L’11 maggio 1960 Otto Adolf Eichmann viene rapito presso Buenos Aires, dove era espatriato al termine della Seconda Guerra Mondiale e viveva sotto falso nome, dagli agenti del Mossad, i servizi segreti israeliani, e condotto a Gerusalemme per rispondere alle accuse di crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico. Hannah Arendt segue il processo, cominciato l’anno successivo, analizzando per il giornale americano New Yorker le implicazioni politiche, giuridiche e morali del dibattimento. La banalità del male è il frutto di questo lavoro, un saggio di stampo giornalistico ma al tempo stesso complesso, uno studio di caso ma assieme una prospettiva globale; un’opera che, pur affrontando un tema delicato e carico di tabù come l’olocausto, non limita mai il suo campo d’indagine. E, proprio per questa ragione, sarà al centro di numerose polemiche.
L’autrice elabora il suo discorso principalmente su tre livelli. Innanzitutto, si adopera per edificare una storia e una geografia della shoah, procedendo in parallelo con il ruolo di Eichmann, pianificatore e organizzatore delle deportazioni. Esaminando la situazione non solo in Germania ma fino all’estrema periferia del Reich, ci si inoltra così in terreni poco esplorati, persino imbarazzanti, come la collaborazione della popolazione e delle autorità negli stati satellite e nei paesi occupati. In secondo luogo, sono le implicazioni interne allo stato d’Israele a essere indagate: il significato di un processo che è giustizia ma che, in qualche modo, mantiene un connotato politico ben preciso per il governo di Ben Gurion; la liceità del rapimento e della competenza attribuita alla corte israeliana, piuttosto che a quelle internazionali; i risvolti di un dibattimento che mette in causa non solo la colpevolezza di un singolo individuo, ma la storia di un intero popolo e delle sue sofferenze. Il terzo livello, quello centrale in fin dei conti – perlomeno a credere al titolo -, è quello etico, del rapporto e delle contraddizioni tra la legge statuale e quella morale, tra l’imperativo del diritto e quello della coscienza. Robert Servatius, l’avvocato difensore, dichiarò, in un’intervista concessa alla stampa: “Eichmann si sente colpevole dinanzi a Dio, non dinanzi alla legge”: poiché egli aveva compiuto atti “per i quali si viene decorati se si vince e si va alla forca se si perde”. In queste dichiarazioni si legge il carattere più angosciante della vicenda: quello che fa di Eichmann un “burocrate dello sterminio”, un mostro banale, che manda alla morte gli ebrei ma afferma di non odiarli. In distonia con l’immagine spesso infernale che ci viene proposta di Hitler e della Germania, la Arendt ci dà il ritratto di un male più sottile, più vicino e, proprio per questo, più inquietante.



