In cosa consiste il mestiere del politico? Lo abbiamo chiesto al Presidente Luciano Violante, attuale capogruppo dei DS alla Camera dei Deputati, che ci ha fornito alcuni tasselli essenziali per la comprensione di un quadro molto articolato: il principio di responsabilità collettiva, lo spostamento di forze attraverso il dialogo e la dialettica convincenti, due diverse politiche al Nord e al Sud d’Italia, l’evoluzione e la trasformazione del sistema politico italiano dalla “Prima” alla “Seconda Repubblica” e il linguaggio retorico e dell’immagine.
Che cosa l’ha spinta ad entrare in politica? Se l’hanno spinta ideali o principi, ha dovuto scendere a compromessi con questi o in che misura li ha realizzati?
Ho cominciato a fare politica da ragazzo nella FGCI. Poi, dopo aver deciso di fare il concorso di magistratura, ho smesso di fare politica attiva, ma ho continuato a farne di tipo associativo in Magistratura Democratica. Nel ‘76 il PCI mi chiese di entrare in Parlamento ma rifiutai, perché avevo appena terminato alcuni processi per terrorismo che mi avevano dato una certa notorietà e non ritenevo opportuno sfruttare quella notorietà professionale sul terreno politico. Nel 1977 fui chiamato dall’allora Guardasigilli Bonifacio a lavorare al Ministero della Giustizia, nell’Ufficio Legislativo, con un particolare incarico sul versante della lotta al terrorismo. Nel ‘79 il PCI mi richiese si candidarmi e accettai. Ormai erano passati alcuni anni da quei processi che mi avevano dato popolarità e l’elezione alla Camera mi avrebbe dato la possibilità di continuare nello stesso impegno per la giustizia da un altro luogo.
Non ho mai abiurato ai miei valori, ma ho creduto sempre di non possedere la verità a priori e di dovermi attenere ad un principio di responsabilità collettiva per mantenere la coerenza con l’adesione al mio schieramento politico. Non è obbligatorio militare in un partito, ma se decidi di farlo devi accettarne i principi e la disciplina, altrimenti te ne vai. Mi è certamente capitato di votare, per disciplina, cose che non condividevo. Purché non intaccassero il nucleo dei miei valori fondamentali. C’è un nucleo di valori, esigenze e opinioni non mediabili su cui non si deve transigere, che costituisce l’identità politica di ciascuno di noi, il nocciolo della nostra etica pubblica. Su questi valori non si transige.
Che cosa può comportare invece il perseguire con ostinazione e determinazione i propri ideali?
Non bisogna mai ritenere di essere a priori nel giusto, senza aver valutato le obiezioni e le ragioni degli altri. Se si è ostinati e determinati nell’errore si arrecano danni, a volte anche gravi. Prima di agire con determinazione ed ostinazione bisogna accertarsi di essere nel giusto. Una volta fatta questa valutazione si agisce. Ma non a colpi di ariete, questa è almeno la mia opinione; ci si deve adoperare invece per convincere gli altri. La politica consiste nel convincere e nel costruire; nello spostare forze che ti aiutino a fare perché convinte della bontà del tuo progetto. Questo cozza con l’idea della politica spettacolo e del politico clown o marionetta che a volte ci trasmette il video. Ma è meglio essere persone serie, anche se meno popolari. Alla fine i cittadini sanno distinguere i clown dalle persone serie.
In che cosa consiste il lavoro del politico?
Posso rispondere con tre parole: studiare, ascoltare, costruire.
Contrariamente a quello che in genere si pensa, il politico deve dire la verità, non deve mentire. Se non conosci un problema devi dirlo, scusandoti e chiedendo all’interlocutore in che modo puoi fargli avere la risposta. Una delle cose peggiori in politica è pensare di essere possessori di una verità indiscussa e non discutibile. Così nasce l’autoritarismo.
Il mondo politico è lo specchio della società, non è né meglio né peggio: c’è un tasso di onestà e disonestà nel mondo politico pari a quello che c’è nella società.
Questo non è un mondo separato in cui si entra per concorso. Tutti i parlamentari sono stati scelti ed ho imparato che ciascuno ha qualcosa da dire: anche se parla qualcuno con cui non prenderesti mai un caffè, e ce ne sono, è utile ascoltarlo. E’ stato scelto e rappresenta un pezzo d’Italia.
Penso che non necessariamente l’elettore voti il migliore, ma colui che è più vicino alla sua idea di mondo, o che l’ha convinto di un’idea di mondo. Quando la politica governa male c’è una quota di responsabilità anche nella società civile che ha scelto le persone sbagliate.
Qual è il suo rapporto con la base, con gli elettori?
Sono deputato dal 1979. Sono stato eletto prevalentemente nel Nord, ma ho fatto prevalentemente politica nel Sud. Il rapporto con gli elettori dipende molto dai luoghi. Nel Nord alcuni bisogni di fondo sono soddisfatti e si ha dunque la possibilità di occuparsi di interventi generali. Nel Sud è molto più difficile, perché si deve riportare ad un livello razionale l’impellenza delle necessità individuali. In ogni area del paese, l’impegno principale non dev’essere mai quello di risolvere casi individuali, ma di far funzionare le cose in modo che ci sia equità nell’esercizio dei pubblici poteri. Ho come regola quella di intervenire per problemi individuali solo quando sia stata commessa un’ingiustizia, sia stato leso un diritto. Poi bisogna ascoltare e informare, senza fermarsi mai. In politica le persone più pericolose sono quelle che concepiscono il loro ruolo come risoluzione di problemi individuali. Non solo perché questa è l’anticamera della corruzione e del clientelismo, ma anche perché queste persone hanno interesse al cattivo funzionamento delle istituzioni, altrimenti il loro ruolo sarebbe inutile. Sono molto contento quando posso discutere con le generazioni più giovani. Cerco di comunicare quello che so, di trasmettere il metodo per capire la società, le sue linee di tendenza. Cerco di capire anche cosa pensano dell’Italia, dell’Europa, del mondo, del loro futuro. E parlando con i giovani capisco cose che altrimenti non capirei mai.
