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Intervista a Tom Dealessandri

Dal sindacato alla politica, un sguardo all’interno del mondo del lavoro

Segretario della Cisl torinese dal ’92 al 2001, ora assessore al lavoro del Comune di Torino, Tom Dealessandri mette a disposizione la sua grande esperienza nel mondo del lavoro parlando di ruolo dei sindacati, rapporti tra questi e le istituzioni. Ne emerge uno spaccato della attuale situazione del mondo del lavoro, con un’attenzione particolare ai problemi della realtà torinese.

Potrebbe farci una introduzione sul suo percorso professionale, all’interno del sindacato e poi con il passaggio alla politica?

Ho lavorato come dipendente FIAT fin dal 1968; erano anni in cui era molto forte la richiesta di impegno, e così sono stato eletto delegato alla prima elezione dei delegati prevista dal contratto del 1969. Dal ’75 sono entrato a far parte della segreteria della FIM-CISL [ndr, Federazione Italiana Metalmeccanici], dove seguivo l’insieme del gruppo Fiat, poi dal ’92 al 2001 sono stato segretario della Cisl di Torino. Dal luglio dello stesso anno sono entrato nella giunta Chiamparino come Assessore al Lavoro e Formazione.

A livello nazionale, come giudica i rapporti attuali tra sindacati e istituzioni? Ritiene ci sia stato un cambiamento nel confronto tra i due soggetti?

Il governo disse che non riteneva più valido il modello della concertazione, e che avrebbe applicato quello della consultazione; motivando questa scelta in linea teorica affermando che un paese che sta attraversando un processo di riforma non può dipendere da organizzazioni, anche se queste perseguono interessi generali come quelli dei lavoratori, perché queste non devono modificare lo svolgersi del processo di riforma. Giusto o non giusto che sia, il problema di metodo era già dibattuto dalle stesse organizzazioni, ma tutte ritenevano che in una situazione come questa fosse ancora necessario mantenere una dialettica di tipo concertativo. Le politiche di bilancio della spesa di questo paese utilizzano risorse attuali per pagare debiti passati, di conseguenza è necessario concordare un equilibrio, qual è il livello di equità che si determina nella riduzione della spesa oppure nell’aumento della tassazione, quale equilibrio si può trovare nella redistribuzione. Sono questioni di cui istituzioni e sindacati, a mio parere, dovrebbero discutere assieme.

Tecnicamente in cosa consiste la differenza fra metodo concertativo e metodo consultativo?

Il metodo consultativo consiste nel fatto che io posso informarti delle mie idee, sono disponibile a discuterle con te, ti consulto, dopodiché mi riservo di prendere autonomamente la mia decisione; con il metodo concertativo l’obiettivo è quello di arrivare a decisioni prese concordemente, per cui le parti si riservano in determinati periodi e su determinate questioni di non assumere iniziative autonomamente. E’ un impegno politico importante, sostenuto da chi è convinto che in situazioni particolarmente complesse sia possibile trovare soluzioni valide solo attraverso l’apporto dell’insieme delle parti sociali.

Per questo analizzando il ruolo dei sindacati in questa situazione abbiamo avuto l’impressione che l’atteggiamento mutato del governo nei confronti della realtà sindacale sia un tentativo di presentare questa realtà come rappresentante non del mondo del lavoro nel suo insieme, ma come una realtà svuotata della sua base sociale e quindi anche meno legittimata ad avere una base contrattuale, un peso nelle discussioni. In questa situazione mi pare che debbano essere distinti due elementi: uno polemico e uno di interesse. La polemica mi pare sia essenzialmente un tentativo di denigrazione, quando il presidente del consiglio dichiara che i sindacati organizzano solo dieci milioni di lavoratori dipendenti quando ce n’è almeno il doppio al di fuori della nostra rappresentanza. Il problema degli interessi è invece molto complesso, in quanto per certe caratteristiche che lo contraddistinguono questo governo sta cercando di favorire l’ingresso di altre organizzazioni sindacali; ma in questo momento l’importante è che gli interessi possano essere ricomposti.

Parlando proprio di composizione di interessi, come giudica i rapporti attuali tra i tre maggiori sindacati, anche alla luce dei contrasti dell’ultimo anno?

Attualmente ci sono due aspetti di questo problema: da un lato la discussione su come si debba evolvere il ruolo e il modello del sindacato, che nell’era della globalizzazione si trova a dover fare i conti con il problema della solidarietà internazionale, continuando però a difendere la competitività nazionale e il lavoro nelle realtà locali; dall’altro la questione su come debba cambiare il modello sindacale in Italia alla luce dei cambiamenti istituzionali dell’ultimo decennio, e di conseguenza su come si debba evolvere il rapporto tra sindacato e politica. Questo sullo sfondo porta i vari sindacati ad avere visioni differenti nel breve periodo, ad esempio nell’ultima rottura due organizzazioni affermavano che si dovesse trattare con il nuovo governo a prescindere dal cambiamento politico, mentre l’altra sosteneva la necessità di tenere una linea più dura: in queste differenti visioni ha pesato un problema di contenuto ma anche un problema politico.

