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Intervista a Marco Revelli

Il mondo guidato dalla globalizzazione: la guerra di Bush o la pace dei Movimenti?

Un trittico di opinioni e idee sul futuro del Mondo globalizzato: la “lobby dei petrolieri” alla guida della politica estera americana, la guerra come arma della “globalizzazione hard”, confronto e dialogo tra culture nella culla dell’UE e l’irruente e vivace insorgere dei Movimenti.

Marco Revelli, professore di Scienza dell’Amministrazione all’Università del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” ci offre questi spunti di riflessione sulla situazione internazionale ed europea e sul sorgere di nuove proposte del “fare politica” da parte della popolazione civile.

Come si è evoluta la politica estera americana, quali sono gli obiettivi e come si pensa di risolverli?

Farei una premessa, voglio dire che sono in crisi come studioso della politica perché l’oggetto mi si è scomposto tra le mani, perché l’idea della politica sta attraversando una profonda crisi e non solo locale, si tratta di un quadro più ampio, quello della mediocrità delle leadership politiche, ossia di quelle figure che incarnano il potere politico, che si è personalizzato a partire dagli anni ‘60/‘70 con Kruscëv, Kennedy e Mao Tse Tung per esempio.

Oggi si parla molto di anti-politica come se ci fosse un rifiuto dal basso della politica, mentre in realtà la crisi è dall’alto poiché è difficile affidarsi a questo tipo di politici in un momento in cui i problemi globali sono giganteschi; a questo si somma la difficoltà della politica stessa a generare soluzioni adeguate alle sfide dei tempi, rappresentate dalla nostra condizione attuale nella quale i problemi del pianeta stanno emergendo in tutta la loro drammaticità. I rischi della sopravvivenza del nostro pianeta sono entrati in contraddizione con il modello di sviluppo dominante, un modello basato su una crescita illimitata e un consumo molto elevato di risorse, il cui nucleo centrale è l’energia; proprio per la centralità del problema dell’energia possiamo dire che il mondo sia guidato dalla “lobby dei petrolieri” americana. Ha dunque assunto il ruolo di leadership mondiale un segmento molto particolare del capitalismo americano, il segmento arretrato del capitalismo, e non della società americana, rappresentante di un settore legato alle forme finanziarie e organizzative più vecchie, più conservatrici, più legate al controllo territoriale.

L’America si è mossa da tempo in una direzione che affidava all’economia il primo posto, cosa che per certi versi è apparsa in qualche misura naturale perché gli interessi nazionali degli Stati Uniti finivano per coincidere con gli interessi globali del capitalismo americano, una struttura fortemente interconnessa con il resto della economia di mercato globale che da tempo aveva riconosciuto l’egemonia di quel modello con alcune differenziazioni (il capitalismo renano e scandinavo o il trionfo del monetarismo e delle politiche neoliberiste di Tatcher e di Reagan). Tuttavia da quando nelle amministrazioni americane l’economia ha incominciato a detenere il primato indiscusso ci si è trovati di fronte al fenomeno della globalizzazione, che non è altro che la vittoria dell’economia sulla politica, ovvero l’annullamento della sovranità degli stati e della segmentazione territoriale, e l’affermazione della relativizzazione e dell’attraversamento dei confini territoriali.

L’amministrazione Clinton ha saputo mantenere in un equilibrio abbastanza dinamico le due anime di questo capitalismo: convivevano l’anima del “sistema aperto”, rappresentata dalla new economy che non richiede infiniti investimenti, permette una diffusione molto ampia e punta sulla cooperazione, e l’anima del “sistema chiuso”, quella delle logiche proprietarie e autocentrate, dell’industria petrolifera, che deve controllare dei territori per insediarvisi e prelevarne le risorse.

Con l’amministrazione G. W. Bush questo equilibrio si è rotto e con l’11 Settembre è precipitato: stanno prevalendo logiche a “sistema chiuso” anche nei settori dinamici. Questo fa sì che prevalga una logica bellica.

La guerra quindi diventa una prosecuzione logica della politica. Perché?

La guerra è il passaggio dalla “globalizzazione soft”, basata sulla potenza finanziaria e commerciale che conquista i territori sciogliendoli in qualche modo attraverso il passaggio delle merci e del denaro, a una “globalizzazione hard”, che intende controllarli territorialmente e che ha bisogno anche dei soldati. La logica territoriale della politica in un mondo globalizzato, dove si sciolgono tutte le sovranità tranne una, quella imperiale, implica quindi di nuovo il ricorso allo strumento della guerra: Bush è il primo che ha parlato di guerra, la prima guerra del XXI secolo.

La guerra è più di un pretesto, è il detonatore di un pretesto che è stato preparato: in modo paradossale questo “bisogno di guerra” si nascondeva sotto la parola “bisogno di politica”. Erano in tanti che auspicavano la risoluzione politica delle contraddizioni del modello neoliberista, considerato solo un’ideologia e un’utopia per il tentativo fallimentare di ridistribuire le ricchezze; nelle premesse di questa risoluzione politica, che prevedeva l’applicazione di un modello distruttivo degli equilibri mondiali ed estensibile ad un numero limitato, vi era la guerra. L’11 Settembre è stato come la levatrice di questo concetto.

