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La polizia dei pesci piccoli

Recensione di “ACAB – All Cops Are Bastards”, di Stefano Sollima. Con Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro. Italia 2011. 112’

Tre colleghi del Reparto Celere di Roma, soprannominati Cobra (Favino), Negro (Nigro) e Mazinga (Marco Giallini) sono ormai una “famiglia”, tra loro si chiamano “fratelli” ed hanno un modo (violento) tutto loro di intendere il mestiere del poliziotto. Alla “famiglia” si aggiunge Carletto, ex poliziotto espulso per i suoi atteggiamenti violenti, e il giovane Spina arruolatosi per poter avere un lavoro onesto e redditizio per aiutare la madre nullatenente. Proprio la presenza di quest’ultimo causerà le incrinature all’interno del gruppo.

Il film è tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini (già co-autore dell’autobiografia di Renato Vallanzasca, da cui Michele Placido ha tratto Gli angeli del male), ed è il primo lungometraggio di Stefano Sollima, regista di serial televisivi di successo come Un posto al sole, La squadra e Romanzo Criminale.

Chi pensava che all’interno del film ci fosse una precisa riflessione sull’annoso problema dell’abuso delle forze di polizia resterà deluso. I protagonisti, uniti anche dall’ideale politico di estrema destra (capeggia in casa di uno di loro la gigantografia di Mussolini), in realtà sono persone che poco hanno a che fare con il potere, ma più semplicemente con la loro dimensione di fallimento umano e il loro odio per la società. Perché, a mio avviso, non si possono citare solo banalmente e in maniera confusa fatti riguardanti l’ordine pubblico e l’abuso di potere ancora caldissimi, dal G8 di Genova, dove certamente la responsabilità non era semplicemente di quattro disperati, al caso dell’agente Spaccarotella – definito da Favino “un coglione in divisa” – che uccise il tifoso Sandri, alla morte di Raciti, solo per dare un po’ colore al film. Invece il film non approfondisce né ci dice nulla di più.

Questo risulta un po’ il limite del film, che al di fuori di questa visione forse ideologica, risulta essere un buon prodotto “americano” con un perfetto mix di azione e tensione, scene di guerriglia girate ottimamente (per un film italiano) e intense inquadrature che risaltano l’impeccabile intepretazione di Favino. Ma al di là del destino di Cobra, Negro e Mazinga (che si ritroveranno in una sorta di scontro finale in un apocalittico Piazzale Diaz, nome che rievoca le colpe personali mai scontate del tragico G8 di Genova), la dimensione sociale e collettiva ne è elusa, in nome probabilmente dell’happy end e del mercato televisivo. E questa mancanza, in un certo senso, è una forma di ingiustizia.

Il blog di recensioni Verifica incerta è curato dall’Associazione Museo Nazionale del Cinema di Torino per Il Contesto.

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