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Vendesi precari

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Diario, Anno XIII, numero 10, giugno 2008.

La parte che mi piaceva più di tutte era il pullman aziendale.
La sede di lavoro era un grosso ufficio open space al piano terra del palazzo della Ilte, tra Moncalieri e Villa Stellone, poco distante da Torino. La Ilte è una grossa tipografia che ha sede in una zona sperduta, a fianco della tangenziale, intorno solo industrie, vivai e un nuovo centro commerciale. Non ho la macchina, e per raggiungere gli uffici c’era solo l’autobus della Ilte.

Foto di Enrico De Santis

Mi svegliavo alle sei e mezza, uscivo di casa poco prima delle sette e prendevo la bicicletta per raggiungere la fermata del pullman aziendale. C’erano pochissime automobili per strada. L’autobus passava sul viale di corso Lecce. Io, imbacuccato sotto un giaccone, una sciarpa e un berretto, aspettavo all’angolo con via Nicola Fabrizi, davanti a una vecchia roulotte che ha l’aria abbandonata, ma in cui forse dorme ancora qualcuno. A volte leggevo il giornale, ma dovevo stare attento a non perdere di vista la strada, dove la sagoma rossa dell’autobus sarebbe potuta apparire da un momento all’altro. Più spesso avevo troppo freddo o troppo sonno, e mi limitavo ad aspettare. La vettura aveva un cartello con su scritto Ilte sul davanti. Quando la vedevo avvicinare, alzavo la mano per farmi notare, l’autista accostava e mi faceva salire a bordo. Gli davo uno dei tagliandi. Costavano un euro l’uno ma valevano anche per il ritorno della sera.
Sull’autobus c’erano impiegati e operai, tutti insieme. I primi giorni della settimana eravamo tutti ben svegli, alcuni con gli occhi ben sbarrati, altri a chiacchierare e fare chiasso. Il giovedì e il venerdì invece si sentiva solo la radio, e io cadevo addormentato quasi al primo contatto con il sedile.
Tra i passeggeri, solo due o tre persone lavoravano con me alla Grafotitoli. Gli altri avevo imparato a conoscerli di vista, o ci avevo scambiato due parole durante i viaggi su e giù da Torino alla Ilte. Salivano sempre alla stessa fermata, si sedevano più o meno allo stesso posto. Di solito me ne stavo abbastanza per i fatti miei. Ero curioso ma passivo. Ho bisogno di un po’ di tempo la mattina per svegliarmi davvero. Guardavo fuori dal finestrino, ascoltavo la radio e i discorsi dei colleghi. Quando me la sentivo, leggevo: non mi restava molto tempo per farlo in altri momenti della giornata. Ad un certo punto l’autobus faceva una curva molto violenta per entrare nel parcheggio della Ilte e io, se stavo dormendo, mi svegliavo di soprassalto. Aspettavo che scendessero tutti prima di uscire anche io. Qualcuno trovava il tempo di fumare una sigaretta. Imboccavamo un lungo corridoio, e a un certo punto ci si divideva, gli operai verso le officine tipografiche, gli impiegati verso gli uffici. Io raggiungevo la mia postazione, un bel computer Macintosh con uno schermo piuttosto grande, ma di vecchia generazione. Cominciava la giornata di lavoro.
Eravamo costretti a fare gli straordinari tutti i giorni, per cui mi aspettavano dieci ore davanti al computer, con qualche pausa ogni tanto. Tutto sommato, però, ero di buon umore. Che diamine, si trattava del mio primo lavoro vero, e non potevo lamentarmi, anche solo per questa ragione.

