twitter facebook picasa mail feed

Intervista a Enrico Deaglio

Il direttore della rivista settimanale “Diario”, chiarisce, anche attraverso le sue esperienze personali di militante di Lotta Continua prima, e di giornalista dopo, le complesse interdipendenze fra informazione e politica. Dal quadro proposto emerge un’informazione orientata da una politica che, soprattutto oggi, raggiungendo il suo culmine nel momento mediatico, rischia di divenire virtuale ed in parte dipendente dai mezzi comunicativi a disposizione e quindi anche dalle risorse economiche.

Negli anni ’70 lei ha avuto un’esperienza di militanza politica. Qual è stata l’evoluzione personale da militante politico a giornalista, e come si è caratterizzata?

Credo che il mio sia stato, in realtà, un percorso simile a quello che hanno avuto tante altre persone. All’inizio, nel ’68, la mia militanza è stata quella nel movimento studentesco e a Torino quella in Lotta Continua, dove mi occupavo di cose che riguardavano l’informazione; giornali e volantini erano un po’ il mio pane. Poi andai a lavorare al giornale di Lotta Continua di Roma; rimasi a lavorare lì anche dopo il ’76, anno in cui si sciolse il partito: il giornale era ormai diventato di sinistra, rivoluzionario, ma autonomo. Questo ha fatto sì che io facessi il giornalista.

Pensa che il giornalismo sia un modo di fare politica?

Assolutamente sì. Il giornalismo italiano è figlio della politica; forse più che negli altri paesi europei. Con i suoi lati positivi e negativi: e per aspetti negativi, che non sono pochi, intendo il fatto che la militanza politica in una qualche maniera è sempre portatrice di una visione del mondo che è predeterminata, alla quale il giornalista si adegua. Sono abbastanza rari i casi di giornalisti che si occupano di attualità, politica e sociale, che non abbiano una formazione politica.

Detto questo, poi ci sono delle differenze tra le varie persone, ci sono giornalisti che semplicemente scrivono ciò che il loro partito dice loro di esprimere, e ci sono giornalisti che sono più autonomi.

Quanto il giornalismo riesce a influenzare la politica?

Moltissimo.

Più che la politica il giornalismo?

Il giornalismo è parte di ciò che si definisce “opinione pubblica”, e, quindi, tutto il mondo politico fa un’enorme attenzione a quello che dicono i giornali in quanto fonti di notizie e specchio di realtà. Di conseguenza i politici non possono prescindere da ciò che viene detto e scritto dai giornali proprio perché questi vanno a influenzare il pensiero dei loro potenziali elettori e ne riportano anche l’opinione più diffusa; d’altra parte i giornali stessi diventano mezzo di divulgazione del pensiero dei politici.

Questo rapporto di interrelazione tra i due mestieri è pertanto molto importante.

In una democrazia i mezzi di comunicazione hanno un ruolo sociale e politico molto importante.

Lei pensa che in Italia questo ruolo sia assolto dai mezzi di informazione politica?

Dovrei dire di no, ma in realtà è sì. In Italia abbiamo una situazione particolare per quandoBerlusconi, la FIAT,  Caltagirone e De Benedetti, che insieme costituiscono il 98% di quanto si stampa oggi in Italia. Poi c’è lo Stato che ha la Rai. Quindi, questa è una situazione un po’ diversa da quella degli altri paesi in cui i centri di potere, di produzione di informazione, di pubblicità, di sondaggi, di opinione pubblica, sono più autonomi dal potere industriale. Detto questo, non si pensi che in Italia l’informazione sia negata, soprattutto da quando c’è internet; inoltre la televisione non ha un potere totale, perché in una società come la nostra, libera, la formazione dell’opinione pubblica si svolge anche attraverso altri canali – come lo stadio, la famiglia, i centri di aggregazione -, che offrono possibilità di informazione e di pensiero diversificate. riguarda la proprietà dei mezzi di comunicazione: giornali e televisioni sono tutti di proprietà di quattro o cinque gruppi industriali, il gruppo

Qual è il meccanismo all’interno di una televisione o di un giornale che comporta un’omissione o una trasmissione ritardata di alcune notizie, magari considerate “scomode”?

L’editore è il padrone del giornale o della televisione. E allora, se si è in una città che ha una grande crisi dell’automobile, e il padrone del giornale è il padrone della fabbrica di automobili, quest’ultimo dirà al direttore del giornale di non pubblicare la notizia col titolo: “La FIAT vuole licenziare 1000 operai a Torino”, ma “La FIAT sta cercando in tutte le maniere di superare una crisi”. E il direttore? Il direttore o sottostà all’ordine, o perde il posto.