Qual è il ruolo dell’UE nel Mondo?

Le alleanze, le guerre e la NATO cercano di impedire che nasca una politica autonoma europea, che vi siano un’identità e un ruolo autonomo dell’Europa nel mondo: la guerra in Kosovo non mirava tanto a difendere gli Albanesi, quanto ad impedire all’Europa di darsi una linea autonoma.

D’altra parte permane un masochismo della politica europea, poiché difficilmente l’Europa potrebbe diventare un vero stato sovrano continentale, essendo storicamente legata alla forma dello stato-nazione. L’emblema di tale difficoltà è il comportamento assunto dall’Europa durante la crisi jugoslava, quando il riconoscimento della Croazia e della Slovenia da parte della Germania ha fatto scoppiare la guerra, diventata un altro suicidio europeo in nome di un controllo e di un’egemonia su una regione.

Se esistesse la fantasia politica, l’Europa potrebbe fare delle proprie debolezze una virtù e cioè diventare un’entità politica comunicativa e discorsiva, anziché sovrana, un luogo di incontro e confronto di culture, quindi un’Europa grande potenza culturale prima ancora che grande potenza militare e politica, mediatrice tra l’Est e l’Ovest del mondo.

Questa debolezza della nostra identità è una straordinaria risorsa comunicativa: potremmo davvero entrare in rapporto con altri paesi senza dar loro l’impressione di volerli sottomettere e uniformare a noi.

Come spiega il riscontrarsi di elementi comuni nell’evoluzione delle politiche interne dei paesi europei, come per esempio la nascita e l’affermazione di movimenti populisti xenofobi di destra?

Direi che non sarebbe giusto parlare di una sorta di internazionale europea della destra o di una destra trasversale, transnazionale, europea, perché le differenze tra i vari movimenti sono forti, i linguaggi stessi e naturalmente anche gli interessi sono profondamente diversi, anche se i meccanismi di costituzione di questi fenomeni sono simili. L’estrema destra di Fortuyn in Olanda e la Lega in Italia: un omosessuale anticonformista e xenofobo, ma con elementi di rottura e di innovazione molto alti e un rancoroso localista che tira fuori il trash delle ampolle celtiche. La stessa xenofobia di Le Pen è diversa da quella di Bossi o di Fini.

I meccanismi però sono simili. L’emergenza e l’affermazione di tali movimenti sono il sintomo di una malattia, sono il sintomo della catastrofe e della frana della sinistra, in qualche modo universalista, in parte globalizzatrice, che non è riuscita tuttavia a difendere le proprie basi sociali e, in generale, a proporre dei modelli di difesa dei propri cittadini rispetto al disordine provocato dai flussi della globalizzazione. A questa domanda di sicurezza che emerge e che nella sua forma più estrema si presenta come una reazione immunitaria attraverso l’isolamento dal disordine, che viene dall’esterno, e a questa paura dello sradicamento la sinistra non ha saputo dare una risposta in avanti e, in qualche misura, le parti più fragili, culturalmente o socialmente, dei diversi insediamenti sociali si rifugiano nell’urlo beduino “Fuori gli stranieri!” provocando questi fenomeni che non hanno una base culturale comune, né una tradizione politica.

Sono nati anche movimenti che sono espressione politica della società civile di sinistra. Quali sono le differenze tra queste forme di politica innovative e quelle istituzionali?

Credo che questi movimenti siano uno dei pochi segnali di speranza nel quadro che si crea.

Nel ’99 a Seattle si salutava un movimento che era la prima reazione globalizzata al modello di globalizzazione prevalente. Finalmente si esprimeva una reazione a livello globale.

La parte più innovativa e migliore di questo fenomeno si costituisce dentro lo spazio nuovo creato dalla globalizzazione, ormai fuori dal contenitore dello stato-nazione.

La politica istituzionale è verticalizzata: risponde sempre meno alle esigenze dell’elettorato e si legittima attraverso il riconoscimento dei propri simili. Una conseguenza di tali meccanismi è per esempio che D’Alema per essere riconosciuto da Washington partecipi alla guerra del Kosovo, violando la Costituzione: siamo ritornati nell’Ottocento al concerto tra gli Stati e all’incontro tra sovrani che si legittimavano a vicenda.

Questi movimenti invece interpretano già una realtà post-statale e rispondono ad una domanda di politica non più giocata sulla verticalità del potere, ma sull’orizzontalità e basata sull’incontro e sull’idea di rappresentazione di se stessi più che su quella di rappresentanza.

Bibliografia

Marco Revelli, Il tempo oltre il Novecento, Einaudi, Torino 2001.

Marco Revelli, Fuori Luogo, Bollati Boringhieri, Torino 1999.

Marco Revelli, La sinistra sociale, Bollati Boringhieri, Torino 1998.

Marco Revelli, Le due destre, Bollati Boringhieri, Torino 1996.

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