C’era grandissima attesa per l’esordio di Paolo Sorrentino nella Mecca del cinema mondiale. I perché di tanto fermento sono dovuti a diversi fattori.
Primo, Sorrentino è, con Matteo Garrone (ma più di Matteo Garrone), l’unico autore italiano della nuova generazione in grado di crearsi un vero e proprio pubblico di affezionati.
Secondo, Sean Penn è… Sean Penn: attore, produttore, regista, attivista politico e icona del cinema ribelle u.s.a… Serve altro?
Terzo, il film è una boccata d’aria fresca rispetto alle tante storie del cinema italiano (sempre confinate nei propri interni impolverati) e per il sistema produttivo cinema-Italia (quasi 28 milioni di dollari di budget investiti sulla fiducia da Lucky Red, Medusa Film, Indigo Film e altri partner stranieri per un film italiano non di cassetta sono un caso, ahinoi, irripetibile).
Il pubblico è accorso in sala e gli ultimi dati di Cinetel (aggiornati al 30/10/2011) consegnano una medaglia di bronzo al film di Sorrentino: lo precedono, con tutt’altro genere di film, solo Boldi e la coppia De Luigi-Capotondi. Code davanti ai cinema per un film che, lo vedremo, è imperfetto, ma che è un film: si può essere già soddisfatti così.
D’altro canto, questo è forse il meno perfetto dei film di Sorrentino e lo è proprio in quello che è il punto di forza delle altre pellicole: la scrittura.
La storia del rocker Cheyenne inizia lenta e scricchiola in alcuni passaggi: la donna in attesa del ritorno del figlio, il ragazzino faccia d’angelo innamorato della bad girl alternative rock, l’uomo d’affari che presta la propria vettura ad uno, diciamolo, sbandato di 50 anni che sembra costantemente sotto gli effetti di oppiacei. Ma questi aspetti sono inseriti in un racconto che procede volutamente per ritratti appena abbozzati. Quel che convince meno è invece il modo forse semplicistico con cui il tema dell’olocausto viene utilizzato come miccia per il risveglio di un’esistenza annoiata.
Sta di fatto che il film decolla nella seconda parte, dal piano sequenza al concerto di David Byrne, e arriva a toccare la vetta più alta, per scelta stilistica di regia, con il monologo (3×1) del vecchio nazista nascosto in una roulotte in mezzo alla neve.
Questa sequenza (e il click-bang che segue) vale il prezzo del biglietto.



