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Intervista a Giuliano Ferrara

La politica come lavoro "sporco". Riflessioni sull’Italia di oggi

In risposta ad idealismi sfociati in forme totalitarie di governo i politici oggi rifiutano di proporre un modello astratto di società, ma intervengono sul reale, perché queste sono le esigenze della società, non più disposta a sacrificare parte della libertà individuale in nome di un’utopica uguaglianza. Partendo da queste considerazioni Giuliano Ferrara, giornalista e direttore della testata “Il Foglio”, offre un’analisi della politica e dei rapporti tra i poteri nell’Italia di oggi.

In Italia sembra esserci una situazione anomala: da un lato siamo bombardati da notizie che riguardano la politica, oltre al fatto che buona parte del dibattito politico si svolge attraverso i mezzi d’informazione, dall’altro lato però si percepisce una grande distanza tra istituzioni e società. Lei cosa ne pensa?

Ci sono due schemi eterni per l’esercizio del potere politico, uno è ideale, utopistico e mai realizzato, ed è la democrazia diretta che reincarna l’idea del bilancio partecipativo, per cui gli individui come singoli e come comunità dovrebbero esercitare in proprio il potere politico. L’altra è la democrazia delegata, elaborata ed esercitata dalle élites, alle quali viene delegata questa funzione attraverso il voto. Noi siamo in questa seconda situazione, secondo me per fortuna, e quindi una certa distanza del potere dalla società civile è normale. Ci sono una serie di strumenti di controllo e verifica in mano alla società: il voto elettorale, politico, amministrativo e referendario, che è regolato e normato dalle leggi, il potere di controllo determinato dall’esercizio dei diritti civili, come la libertà di scrivere, di pensare e di esprimersi pubblicamente, di riunirsi, di manifestare pacificamente e senz’armi, di professare il proprio credo religioso, i propri orientamenti senza discriminazioni per genere sessuale e per null’altro. Fatto salvo tutto questo, il potere si esercita in forma delegata e quindi è messo a distanza dalla società civile. Nelle società moderne, strutturate su una cultura politica vecchio stile, questa distanza era molto forte, il che aveva degli elementi di criticità a mio giudizio, cioè era una distanza che tendeva a diventare un vero e proprio fossato, poi questa si è via via ricomposta, diventando, per me personalmente, accettabile, tecnica, non neutra ovviamente poiché tutti comunque votano a prescindere dalla loro maturità, dal loro grado di istruzione e di cultura, dal loro reddito, ma la delega resta, quindi anche la distanza.

Una volta le classi politiche presentavano un modello di società a cui ispirarsi e aderire. Oggi si ha l’impressione che non si faccia più politica attraverso degli ideali. Crede che sia un’analisi veritiera?

La politica come perseguimento di ideali ha subito delle grosse sconfitte storiche, perché nei fatti gli ideali sono apparsi, in quanto forme astratte, sempre di più come lo schermo ideologico dietro il quale alla fine si vedeva nella sua nudità un potere intollerante e illiberale nei confronti di una società rappresentante un ipotetico dover essere. Il novecento è il secolo degli idealismi che però hanno poi generato nazionalismi, imperialismi, società chiuse, lager, gulag. La famosa ondata liberale o liberista della fine del secolo, iniziata convenzionalmente da Margareth Tatcher nel ‘79, è stata indirizzata proprio contro gli idealismi, i quali però naturalmente resistono.

Vi è ora una specie di grande rivolta degli idealismi contro il tentativo di sopprimerli, è un bisogno, un’ansia comprensibile di avere un orizzonte, ma la vera lezione sul piano politico della nostra epoca è invece la sconfitta degli idealismi; quindi un’idea più prosaica che gli uomini sono mossi da interessi, che devono essere organizzati per una convivenza secondo certe regole ma in modo da non impedire agli uomini di perseguire un’autorealizzazione che in fondo prescinde da una partecipazione totalizzante alla vita politica.

Quindi la politica non è più finalizzata ad un progetto di società ma è al servizio degli interessi di questa?

La politica non è al servizio di nessuno, è un modo degli uomini di organizzarsi cercando di creare meno danni possibili.