Meccanismi di questo tipo si instaurano anche tra politica e mezzi di comunicazione?

Certo. Nella gestione della rete televisiva si sono verificati quasi sempre meccanismi del genere. La Rai, ad esempio, grande azienda di Stato, è dominata dalla politica: il Consiglio di Amministrazione e i direttori vengono nominati dai partiti politici e da questo ne deriva che la scelta delle notizie sia politicamente orientata; qualche volta si verifica però una maggiore libertà e indipendenza dal potere puramente politico.

La situazione in generale è pazzesca, poiché dipende tutto dalla pubblicità e dal guadagno che se ne ricava. Per esempio “Striscia la notizia” è il programma più visto in Italia, dieci milioni di persone lo seguono, e la pubblicità al suo interno costa moltissimo; se il programma della concorrenza è seguito da un numero inferiore di telespettatori, portando così anche un guadagno inferiore, come “Max&Tux” messo al posto de “Il Fatto” di Biagi, chi ci guadagna è soltanto “Striscia la notizia”, cioè Mediaset, cioè Berlusconi, che al momento controlla politicamente anche la Rai e che quindi, facendo andare male i programmi della Rai, guadagna e incassa più pubblicità sui suoi.

Sembra che ad influenzare l’informazione sia l’interesse economico più che quello politico, o no?

No, perché ad esempio il Consiglio di Amministrazione della Rai ha una maggioranza di centro-destra e rispetta il governo attuale: decide quali direttori nominare nelle varie reti, nelle testate, decide l’organigramma, i programmi.

Negli ultimi mesi ci sono state diverse polemiche a proposito della lottizzazione e della politicizzazione generale di questa Rai. Lei che vi lavora come vede la spartizione di potere interno e l’assetto organizzativo della programmazione?

Vi sono il presidente del Consiglio della Rai, Baldassarre, e il direttore generale che rispondono direttamente al governo; poi, il direttore generale nomina dei direttori che rispettino l’orientamento del governo, per Rete1, Rete2, Rete3, TG1, TG2, TG3. La Rete3 è come una “prateria”, il ghetto dell’opposizione, che praticamente non è stata toccata. Le altre due sono state date a Forza Italia, alla Lega, ad An.

Così, se uno nomina un direttore della Lega, quello farà vedere le cose che Bossi gli chiede di fare vedere, un direttore di AN ti farà vedere quanto sono bravi i ragazzi di Salò, e così via.

Dunque Lei è entrato nella Rai grazie al consenso di alcune forze politiche, o almeno alla loro non-opposizione?

Questa è una vicenda curiosa: sono stato chiamato nel ’94 per fare “Milano–Italia” all’interno di una rete di sinistra, diretta da Angelo Guglielmi, anch’egli di sinistra, ma sono capitato nel momento in cui ha vinto la destra; mi hanno fatto continuare ancora qualche mese, ma poi, insomma, era effettivamente un programma molto scomodo per loro, per cui non mi hanno rinnovato il contratto. Neanche io d’altronde avrei voluto andare a Milano a farlo…

Sono ritornato a lavorare nella Rai molti anni dopo, nel ’99, quando c’era ancora un governo dell’Ulivo, e ho fatto diversi programmi, non più in prima serata, e così non al centro di qualche attenzione particolare.

Lei ha lavorato nella Rai in due momenti cruciali di passaggio del testimone da governi di sinistra a quelli di destra e viceversa; come si vive in Rai un momento simile?

Tutti fondamentalmente puntano a mantenere il proprio posto. La Rai è un’enorme azienda e quando vi è un passaggio di governo si vedono quelli che cambiano casacca, i voltagabbana, i timidi, i coraggiosi. Di base si tende a conservare il proprio posto di lavoro senza fare i martiri e dire “me ne vado”, anche perché non si può andare da nessun’altra parte: Mediaset è un colosso di destra e La7 è un polo televisivo troppo piccolo. Ed è così che si verificano situazioni per cui bisogna aspettare una nuova nomina del C.d.A., evitando fenomeni di egoismo, di combattività, o di particolare sindacalismo; mentre risalgono, invece, quelli che erano stati emarginati la volta precedente, che ottengono posti di maggior prestigio.

Che clima si è avvertito in quest’ultimo passaggio?

Pesantissimo. Pesantissimo.

Qualche esempio di nomi “ripescati”?

Beh, quelli che ci sono adesso: il direttore della Rete1 è Del Noce, che era stato emarginato prima dall’Ulivo, e adesso è tornato in forze e si vendica. La Rete2 è andata metà ad An e metà alla Lega, e dunque questi due partiti, che prima non contavano niente, adesso hanno potere.