Le caratteristiche del politico di professione si riscontrano anche in colui che fa politica da semplice cittadino?
Chi non ha responsabilità politiche si colloca naturalmente su un versante diverso; ma i principi devono essere gli stessi: studiare, ascoltare, non pretendere di possedere la verità, cercare di costruire. Il cosiddetto semplice cittadino deve capire che ha anche lui delle responsabilità pubbliche, proprio come cittadino, come membro di una civitas, di una comunità. In Italia non c’è ancora sufficiente sensibilità alla moralità dell’esercizio del potere. Salvo poi ad esplodere in sorta di ondate di moralizzazione. A queste ondate periodiche, cui seguono lunghe indifferenze, preferisco una pacata e costante azione di difesa dell’etica pubblica e di attenzione per la correttezza dei comportamenti politici.
Che differenze ci sono nella politica tra la “Prima” e la della “Seconda Repubblica”?
Nella “Prima Repubblica” c’era la DC, un partito-cardine che avrebbe governato comunque, che garantiva l’Occidente, e un altro partito-cardine, il PCI, che garantiva che l’opposizione sarebbe rimasta all’interno dei limiti costituzionali. Questo bipolarismo interno era la proiezione del bipolarismo internazionale tra Stati Uniti e mondo occidentale da un lato e Unione Sovietica e paesi dell’orbita sovietica dall’altro. Erano partiti avversari, ma che condividevano i valori della Costituzione, che avevano costruito insieme, e l’avversione al fascismo, che avevano combattuto insieme. Si parlava di democrazia incompiuta proprio perché non c’era alternanza al governo del Paese. Ma era forse l’unico modo possibile di organizzare una democrazia nelle condizioni date, tra la presenza del più forte partito comunista dell’Occidente e la guerra fredda internazionale. Tuttavia i costi sono stati alti. Il sistema si è ingessato; si è rotto il rapporto tra classe politica dirigente e società civile, la corruzione ha dilagato. Uomini delle tradizionali forze di maggioranza hanno intrecciato in alcune aree del pese rapporti anche con la malavita pur di conservare il potere. La Ragion di Governo è diventata Ragion di Stato. Erano i caratteri del modello politico italiano.
Questo sistema è crollato con il crollo del bipolarismo internazionale, nel 1989. Non sono stati i processi per corruzione, la cosiddetta Mani pulite, a far crollare quella classe politica. Ci hanno pensato direttamente i cittadini, nel ’91 quando venne votato il referendum sulla “preferenza unica”, e nel ’93 quando venne votato il referendum sul “sistema maggioritario”. In entrambi i casi la classe dirigente della Prima Repubblica si era schierata per il NO e fu sconfitta. Da questa sconfitta politica nacque la possibilità di processare personaggi prima intoccabili per corruzioni che prima di allora non erano mai state perseguite. Prima gli imprenditori che pagavano non parlavano; poi con l‘indebolimento della stessa ragion d’essere del modello politico italiano, gli imprenditori cominciarono a parlare a dire che pagavano, quanto pagavano, a chi pagavano.
La “Seconda Repubblica” nasce da questo collasso della “Prima”. Abbiamo un sistema politico più stabile, ma c’è un a sorta di incomunicabilità tra le due coalizioni perché non ci sono valori comuni. Ben tre partiti del centro-destra, Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega non hanno la Costituzione repubblicana nel loro DNA politico, né la lotta la nazifascismo dalla quale nacque la democrazia italiana.. Questo è un grave handicap per l’Italia.
Quanto contano in politica l’abilità retorica, l’uso di un certo linguaggio e di un’immagine?
L’abilità retorica conta molto perché se bisogna spostare forze, si deve avere la capacità di argomentare. Anche l’immagine è molto importante. Ma l’abilità retorica e l’immagine non sono contenuti, sono mezzi che devono trasmettere contenuti. Se i contenuti non ci sono, si è disonesti.
Che cosa è cambiato dal punto di vista della sua gestione del potere da quando era nella magistratura a quando è entrato in politica?
Il giudice esercita un potere sulla libertà e sui beni delle persone, o comunque in vista del raggiungimento e accertamento di un principio di responsabilità, non di verità; solo nei regimi totalitari la giustizia ha come scopo la verità. Nei regimi democratici la giustizia ha come scopo l’accertamento della responsabilità.
In politica l’esercizio del potere consiste nella capacità di condizionare una decisione che raramente spetta ad una sola persona. Quello politico è un sistema complesso, con molti soggetti che intervengono o possono intervenire. Se riesci ad orientare la decisione hai esercitato un potere. Ma la differenza maggiore è un’altra. Nel sistema giudiziario il giudice ha un ruolo definito. Nel sistema politico nessuno ha un ruolo definito a priori. Se in quel momento hai credibilità puoi esercitare una forte capacità di convincimento; se il giorno dopo hai perso credibilità, per una ragione qualsiasi, conti molto di meno. In politica la legittimazione si costruisce giorno per giorno, ma può essere distrutta in un attimo, per un errore, una parola di troppo, una campagna di stampa dei tuoi avversari. In politica nessuna legittimazione è per sempre, ma anche nessuna delegittimazione è irrecuperabile.



