Non mi sembrava vero: alla fine ero stata presa a lavorare proprio lì. Il simbolo di Torino, uno dei Musei più attraenti della mia città. E sarei stata circondata da libri e dvd contenenti pezzi di storia del cinema mondiale, mi avrebbero chiesto consigli per acquistare una monografia su Elio Petri oppure informazioni sulla mostra dedicata a Wim Wenders. Come lavoro per mantenermi durante gli studi non avrei potuto chiedere di meglio. E pensare che stavo per accettare un impiego di tre mesi in un call center!
Lì invece era tutta un’altra storia. Immersa nella cultura, ogni giorno a contatto con persone provenienti dal mondo intero. Certo, la paga non era altissima, ma vuoi mettere, mica lavoravo in un call-center. E poi oggigiorno il contratto a progetto lo fanno proprio a chiunque. E’ quasi una tappa obbligata, un rito di passaggio che sancisce l’inizio dell’età adulta. Dov’era il progetto, dici? Va bene, fare la commessa in libreria magari non prevede un progetto, ma io almeno avevo un lavoro.
Il Museo del Cinema. Gente entusiasta da tutti gli angoli del pianeta, code di ore davanti alle entrate, specie nei fine settimana e durante le festività. Certo, questa storia del (risicato) stipendio “a forfait”, che non prevedeva maggiorazioni né straordinari (che pure mi venivano imposti) non mi andava granché giù. I miei amici oramai non mi chiedevano nemmeno più se volevo seguirli a Pasquetta in campagna o in montagna per Capodanno. Pure per le vacanze estive c’erano sempre problemi: dovevo dare la mia disponibilità 365 giorni all’anno.
Finiti i primi cinque mesi di lavoro mi hanno riconfermata per altri sette. Per fortuna, perché fino a due giorni prima della scadenza del contratto non era ancora giunta nessuna notizia sulla nostra sorte, oramai temevamo tutti il peggio.
Una volta mi sono ammalata e sono dovuta rimanere a casa tre giorni per l’influenza. I miei colleghi sono stati gentili e hanno coperto i miei turni, ma io non ho avvertito in amministrazione, perché altrimenti mi avrebbero decurtato lo stipendio di quei giorni. La solita “furbetta” italiana, certo, che appena può aggira le regole.
Girava voce che l’appalto della società sul bookshop stesse per scadere, ma non si trattava che di voci di corridoio, nulla di ufficiale. Si va bene, ma queste son cose complesse, si tratta di affari, business, cosa possiamo saperne noi… Vedrai che ci faranno sapere a tempo debito, non possono mica lasciarci a casa senza un minimo di preavviso e con questo maledetto progetto rinnovato tre, quattro volte! Ah, dici che sul nostro contratto non si legge la parola “preavviso”?
Intanto ho finito di studiare, mi sono laureata a pieni voti. Ho dovuto fare un cambio turno con il collega, il giorno della discussione della mia tesi. Tutte ore che ho recuperato, ovviamente, non potevo mica perdere un’intera giornata, in un periodo pieno di turisti come quello.
Un giorno però la responsabile commerciale mi ha spifferato che l’amministratore delegato (uno di quei manager che appena ha un weekend libero scappa a Porto Cervo ma che quando gli abbiamo chiesto un aumento ha biascicato cose come “In questo momento l’azienda è in difficoltà, bisogna avere pazienza, è un periodo di crisi”) non se la stava passando tanto bene: pare che sulla sua testa pendesse una vertenza sindacale di una delle dipendenti precedenti.
Aspetta un attimo: e se passassi anche io dai sindacati e mi facessi spiegare se davvero qui è tutto normale?