E Vespa?

Beh, Vespa ha fatto vincere le elezioni a Berlusconi! Con il “contratto degli Italiani”, l’ultimo giorno di campagna elettorale, gli ha fatto vincere le elezioni, e quindi devono tenerselo sempre lì.

Vespa lavorava già nella Rai dell’Ulivo, ma poi ha saputo sfruttare la sua posizione per dare a Berlusconi uno spazio in televisione davanti a migliaia di telespettatori che lo hanno visto firmare quel “contratto”.

Detto questo, però, ricordatevi che si è sempre detto che la televisione ha fatto vincere Berlusconi, nel senso che la televisione, le sue reti, e un pochino anche la Rai, hanno spostato voti dalla sua parte. Questo è vero, però non sarei così convinto che la televisione possa determinare il risultato elettorale in questa misura.

E’ cambiato il modo di fare informazione politica da parte dei giornali e delle reti televisive in questi ultimi anni? I giornali e le reti televisive si allineano sulle posizioni del governo o cercano un terreno di confronto e opposizione?

I maggiori organi di informazione mi sembrano abbastanza allineati col governo: “Il Corriere della Sera” sostiene sempre il governo pur criticandolo; “La Stampa” il cui problema fondamentale è far sì che la Fiat ottenga soldi dallo Stato, sostiene il governo e lo sostiene più di tutti, soprattutto in questo momento; “La Repubblica”, invece, è un giornale di opposizione e fa un’opposizione netta e meticolosa. Per quanto riguarda la Rai ripeto quello che abbiamo detto prima, anche se per esempio durante il G8 di Genova è scappato qualcosa dal controllo generale: il TG1, subito dopo gli scontri, mandò in onda senza audio una scena che durava otto minuti in cui dei poliziotti pestavano come dei forsennati gente anziana, assolutamente pacifica. Questa scena venne trasmessa alle 20.30 e quindi vista da quindici milioni di telespettatori: tutto ciò non era stato previsto e calcolato, ma era sfuggito al controllo appunto.

Dunque a volte qualche notizia trapela comunque, no?

Sì, è scappata. Non è una dittatura: le notizie scappano, trapelano, oppure quando sono troppo importanti vengono date, svincolate da qualsiasi forma di censura politica, come nel caso del G8 di Genova quando i giornalisti hanno scritto e detto quello di cui erano stati spettatori senza curarsi dei propri direttori. La categoria dei giornalisti si è comportata bene in quel frangente: tutto sommato l’Italia è ancora abbastanza democratica.

La politica è sempre più legata alla comunicazione. Questo, come modifica il linguaggio politico?

Tutto, e quindi anche il linguaggio, è in funzione della televisione.

E’ nettamente un’involuzione della politica, che diventa virtuale, conta soltanto quel momento lì in cui si compie ad esempio un gesto mediatico, che verrà ricordato in quanto tale e magari non in quanto simbolo di una protesta o un’idea.

E Lei pensa che si tratti di un processo irreversibile?

E’ la tendenza. E’ importante cercare di scorgere qualcuno che abbia un messaggio politico, forte, denso, importante, che riesca a scardinare questo sistema.

Questo discorso sembra ricollegabile a tutte le forze politiche; ma partiti come i DS, che hanno sempre avuto un contatto diretto con la base dei loro elettori, non dovrebbero invece avere un grande interesse a invertire questo processo più che a cavalcarne l’onda?

Chi l’ha fatto, per esempio, è Cofferati, che ha indetto una manifestazione per l’articolo 18 e ha portato in piazza dai due ai tre milioni di persone; e questo grazie all’organizzazione e al suo carisma. Lo stesso Moretti è riuscito a mobilitare tante persone. Questo dimostra che è possibile organizzare manifestazioni di questa portata.

Ma lei ha nominato solo politici non professionisti, registi, intellettuali e sindacalisti…

Mi dispiace, ma si dice che Fassino non buchi lo schermo, pur essendo un bravo politico.

Quindi per fare concorrenza a Berlusconi bisogna trovare un uomo che venga dalla società civile, un “non-politico”?

Prodi è l’unico che ha battuto Berlusconi; l’ha battuto perché dava all’Italia un’immagine di sicurezza, di tranquillità, di buon senso, di legalità, o comunque onestà, una persona che sa il fatto suo, un professore di economia che va in bicicletta, che ha dei programmi seri…

Nel caso italiano o c’è un ritorno di Prodi oppure il centro sinistra deve provare a costruire un altro leader.

PrintFriendlyFacebookTwitterGoogle ReaderLinkedInMySpaceDeliciousShare

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Commenti

Commenti Facebook