Esiste oggi una “politica” nel senso che oggi si attribuisce a questo termine, nell’Università? Hanno un significato politico le elezioni universitarie, puntualmente snobbate dalla stragrande maggioranza della popolazione studentesca, e limitate alla partecipazione di un numero ridicolo di elettori? I rappresentanti degli studenti rappresentano realmente qualcuno? Affiancando gli interventi di due rappresentanti degli studenti agli organi accademici, Vladimir Mastrogiacomo, Senatore degli studenti eletto nelle liste di SinistraUnito, e Stefano Meneghello, Presidente del Senato degli studenti, eletto per Comunione e Liberazione, si cerca di dar voce a una realtà troppo spesso ignorata, troppo facilmente messa da parte, e di fornire due possibili risposte a questi interrogativi.
Quali sono stati i motivi che ti hanno spinto a prendere parte alla politica universitaria?
Allora, ho iniziato nel 1999. Mi sono candidato come consigliere d’amministrazione all’EDISU, sono entrato nel Consiglio di amministrazione lì e poi nel 2001 sono passato in Università. La questione è molto semplice… il fatto è.. insomma, con un gruppo di amici abbiamo deciso: visto che le elezioni ci sono, proviamo a buttarci dentro. Non è che ci fossero motivi particolari, di fatto era una cosa che capitava in Università e quindi abbiamo provato a metterci nella mischia. Sarà interessante far così… con la rappresentanza studentesca c’è la possibilità di cambiare un po’ l’Università. E’ molto più interessante fare l’università così, che farla senza candidarsi come rappresentanti.
Quindi questo era l’obiettivo. Secondo te la politica universitaria è un fine per chi la pratica, oppure è un trampolino di lancio per poi fare altre cose, entrare in certi ambienti…?
C’è sicuramente gente che la fa, la usa come trampolino di lancio, la usa un po’ come una palestra, se possiamo definirla così. Io non sono molto d’accordo con questa concezione di politica universitaria, ad essere sincero, perché i problemi degli studenti sono cose serie e quindi vanno presi così come sono. Posso dire infatti che sia quasi un lavoro, fare il rappresentante degli studenti, per il tempo che porta via e per l’impegno che bisogna metterci, perché è, come ho detto prima, un tentativo di risposta ai bisogni che ci sono in Università. Evidentemente il mondo universitario è un mondo molto particolare, e quindi non vedo di buon occhio chi lo usa solamente per avere dei punti da spendere poi in altri ambienti.
Secondo te quali sono i punti in comune tra la politica fatta all’Università e quella fatta in ambito istituzionale?
In ambito istituzionale, c’è un’idea che mi piace molto sulla politica come una risposta al bene comune, e intendo per bene comune il bisogno della persona nei cui confronti viene fatta la politica. Una volta, a Firenze, ho incontrato una ricercatrice che m’ha detto, parlando della politica, quella “grande”, che è un’arte, è l’arte di chi rende musica il rapporto tra gli uomini. Questo mi ha molto impressionato, perché spazza via molti contrasti che ci possono essere tra ideologie differenti e partiti differenti.
Quindi sostanzialmente non ci sono grosse fratture tra la politica all’Università e la politica fuori?
No, se concepita così, secondo me no. Evidentemente i soggetti su cui ricadono sono differenti. Però, se uno la fa come tentativo di risposta al bene comune, non c’è nessuna differenza. La differenza viene fuori, invece, se uno lo fa come punti da spendere.
Hai detto prima del fatto che i problemi degli studenti siano problemi seri. Secondo te come mai soltanto il 10% degli studenti vota?
Questa è una bella domanda, che mi faccio ogni anno… Non so se sia un po’ un condizionamento di come viene trattata la politica, quella “grande”, che viene vista un po’ con disprezzo in certi casi. Tant’è vero che le percentuali dei votanti, negli ultimi anni, sono in picchiata. C’è stato un incremento l’ultima tornata elettorale, perché c’era la concomitanza con quella nazionale. Nella baraonda, si era tirati dentro.
Pensi che ci sia una mancanza di bisogni?
No, secondo me no. Perché i bisogni ci sono. Dal diritto allo studio, alla riforma, a tutto quanto, i bisogni ci sono. Molto probabilmente dobbiamo aumentare ancora di più noi, cioè la nostra visibilità all’interno dell’Ateneo.
Secondo te, in base a cosa gli studenti scelgono un loro rappresentante all’Università?
Mi auguro che lo facciano per quello che viene detto, il programma elettorale, per l’idea che chi si candida ha dell’Università, di quali sono i suoi bisogni, quali sono gli interventi che, secondo il candidato, vanno fatti prioritariamente. Un po’ anche per simpatia nei confronti del candidato, come sempre, visto che l’ambiente è un po’ più familiare e, mi auguro, cioè spero, che comunque il voto dato sia per quello che il candidato porta all’interno dell’Università. Perlomeno, a me è successo così.
Come mai non si sa molto delle decisioni che vengono prese a livello di Consiglio di Corso di laurea? Non c’è una grande trasparenza per quanto riguarda le informazioni, che cosa si potrebbe fare per incrementarla?
Quelli che sono nella mia lista danno la disponibilità ad orari fissi durante la settimana per l’incontro con i rappresentanti, gli incontri con gli studenti di spiegazione per quelle che sono state le decisioni prese all’interno del Consiglio. Poi, sulle questioni più rilevanti, o esponiamo dei cartelli informativi negli atri delle facoltà, oppure dei volantini in cui viene data spiegazione…
Come mai hai scelto CL, come la definiresti? Come mai sei entrato a farne parte?
Come definisco CL, io? Una grande amicizia!
Sì, il motivo è questo, cioè che di fatto è il punto di partenza per tutta l’avventura in Università, insomma. Una grande amicizia.
Secondo te la politica universitaria funziona tutto sommato bene, oppure funziona con clientelarismi, con amici, meccanismi un po’…
Subdoli?
Funziona, la politica universitaria?
Secondo me sì. Dal lavoro che ho visto negli ultimi due anni, sia con quelli di destra, di Forza Italia, della Sinistr@Unito, Reti studenti indipendenti, l’obiettivo non era l’affermazione di determinate idee di partito, ma cercare di costruire qualcosa che servisse agli studenti, a tutti gli studenti: per questo escludo il clientelarismo. In Università le cose hanno funzionato molto bene anche perché, devo dire, tutti i bandi che abbiamo fatto testimoniano semplicemente che ogni singola attività era aperta a tutti. Quindi, nessun clientelarismo.