Noi siamo, nel pendolo della storia, nella fase in cui malgrado tutto gli uomini tendono a ragionare secondo un altro orientamento: non chiedono più la grande promessa, ma una frontiera aperta, mobile, che si ricompone ogni volta, chiedono cioè delle cose che non sono organiche. Qualcuno può agitare una bandiera e promettere un modello di società ma tuttavia il vero movimento è quello verso la responsabilità e la libertà individuali. Che poi il contenuto di quella libertà sia soddisfacente, che uno ci riconosca tutto quello che la libertà dovrebbe implicare come scopo e missione dell’umanità, questo è un altro discorso.

I nostri politici dovrebbero quindi avere anche un compito di responsabilizzazione della società. A suo avviso lo stanno facendo?

Penso che l’appello alla responsabilità dovrebbe essere la chiave della politica.

Tuttavia posso dire serenamente che ciò non sta avvenendo. La rappresentanza politica è sempre imperfetta. Insomma la società è imperfetta e il mondo sarà sempre imperfetto: se fosse perfetto, pieno, tondo, sarebbe la fine della Storia.

Qual è il confine tra la mediazione politica e il tener fede agli ideali ispiratori di tale politica?

Se i soggetti della politica non sono intimamente corrotti – e non intendo la corruzione economica -, se esiste una purezza essenziale nell’agire politico, lo spazio per la mediazione è tendenzialmente infinito. Il problema è se invece le identità non sono incorrotte. Con un capitalismo che si spinge fino ad un modello produttivo di rapina non si possono fare tanti compromessi; è il soggetto che non rende possibile il compromesso anche quando in campo ci sono forze che in qualche modo sono riconducibili, pur nella diversità della loro identità, a un comune denominatore il cui fondamento sono la libertà e il suo rispetto. La libertà è divenuta più importante dell’uguaglianza in quanto è l’elemento comune di generazioni che escono dal secolo dei totalitarismi e che pensano che non si debba riprodurre quel meccanismo.

Spesso si ha l’impressione che sotto l’etichetta di mediazione vengano passati in realtà comportamenti e decisioni che sono spartizioni di potere tra i vari partiti. C’è dunque un confine tra mediazione e spartizione?

Non c’è, in questo senso la politica è veramente una “cosa sporca”, ma non in senso moralistico, in senso tecnico. Le cose pure non sono così apprezzabili come si pensa, le cose perfettamente pulite e candide, non sono edificanti, sono ideologiche. Non si può pensare a un esercizio del potere “puro”, come una chimica.

Naturalmente c’è anche una politica avida, infamante per chi la fa, e accanto c’è una politica sporca in modo saggio, cioè una politica che non ha pretese moralistiche, quindi su questa base c’è sempre pragmaticamente da costruire e ricostruire un confine.

Posto che la spartizione sia connaturata nella politica, perché allora il pubblico ne è tenuto all’oscuro? Perché le motivazioni reali che determinano alcune scelte vengono tenute nascoste?

Anche in politica, come in altri campi del resto, è necessaria una certa autonomia gestionale che non può in nessun modo dipendere dall’opinione, per sua natura cosa evanescente e mutevole: ci sono dunque degli aspetti della politica che richiedono segretezza.

Il Re Sole, grande modello del potere assolutista nel ‘600, svolgeva qualsiasi tipo di attività pubblicamente, un solo luogo era privato: il “cabinet”, dove trattava gli affari dello Stato, con le persone che decideva lui e in segreto.

Si parlava di una gestione assolutista del potere, mentre oggi in democrazia anche le grandi decisioni strategiche sono assoggettate tutto sommato a discussioni e alla dialettica politica, pur essendo preventivamente abbozzate e definite entro certi termini dalle élites governative.

Nonostante tutto, però, nel suo aspetto più pratico e materiale la politica è ipocrita e fa finta che tutto sia stabilito in pubblico e che tutto sia trasparente, anche quando poi così non è, poiché si riduce tutto ad una conquista del consenso e ad una lotta contro idee di altri, opinabili tanto quanto le proprie. Bisogna essere consapevoli di questo e sapervi convivere.

L’uomo sul quale si esercita un potere politico che strumenti ha per difendersi da questo?

La capacità manipolatoria della politica è grandissima, ma lo è altrettanto la nostra capacità di difenderci valutando e sviluppando una propria idea su fatti che non sono stati plasmati a scopi politici.

Gli uomini restano liberi anche se la politica sequestra loro una parte della libertà, poiché hanno pur sempre la libertà di contestare; finché questa viene tutelata dalla nostra civiltà non ho ragioni per ribellarmi, poi magari ho comunque mille motivi per protestare e per essere indignato.

