twitter facebook picasa mail feed

Il colore degli occhi

Il 14 aprile 1977, alle ore 08.00, varcai per la prima volta il portone di Via Juvarra 19, la prima di altre circa 4900. Sarei infatti uscito da quel portone per l’ultima volta il 30 dicembre 1992.
Clinica Oculistica dell’Università di Torino. Ne ripeto sempre al completo l’intera formula perché ho ancora in mente che quando si rispondeva al telefono dagli uffici della segreteria eravamo usi dire: “Clinica Oculistica dell’Università di Torino. Dica!” La mia qualifica era stata preparata a tavolino per giustificare la mia assunzione (ebbene sì: a suo tempo fui assunto tramite scorciatoia clientelare, l’Ospedale Oftalmico a quei tempi era feudo socialista e mio padre ci lavorava da anni come capo del personale della vigilanza). “Tecnico di Laboratorio Specializzato in Piccoli Animali”. Proprio io che non avrei ucciso nemmeno uno scarafaggio, infatti mai ebbi a che vedere con esperimenti su animali; tantomeno se ne facevano all’interno della struttura.

Foto di Petr Novák

O meglio: una volta ci provarono a testare un collirio su quattro conigli bianchi, ma insieme ad altri colleghi riuscimmo a far rientrare l’insano proposito. I conigli rimasero nella loro conigliera nel cortile interno della Clinica per tutto il corso della loro esistenza, curati, rifocillati e trattati come delle vere mascotte.
La mattina del secondo giorno di lavoro il vicedirettore mi aprì le porte di un laboratorio polveroso in cui, evidentemente, non metteva piede nessuno da anni.
Gli strumenti erano molto vecchi, quasi antichi, alcuni bellissimi: armadi in noce scuro massiccio, contenitori farmaceutici in ceramica o vetro artigianale, attrezzature da sala operatoria in contenitori con l’interno di velluto rosso…
”Apra uno di quegli armadi”.
Aprii uno di quegli armadi.

Occhi. Davanti me decine e decine di contenitori in vetro dal cui interno mi fissavano altrettante decine di occhi.
Il primo pensiero fu: “sono finti, sono pròtesi…” ma subito dopo vidi la formaldeide nei contenitori: erano occhi umani. Veri.
Ognuno con la sua etichetta; per la maggior parte le etichette erano leggibili: riportavano il nome del paziente, la data dell’enucleazione, la patologia, il nome del chirurgo: 25 maggio 1926 – Mario Rossi – Retinoblastoma, Prof. Filippo Speciale Cirincione, per fare un esempio.
Sono di stomaco forte – anzi ero, adesso mi sono un po’ rammollito – e la cosa più che altro mi sorprese, per capirci non ebbi conati di vomito né mi spaventai più di tanto.
Era una visione così fuori dall’ordinario che mi ritrovai, più tardi, a fare considerazioni sulla bellezza o meno del colore dei singoli occhi, sui segni più o meno evidenti della malattia che avevano portato all’operazione.
“Deve svuotarli TUTTI: vogliamo recuperare i contenitori”.
Non ci fu bisogno di ripetermelo, capii subito.

Mi girai per guardare in faccia il vicedirettore, mi sembrò di intuire un vago sorriso, certo non di solidarietà (col tempo capii che quel sorriso c’era eccome, glielo vidi tantissime altre volte).
I successivi tre giorni furono indimenticabili: svuotai almeno duecento contenitori…che non sempre si rivelarono facili da vuotare. Buttai il contenuto in sacchi speciali per il recupero di reperti bioptici che mandai poi all’inceneritore.
Alla fine del terzo giorno, uno specializzando del 3 anno, di cui poi divenni amico, mi venne a dire che il mio periodo di “apprendistato” era finito.
Quello che avevo fatto in quei tre giorni era assolutamente inutile: i contenitori non erano né preziosi né riciclabili per altri scopi.
Ero stato testato, era stato valutato il mio grado di sopportazione davanti a situazioni di quel tipo. Divenni poco più tardi, dopo un breve corso, il fotografo della sala operatoria della Clinica, per documentare le imprese dei valenti chirurghi della Clinica Oculistica dell’Università di Torino.

Diego, 58 anni

Questo racconto è stato raccolto per il numero speciale del Contesto sul lavoro, in uscita a luglio 2011. Hai anche tu una storia da raccontare? Qui trovi le istruzioni per contribuire con il tuo racconto.

PrintFriendlyFacebookTwitterGoogle ReaderLinkedInMySpaceDeliciousShare

Tags: , ,

Commenti

  • Gina

    bel racconto! nel mio infinito cinismo, prima di finire di leggere, pensavo che gli occhi dovessero essere buttati nel gabinetto! :)

Commenti Facebook