lui era nelle mani dello sbirro buono. La gelataia bassa e larga era tutta un’altra faccenda. Era davvero lo sbirro buono: era lei a scusarsi, gli diceva bravissimo, gli mostrava come fare, gli strizzava l’occhio. La mia gelataia solo una volta ridacchiò a una mia battuta, ricomponendosi subito come se avesse esagerato a mostrarmi troppa umanità. Davanti a me, come birilli, come bersagli di legno di un carrozzone da fiera, gli altri ragazzi attendevano quello strano supplizio. 92gr. Bene, mi stavo avvicinando. E poi?
Il pomeriggio era tiepido e la gelateria si riempì di clienti. Due nonni col nipotino. Alcune studentesse. Una ragazzina carina. Quella la fai tu, ordinò lo sbirro cattivo. Molto bene, ero pronto a giocare il mio asso nella manica, la mia virtù che aveva già conquistato altri datori di lavoro e con cui ero diventato il piccolo regnante di altre botteghe: la fidelizzazione del cliente. Sorrisi alla ragazzina, come il miglior gelataio. Affabile, ma serio. Compito, ma sornione. “Ciao, dimmi pure”, e il mio sorriso le parlò già di nocciola e pistacchio, di biscotto croccante e frappè alla fragola. 90gr solo per te, bambina. Ciao, dimmi e la ragazzina rispose sorridendo a sua volta. Mi parlò ma non riuscii a capire nulla, qualcosa mi aveva distratto. La gelataia alta e secca mi aveva colpito col gomito nel fianco. Simulò un colpo di tosse e mi si avvicinò all’orecchio, sgridandomi. Prego, mi dica! Devi dire: Prego, mi dica! La fissai con tutta l’esasperazione da veterano della fidelizzazione. Dare del lei a una dodicenne, e poi? Inchinarsi a una signora? Lanciare petali a una nonnina? Levarsi il cappellino a un distinto signore? Scossi il capo, capendo che per me la prova era già finita. Non dovetti attendere nemmeno le 17. Bastarono venti minuti per capire che quella gelateria non veniva dagli anni 50 e che mai io, fautore della risata con schiocco e sguardo malizioso, mai avrei solcato di nuovo quella che non era proprio una bottega.
“Puoi andare, grazie” fu l’incantesimo che mi fece cadere in una vasca di panna acida. Un nuovo gemello saltò su e a me non rimase che levarmi il capellino e rimettermi la giacchetta. Salutai freddamente, con la palla di gelato gelido che non ne voleva sapere di scaldarsi nel mio esofago. Ne fui fuori e mancavano pochi minuti alle 17. Uscendo mi dissero che mi avrebbero fatto sapere. Sorrisi annuendo, ma certo. Cosa mi avrebbero fatto sapere, che la radice quadrata di 8 è 4? Che la Terra è ellittica? Probabile, questo e altre cose, ma di certo non la mia assunzione. Non si fecero mai vivi, nemmeno per informarmi che non bisogna passare una calamita sui nastri delle vhs. Non vado matto per il gelato, confessai e voltai l’angolo. Ma una giustizia esiste. Qualche mese dopo, ancora senza lavoro, passai per caso di fronte alla gelateria. Fu una gioia scoprire ancora il cartello retrò. Cercasi gelataio. Ridacchiai voltando lo stesso angolo. Non mi rimaneva che fidelizzarmi la parte più vivace della mia anima e non chiamarmi più Kid polvere-di-stelle.
Questa testimonianza è stata raccolta per il numero speciale del Contesto sul lavoro, in uscita a luglio 2011. Hai anche tu una storia da raccontare? Qui trovi le istruzioni per contribuire con il tuo racconto.




Pingback: Il Contesto » AAA cercasi testimonianze sul lavoro