C’è qualcuno in Parlamento che fa politica ancora seguendo un ideale?

Bisogna vedere che cosa significa fare politica seguendo un ideale.

Secondo me uno che fa politica seguendo un ideale è uno stupido. Bisogna fare politica seguendo il reale, non l’ideale; bisogna agire mettendo le mani dentro il reale e non inseguire un ideale puramente astratto. L’unica politica che piace a me è una politica che realizza ideali, cioè delle cose che valgono la pena di essere realizzate, non è un paradosso.

Perché ci si mette a fare politica se non si è più spinti da alcun ideale?

Perché in politica l’uomo realizza se stesso; c’è chi ha l’attitudine al comando, l’istinto e la mentalità per realizzare certe idee, certi programmi seguendo un certo filone, che ha una certa impostazione culturale per cui ritiene cosa rilevante il partecipare alla vita pubblica, questo significa fare politica. Prendiamo come esempio Tremonti, era un commercialista, faceva soldi, però gli piace la politica, inciuciare con Bossi, partecipare alle riunioni del Consiglio dei Ministri, incontrare gli altri grandi in giro per il mondo; non è solo vanità, è una estrinsecazione della personalità umana.

Ci si è spesso chiesti come mai un personaggio come Berlusconi sia entrato in politica dal momento che era un affermato imprenditore possidente di un patrimonio e un potere cospicui. C’è chi sostiene l’abbia fatto per salvare il suo impero economico che rischiava di crollare, Lei cosa ne pensa?

Questo certo è stato un elemento, non c’è dubbio, ma Berlusconi in realtà ha da sempre una vocazione politica. Vendere immagine è la cosa più importante nella politica contemporanea e Berlusconi vendeva immagine, gusto e intrattenimento; era un capo indiscusso nella sua azienda ed è stato in rapporto con la politica come tutti gli imprenditori italiani, anche se per questo è stato criminalizzato più di altri, perché era in rapporto con Craxi, il quale era anche lui un outsider; è tutta una storia che nasce fuori dall’establishment.

L’Italia è un paese strano dove, se non ci fosse stata l’ondata giustizialista e non fossero stati cancellati dal panorama italiano la DC, il PSI, il PRI, il PLI e il PSD, Berlusconi probabilmente non avrebbe fatto politica in prima persona.

Ma se c’è stato un accanimento della magistratura su Berlusconi più che su altri, ci saranno pur stati dei fondamenti, dei motivi, esclusivamente legali.

Certo, è possibile. Un grande impero economico non si costruisce senza peccare sette volte tutti i giorni. Ma io mi chiedo se la volontà era quella di riaffermare il principio di legalità, oppure se c’è stato un abuso dello stesso potere di ripristinare una legalità violata per premiare alcuni e danneggiare altri. Secondo me è successa la seconda cosa, non la prima.

Durante gli anni di governo del centro-sinistra molte polemiche sorsero riguardo alla possibilità di promulgare una legge sul conflitto di interessi, e il Governo venne accusato di voler fare una legge “ad-personam” contro Berlusconi. Oggi viene emanata una legge come la Cirami. Non è questa una legge “ad-personam”? Non è forse questo un “giocare sporco”?

E’ un giocare sporco. Poiché sono contro le ipocrisie dico che è una legge “ad-personam”, ma è comunque una legge che vale per tutti.

In un paese in cui ci sia una fiducia nella giustizia non sarebbe neanche immaginabile la legge Cirami, perché la giustizia si terrebbe fuori dalle contese politiche. In Italia, però, non c’è più fiducia nel sistema, perché è stato distrutto non da una serie di inchieste su singoli reati, ma da un processo al sistema e al suo modo di finanziarsi.

Berlusconi, che in qualche modo ha riformato la società, si è proposto come il commesso viaggiatore della crisi della giustizia, della fiducia degli italiani nella giustizia.

Berlusconi in quest’ultimo anno e mezzo di governo non ha rigenerato la fiducia degli italiani nella giustizia, anzi. Non Le pare che invece sarebbe compito della politica il ricreare un clima di stabilità e fiducia?

Si, penso che questo rappresenti un problema di Berlusconi, ma come potrebbe ricreare un clima sereno finché pende la minaccia di una condanna, risultato di un accanimento giudiziario nei sui confronti?

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