In che modo il sindacato interferisce con la politica, e quali limiti separano l’azione sindacale da quella più strettamente politica?

Sul piano internazionale vediamo modelli molto diversi fra loro, ad esempio quello anglosassone prevede che i sindacati determinino anche scelte organizzative in ambito politico, mentre qui in Italia nessuna delle tra organizzazioni dà una indicazione di voto, o mette a disposizione fondi e strutture per le campagne elettorali; i militanti e dirigenti sindacali scelgono liberamente, anzi tutte le organizzazioni hanno uno statuto limitativo da questo punto di vista, per cui per i dirigenti non è possibile svolgere due funzioni.

Poi è vero che nel trattare certi temi si può andare ad interferire con la politica.

Come nel caso della questione dell’articolo 18?

Qui il problema nasce innanzi tutto su una questione di metodo: cioè se l’articolo 18 è una di quelle materie che il governo può toccare senza l’accordo con l’insieme oppure no. Sul merito della questione il dibattito è aperto da molto tempo, e fondamentalmente c’è chi ritiene che se si vuole affrontare il problema di chi oggi non è coperto dallo Statuto non si può non essere disponibili a cambiare lo Statuto stesso, mentre altri pongono come base inamovibile lo Statuto e spingono piuttosto a cercare le vie migliori per coprire quelle fasce di lavoratori che ne sono esclusi. La soluzione finora trovata è molto parziale e non affronta il problema nel suo complesso, me l’urgenza di arrivare ad un assetto definitivo è alta, perché non si può pensare di avere parte dei lavoratori coperta e parte no.

Come si è modificato con il suo cambio di ruolo il suo rapporto con il mondo del lavoro e con gli stessi lavoratori?

Pur cambiando ruolo uno non cambia la propria cultura, il proprio modo d’essere, la propria esperienza; per me vale ciò che vale per tutti, e cioè che si usa sostanzialmente attingere all’esperienza passata per dare un contributo a ciò che troviamo nel futuro. Per quanto mi riguarda nel mio rapporto con il pubblico cerco sempre di fare sistema tra i soggetti con cui mi rapporto, cioè di riuscire a cercare le mediazioni opportune che comportino la possibilità per tutti di affrontare assieme un determinato problema: c’è un filo da non perdere, ed è quello del rapporto tra sviluppo e coesione sociale, e non c’è il manuale delle giovani marmotte che ti dice qual è l’equilibrio giusto, l’unico modo per trovarlo è far partecipare l’insieme delle forze.

Cioè coinvolgere tutti i soggetti interessati nel momento di prendere una decisione?

Sì, anche perché in ogni territorio le risorse non sono illimitate, per cui bisogna definire delle priorità. Importante è avere una condivisione di quali sono le priorità su cui ti impegni, su cui spendi, su cui lavori. Bisogna coinvolgere le persone in decisioni che rappresentano delle opportunità anche per loro. Permettere alla cittadinanza di definire quali sono le priorità cambia di molto la qualità dell’intervento pubblico, anche se poi rimane sempre il problema della partecipazione.

Da ex-sindacalista come si trova ora come assessore ad affrontare la crisi della FIAT?

Il mio modo di “leggere” la Fiat non è cambiato, quello che cambia è che il Comune non è un soggetto contrattuale per cui non ha un rapporto diretto con l’azienda al tavolo delle trattative. Questo non ci permette di allontanarci dalla situazione, per tutta una serie di questioni che hanno una ripercussione diretta su di noi: c’è una responsabilità di tutti a non lasciare le persone sole nell’affrontare i processi di ristrutturazione che determinano un cambiamento immediato sulle loro prospettive di vita. Le istituzioni devono essere in ogni caso presenti, devono ricercare e favorire una soluzione buona per tutti; e questa soluzione possibilmente nella stragrande maggioranza dei casi il lavoro; ove non è possibile cercare in alcuni casi uno strumento che agganci le persone ad una situazione pensionistica, oppure trovare possibilità di ricollocazione nelle aziende; ma soprattutto, ripeto, non lasciare sole le persone, in questo non ci sono scuse. Questo è l’esempio di un caso in cui abbiamo cercato di afer sistema, cioè, pur nel conflitto abbiamo trovato dei punti di incontro tra le parti.

Bibliografia

Gallino, Globalizzazione e disuguaglianza, Laterza, Bari.

Aa.Vv., Non basta dire no, Mondadori, Milano.

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