Esiste oggi una “politica” nel senso che oggi si attribuisce a questo termine, nell’Università? Hanno un significato politico le elezioni universitarie, puntualmente snobbate dalla stragrande maggioranza della popolazione studentesca, e limitate alla partecipazione di un numero ridicolo di elettori? I rappresentanti degli studenti rappresentano realmente qualcuno? Affiancando gli interventi di due rappresentanti degli studenti agli organi accademici, Vladimir Mastrogiacomo, Senatore degli studenti eletto nelle liste di SinistraUnito, e Stefano Meneghello, Presidente del Senato degli studenti, eletto per Comunione e Liberazione, si cerca di dar voce a una realtà troppo spesso ignorata, troppo facilmente messa da parte, e di fornire due possibili risposte a questi interrogativi.
Che cosa ti ha spinto a fare politica all’Università?
Sono stato spinto a fare politica, o meglio a fare il rappresentante degli studenti – una funzione sindacale e culturale -, dall’aver visto che spesso gli studenti non vengono ascoltati dai docenti universitari e dall’amministrazione universitaria. Uno dei motivi che ha guidato la mia scelta è stato quello di cercare di far capire a tutti, ai nostri docenti e alle istituzioni, che gli studenti hanno il diritto di essere ascoltati e le proteste che fanno sono spesso legittime: in una situazione politica come era ed è la nostra, sindacalismo significa lottare per tutelare diritti e interessi specifici, come per esempio il diritto al sapere, all’istruzione, alla trasparenza degli atti degli organismi pubblici.
Gli studenti non devono essere considerati soltanto “utenza didattica”, fruitori di servizi, ma anche come soggetti che hanno dei diritti all’Università, in primis quello di esprimere anche in modo critico e indignato le proprie opinioni sulla gestione e l’organizzazione economica e didattica dell’ateneo.
La politica universitaria è un fine per chi la pratica, o è utilizzata come un trampolino di lancio?
Secondo me la politica è un mezzo per far conoscere i problemi e cercare di risolverli, e un fine in quanto diventa uno spazio di soluzione pacifica dei conflitti presenti nelle società.
Chi fa politica all’università ha il dovere di lottare per i diritti degli studenti: il diritto al sapere, allo studio, ad avere borse di studio, a poter fare l’Erasmus, ad avere dei posti dove studiare, ad avere dei docenti che siano puntuali, ad imparare e ad avere un percorso culturale e professionale. La rappresentanza universitaria dovrebbe essere questo, ma spesso è interpretata, da alcune liste di rappresentanti, come un modo per avere un accesso privilegiato ai potenti, al potere. Sfortunatamente fare politica universitaria spesso si trasforma in ambizione di fare carriera politica, una cosa ben diversa.
I rappresentanti della sinistra si mobilitano a partire dalle proteste degli studenti e poi, in relazione a queste, vanno a parlare con docenti, segreterie, rettore. Altri gruppi politici agiscono in modo completamente diverso: io credo che lo stile politico della destra e della sinistra si distingua nelle modalità, e non solo nelle modalità.
Quali sono gli elementi comuni tra la politica universitaria e la politica a più alti livelli, cioè fuori dall’Università?
In generale la rappresentanza studentesca, forse in quanto poco rappresentativa, non fa scelte veramente coraggiose. Tende, in alcuni casi, al compromesso con le istituzioni o con altre parti politiche di rappresentanza. Il compromesso può essere inteso come una mediazione cercata per tutelare gli interessi della propria parte, ma questo diventa un problema quando la politica si fa mediazione fine a se stessa o consociativismo politico, economico o culturale. Questo capita anche a livello nazionale tra le forze politiche all’interno del Parlamento, quando si creano tavoli “riservati” per le trattative.
All’Università in alcuni casi, in nome del quieto vivere con le istituzioni, o con altre parti di rappresentanza studentesca, si è scelto di non schierarsi in modo netto, cioè non c’è stato abbastanza coraggio e conflittualità politici nel senso alto del termine. Forse perché è un’esperienza transitoria?
Com’è possibile che questi meccanismi si verifichino anche tra studenti, ad un livello che non è istituzionale?
Perché ognuno ha la sua piccola verità oppure cerca di coltivare il proprio orticello. Forse vi è storicamente nella politica il virus del compromesso, ma questo dovrebbe essere evitato ad ogni livello, ed in particolar modo fra i giovani che si prendono la responsabilità di rappresentare le istanze degli studenti.
Secondo te, quali sono le cause dello scarso interesse, per cui solo il 10% degli studenti vota?
Da un lato c’è un difetto di comunicazione da parte dei rappresentanti proprio sulla dichiarazione della loro esistenza. Dall’altro lato alcuni studenti vedono l’Università come un “esamificio”, mentre gli anni dell’Università sono il periodo in si può cercare di applicare quello che si studia in ogni settore, dall’umanistico allo scientifico, e di discutere tra studenti di quello che si studia. Poi però, quando ci sono problemi che toccano sul vivo gli studenti, questi si mobilitano: il problema dunque è l’inconsapevolezza di alcuni studenti che dovrebbero capire qual è la complessità dell’Università.
Ritengo che la rappresentanza studentesca non sia solo sindacale, ma anche culturale, dovrebbe cioè creare aggregazione culturale, perché secondo me ci vogliono degli studenti che abbiano la voglia di provare a mobilitare e a creare discussione e dibattito culturale all’Università.
E secondo te questo sta succedendo, o è successo?
Secondo me è successo e sta succedendo, soprattutto nell’area umanistica e in alcune aree scientifiche in cui gli studenti non sono più contenti solo di studiare, ma vogliono che l’università diventi anche un luogo di mobilitazione culturale e politica.
Secondo te, su quale base gli studenti delegano la fiducia ai candidati rappresentanti?
Fino ad ora le elezioni all’Università si sono basate quasi esclusivamente su circuiti di relazioni per cui viene votato chi conosce più persone, perché ha fatto più vita universitaria, oppure in base alle proposte che vengono avanzate, che sono più che altro auspici.
Come mai a livello generale non si sa molto delle decisioni che vengono prese negli organi universitari?
C’è sempre il problema della comunicazione, anche se gli studenti potrebbero – in linea teorica – andare a chiedere informazioni alle istituzioni quando un loro diritto viene leso, in quanto esistono le leggi sulla trasparenza. Ma il problema credo si possa riassumere nella scarsità di comunicazione da parte dei rappresentanti e di richiesta di comunicazione da parte degli studenti.



