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Quando la politica incrocia la coscienza dei cittadini

“L’Europa, continente dei valori umanistici, della Magna Carta, del Bill of Rights … della libertà, della solidarietà e soprattutto della diversità”.
Dichiarazione di Laeken sul futuro dell’Unione Europea

Quale identità per gli “Europei”?

Ci sono dei momenti nella Storia, nei quali ogni singolo individuo è chiamato a rispondere di fronte a una polis comune. L’Europa, con i suoi apparati istituzionali, le sue restrizioni legislative, i suoi legami monetari ed economici costituisce sicuramente uno di questi momenti, tanto nello spazio quanto nel tempo: ma allora qual è l’humus comune sul quale costruire la possibile « casa demo-cratica » dei prossimi secoli?

Sempre più frequentemente, sebbene non ancora abbastanza, nei dibattiti che vertono sulla politica ci si pongono delle questioni sull’identità dei partiti, delle idee e anche dei votanti. Nonostante l’argomento sia generalmente affrontato su una scala nazionale è legittimo domandarsi, di fronte alla tentata costruzione di una nuova « dimora costituzionale » nel vecchio continente, quali siano gli elementi che potranno permettere agli attuali cittadini dell’Unione di riconoscersi effettivamente come Europei. Ultimamente alcuni politici, giornalisti e intelletuali hanno provato a fornire una risposta. Sebbene l’argomento appaia ancora assai distante dalle preoccupazioni e dal sentire comune degli oltre quattrocentocinquanta milioni di potenziali Europei, è quantomai attuale capire quali potranno essere le referenze partecipate da tanti cittadini.

Tra le risposte finora “pervenute” molti hanno rimarcato frammenti di storia, religione, cultura o valori comuni e, quasi tutti, l’elemento geografico. Immaginando di percorrere un sentiero spazio-temporale, attraverso le sopra citate tematiche “europee”, cercheremo di capire quali sono le tappe alle quali, se non proprio tutti, almeno la maggior parte dei cittadini dell’Unione attuale e futura si sono fermati o potranno farlo coscientemente negli anni a seguire.

In cerca di una possibile identità

La prima tappa, per tradizione, è quella geografica, poichè sin dalla scuola elementare i bambini apprendono che l’Europa è uno dei cinque continenti, chiaramente delimitato dall’Oceano Atlantico a ovest, dai monti Urali a est, dal Polo a nord e dal Mar Mediterraneo e dal Mar Nero a sud. Tuttavia, se si analizza la « grafia » che la terra ci propone in questa zona del mondo, le certezze assolute delle quali ci si impregna sin dall’infanzia mostrano almeno qualche crepa: gli Urali, infatti, sono una catena montuosa che di rado si innalza sopra i 1500m sul livello del mare, indi abbastanza irrilevante se paragonata alle Alpi o ai Pirenei. Inoltre è diffcilmente dimostrabile che lo stretto dei Dardanelli o il Bosforo, una lingua di mare che divide una stessa città (Istanbul), possano costituire una linea di frattura: che dire allora del canale della Manica o, peggio, dello stretto di Messina? Cio’ non significa che non si possa più parlare di Europa, ma semplicemente, che un’analisi geografica deve tenere conto di una geometria variabile dalle frontiere imprecisate.

Almeno in parte delusi da questa prima constatazione procediamo su un altro terreno forte per tradizione: la storia. Anche qui, non è difficile notare come, piuttosto che il luogo di un percorso condiviso, l’Europa è stata il teatro di scontri continui. Questi, concretizzatisi sovente in guerre sanguinose, sono stati combattuti da attori differenti, che più volte si sono scambiati i ruoli, mettendo in evidenza delle continue linee di frattura fra loro sovrapposte. A partire dalla caduta dell’impero latino, troppo lontano nel tempo come referenza e comunque euro-afro-asiatico, il Sacro Romano Impero si è opposto tanto ai « barbari » quanto agli « infedeli », guerre di cent’anni hanno opposto Francia e Inghilterra, una guerra dalla portata mondiale ha opposto la Francia di Francesco I alla Spagna di Carlo V, guerre di successione hanno insanguinato il secolo a cavallo tra seicento e settecento, le guerre napoleoniche hanno opposto la Francia al resto d’Europa, la guerra franco-prussiana e le guerre di indipendenza hanno marcato il diciannovesimo secolo, la prima e seconda guerra mondiale hanno mostrato al mondo di quale crudeltà fosse capace l’uomo e la guerra fredda ha continuato a dividere proprio il cuore di questa Europa.

Smantellato anche questo secondo pilastro identitario proviamo a soffermarci su quelle tappe che appartengono a un dominio più strettamente culturale. In primis la religione, richiamata dalle autorità cattoliche e dai partigiani dell’Europa come « club cristiano ». Un’attenta analisi di una certa « demografia spirituale » dimostrerebbe, innanzitutto, che in Europa sono presenti non solo cristiani, ma anche ebrei (da praticamente duemila anni), musulmani, atei e agnostici in quantità non indifferenti. Tuttavia, è innegabile che la maggior parte della popolazione ha, quantomeno nel proprio bagaglio culturale, delle referenze alla cristianità. E’, pero’, altrettanto vero che il nome di Cristo, lungi dall’essere elemento di unione, è stato motivo di divisioni continue e permanenti, sfociate in crociate, scissioni, riforme, controriforme e roghi : le guerre di religione e le notti di S.Bartolomeo proprio in Europa hanno trovato ragion d’essere.

