di Sarah Zura Lukanic (Croazia)
L’abbraccio di mia madre mi era rimasto addosso come un nastro di convivenza quotidiana che porto appresso. La voce del male. L’abbraccio di mia madre. L’ultimo.
Mi ricordo che una mattina era tornata dal lavoro dai Cantieri. Respirava a fatica. No, non è niente. Aveva detto. Poi si è accasciata sul divano del nostro salotto, dove era rimasta in agonia per otto mesi. Lunghi, lunghissimi. Dolorosi, dolorosissimi.Io avevo paura fin dal primo momento. Per il terrore scappavo sul Carso. Da lì guardavo i cantieri dall’alto. Da lì mi sembravano più piccoli. Parevano così incolpevoli. Portavo il cannocchiale che trafugavo dall’armadietto di papà. Mamma non mi vietava più di aprirlo. Mamma non si accorgeva che lo portavo fuori casa. Mamma non si accorgeva più di nulla. Si spegneva piano piano. Si spegneva veloce veloce.
Fra il Carso e l’Adriatico ceruleo, rimane incastrato il mostro della mia città. I Cantieri. Stacca i suoi operai come i bottoni da un cappotto vecchio, uno ad uno. Mia madre per loro era soltanto un bottone che stava lì lì per cascare.
La frescura della bora portava fino a lassù gli aromi della mia città. Lì sopra mi sentivo un altro. I miei pensieri cattivi naufragavano nell’orizzonte dove si sbaciucchiavano il cielo e il mare. Da lì svaniva la polvere d’amianto che ha allagato i polmoni di mamma. La nuvola malvagia si trasforma nei fiocchi di neve. Io chiudevo gli occhi e volevo immaginare che la neve veniva giù per invadere tutto. Piano piano. Nei miei pensieri strambi la mamma diventava una regina ghiacciata. Cosparsa di fiochi di neve. Che non si scioglieranno mai.
Poi scendevo e rimanevo a lungo appiccicata sul muro di Viale Cosulich dove era scritto: Attenzione. Zona Limitata. Vietato l’Accesso. Mi rendevo conto che arrivavo al capolinea. I Cantieri. Dentro sentivo un freddo. Cercavo di trovare la risposta negli sguardi dei compagni di mia madre. Le porte erano chiuse. Ognuno con le proprie sventure. Io cercavo di addomesticare il mio dolore.
Mi accucciavo davanti al suo viso pallido e prosciugato per abbracciarla. No, no. Mi fai male. Non mi abbracciare così. Mi spezzi. Quelle erano state le ultime parole di mia madre. Le aveva pronunciate con un grido secco.
Per me è un tonfo che mi rimbomba ogni volta quando passo davanti al divano verde del nostro salone. Cosa avevo fatto? Mi tormentavo per ore e per anni. Volevo una stretta, una carezza. Invece quello strepito era il colpo secco dentro il mio cuore cariato.
Prendevo il cannocchiale del papà e fuggivo sul Carso per spiare il grande funesto che stava rispecchiandosi nel tramonto rosato. Piangevo. Colpa vostra. Urlavo a tutta voce. Maledetti. Il vento confidente asciugava il mio viso impaurito.
Oggi, anch’io lavoro nei Cantieri. Sono passati sette anni da quando se n’è andata mamma dal divano. La mia principessa ghiacciata mi torna nel sogno spesso. Penso che pure io mando giù il mio bruciore come gli altri.
I fiochi di neve cadono ancora.
Il brano di Besa, tratto dal libro Lingua Madre Duemilanove – Racconti di donne straniere in Italia (edizioni Seb27), è stato messo gentilmente a disposizione dal Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre, inaugurando una sezione di testimonianze di lavoro di donne immigrate in Italia sul Contesto.
Questa testimonianza è stata raccolta per il numero speciale del Contesto sul lavoro, in uscita a fine giugno 2011. Hai anche tu una storia di lavoro da raccontare? Ti interesserebbe pubblicarla sul Contesto? Qui trovi le istruzioni per contribuire con il tuo racconto.





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