Altro elemento culturale potrebbe essere la lingua, ma in questo caso bisogna subito arrendersi all’evidenza degli oltre quaranta « mezzi di espressione vocale » che popolano il continente, tra i quali alcuni non appartengono neanche al ceppo indoeuropeo (vedi il basco o l’ugro-finnico).

Infine si potrebbe far ricorso a tutta una serie di elementi di minore importanza che hanno talvolta accomunato letteratura, correnti di pensiero e di espressione e tradizioni eno-gastronomiche. Anche qui, pero’, si possono rimarcare notevoli differenze, per non dire autentiche fratture, a cominciare dall’importanza delle istituzioni sociali (famiglia e chiesa nei paesi latini, stato in quelli nordici), per continuare con i riferimenti mitologici (tradizione greco-romana contro tradizione vichinga) e finire sull’alimentazione (birra e utilizzo di grassi animali al nord contro vino e utilizzo di grassi vegetali al sud).

Ma, allora, se nessuno di questi elementi ha una forza tale da poter permettere a tutti gli abitanti di questo luogo non ben definito, di riconoscersi sotto una stessa matrice, cosa puo’ indurre a definirsi come cittadino europeo ? E, ancora, non sarà piuttosto legittimo cominciare a dubitare che essere Europei non sia altro che il frutto di un artificio ?

L’europeanità

La risposta a quest’ultima domanda è negativa poichè esiste effettivamente una « europeanità ». Questa identità è debitrice verso episodi della storia, della geografia e della cultura che si sono susseguiti in Europa, ma non si fonda su nessuno di questi. Al contrario, essa è il frutto di un paradosso e di una rivoluzione copernicana rispetto alla comune accezione del termine. Infatti, generalmente, l’identità è tale in quanto ha in sè un implicito « ius excludendi alios », ovvero una capacità di riconoscersi attorno a qualcosa che ci distingue dagli altri. L’europeanità, invece, è un’identità in quanto possibilità di includere in essa tutti quelli che riconoscono, come unico denominatore comune, l’alterità, indi la differenza. La diversità diventa una possibilità dialettica di un percorso attraverso il tempo, che riconosca molteplici tesi, conservando perennemente l’ipotesi della sintesi solo e unicamente attraverso un logos, un discorso.

L’identità europea, dunque, tradotta praticamente, si fonda su tutti quegli elementi o, per meglio dire, valori, che permettono a ogni identità, singola o collettiva, di esistere e di esprimersi. Per semplicità, possiamo riassumerli, ma non esaurirli nè assolutizzarli, nei cosiddetti diritti umani, nella democrazia, nello stati di diritto, nell’uguaglianza di fatto e nella solidarietà sociale.

L’europeanità, tuttavia, è un cocetto concreto e non un’astrazione universale come la fratellanza o il cosmopolitismo. Nonostante il fine ultimo sia il medesimo, la Storia ha dimostrato che talvolta proprio quelli che hanno pensato dei concetti universalmente validi, si sono rivelati capaci delle peggiori aberrazioni per tentare di metterli in pratica : il seguito della rivoluzione francese e di quella russa insegnano. Al contrario, proprio la volontà di purificare in maniera estrema l’identità tedesca ha spinto Hitler all’eliminazione della diversità ebrea. Dunque è proprio sulle ceneri di questi « opposti », che si possono edificare le fondamenta concrete dell’identità europea.

Il fine, per ora solo in parte realizzato, è che chiunque senta nella propria coscienza la possibilità dell’altro. La concretezza di questo fine si distingue tanto dai contenitori universali vuoti (vedi dichiarazione sui diritti dell’uomo del 1948) che dai tentativi escatologici. Quest’ultimo è il caso degli Stati Uniti d’America che, figli dell’Europa, hanno chiuso le porte della dialettica pensando di aver già trovato la sintesi ultima. Senza soffermarsi su una ben più complessa analisi della società statunitense, la « possibilità » dell’altro, cosi’, diventa una semplice « tolleranza ».

Oggi l’Europa, e ancor più il suo « oggetto istituzionale », l’Unione europea, deve continuare questo cammino verso l’europeanità. Solo cosi’ i suoi cittadini potranno sentirsi parte di un nuovo grattacielo democratico, per ora abitato e diretto solo dall’ultimo piano. Il cammino, inevitabilmente lento, deve essere progressivo nello spazio di modo che, come detto a Laeken, « l’unica frontiera che l’Unione europea tracci sia quella della democrazia e dei diritti dell’uomo ». Il progresso deve essere altresi’ costante nel tempo per concretizzare i fini universali nella coscienza degli individui e cancellarne i miraggi.

In conclusione, per poter abitare questo grattacielo, sempre che se ne vogliano aprire le porte, è necessario evidenziare un elemento sentito dall’intera « polis ». Questo elemento puo’ essere solo l’europeanità: unicamente grazie a questa identità io, di lingua italiana, di cultura classica greco-romana, amante del caldo tanto nel clima quanto nei modi di fare e della pasta a ogni ora del giorno, posso riconoscermi nello stesso insieme con una persona di lingua inglese, di cultura anglosassone, amante del freddo e della riservatezza e del thé a ogni giorno. Indi, potenzialmente, posso inserirmi nello stesso insieme con qualsiasi altro essere umano.

Bibliografia

M.Cacciari, Geo-filosofia dell’Europa, 1994.

J.Levy, Europa. Una geografia, 1997

http://european-convention.eu.int

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