Mi ero laureato un anno prima, nel novembre del 2005, in Scienze della Comunicazione. I primi mesi da laureato ero stato a Colonia, in Germania, con una borsa di ricerca presso un’università tedesca.
In Germania mi davano mille euro al mese e io, che vivevo nella camera di uno studentato e andavo a fare la spesa al Lidl o in altri discount tedeschi come l’Aldi o il Plus, avevo messo da parte abbastanza denaro per andare a fare un viaggio di laurea fuori stagione, appena tornato in Italia, due mesi in Sud America a trovare alcuni amici, una mia ex fidanzata argentina, e a viaggiare un po’ da solo. Tornato a casa non sapevo bene cosa fare, e prima di trovare un lavoro vero e proprio ero riuscito a vincere una borsa di studio, del Museo del Cinema di Torino. Come molti miei coetanei, ero stato così tanto tempo all’estero da non riuscire a trovarmi completamente a mio agio nella città dov’ero nato, Torino, così nell’estate del 2006 mi ero proposto per un tirocinio in un museo di fotografia americano ed ero stato altri tre mesi via, in Arizona, stagista nell’archivio del Center for Creative Photography di Tucson.
Nel settembre del 2006 ero tornato a Torino molto eccitato dall’ultima esperienza, altrettanto confuso, e finalmente deciso a rimanere fermo per un po’. Non avevo più soldi, vivevo con i miei. Tentai dei concorsi di dottorato, senza risultati. Poi un giorno una mia amica mi disse che alla Tirrenia Stampatori, una piccola casa editrice torinese, cercavano una persona che lavorasse come operatore grafico, e non c’era bisogno che avesse esperienza nel campo, gli sarebbe stato dato il tempo per imparare. Mi feci dare il numero di telefono della proprietaria della casa editrice, la signora Bertolino. Il colloquio fu una formalità, giusto il tempo di avvertirmi che il lavoro era ripetitivo e pagato poco, che non avessi troppe aspettative a riguardo. A me andava bene così. Il primo novembre ero pronto per cominciare.

In realtà non lavoravo per la casa editrice, ma per un’impresa più grande, Grafotitoli, che per evitare di assumere dipendenti sindacalizzati pagava la Tirrenia. Quest’ultima, in pratica, forniva precari.
I dipendenti della Grafotitoli provenivano tutti dalla Ilte, che con trecentomila metri quadri è il più grande stabilimento tipografico italiano, ed è stata di proprietà pubblica fino alla fine degli anni Novanta. La Grafotitoli aveva ereditato parte dei servizi editoriali e del personale di questa grande azienda. I dipendenti della Tirrenia, di cui facevo parte, condividevano l’ufficio con questi impiegati ex pubblici della Ilte. Ma i due gruppi erano facilmente distinguibili tra di loro.
Primo, quelli della Grafotitoli erano persone di mezza età, quasi tutti tra i quaranta e i cinquantacinque anni. Noi della Tirrenia, invece, eravamo tutti giovani, a parte Pier, il tecnico Photoshop, un tipo simpatico ma suscettibile, di cui si diceva che la nostra capa lo avesse assunto perché era in difficoltà. Io avevo venticinque anni.
Secondo, i dipendenti Grafotitoli erano più lenti e meno efficienti sul lavoro. Noi ragazzi producevamo di gran lunga di più: lavorando sui computer lo scarto generazionale viene fuori.
Terzo, alla Grafotitoli ricevevano un giusto stipendio da impiegati e potevano contare sull’ombrello sindacale. A noi pagavano meno e chiedevano parecchio di più. Il primo mese la Bertolino mi pagò, in nero, ottocento euro per otto ore al giorno. Dal secondo mese in poi fui assunto con un contratto da apprendista, mille euro lorde al mese, e l’obbligo di fare due ore di straordinari ogni giorno. Non ero contento di fare gli straordinari ma, perlomeno, ci venivano pagati.
Il lavoro era ripetitivo e meccanico. La Grafotitoli viveva quasi esclusivamente di un contratto con la Seat Pagine Gialle, per cui dovevamo impaginare gli spazi pubblicitari delle Pagine Gialle e degli Elenchi Telefonici di tutta Italia. Io mi occupavo di disegnare gli spazi al computer, altri di correggere le bozze, altri ancora di sistemare gli ordini e curare i rapporti con la Seat. Andavo a prendere le cartelline colorate che contenevano le istruzioni necessarie per ogni singolo lavoro in un grosso schedario, sui cui scaffali erano appesi cartelli del tipo “Pagine Gialle Palermo”, “Pagine Bianche Bergamo”, “Tuttocittà Piemonte”. Le cartelline contenevano indicazioni molto precise, nella maggior parte dei casi si trattava di ricopiare pari pari lo spazio che era stato richiesto dal cliente con il nostro programma di impaginazione, InDesign. Erano operazioni abbastanza ripetitive ma faticose, soprattutto perché ogni sera noi della Tirrenia dovevamo segnare la produzione su un grosso raccoglitore ad anelli di colore rosso. Ci si metteva a confronto con gli altri giovani impiegati della Tirrenia, il che generava nelle persone singole una sorta di ansia da prestazione, e nell’ufficio un certo nervosismo e una scarsa solidarietà tra colleghi. Almeno tra quelli che si occupavano dell’impaginazione: tra i correttori di bozze, che lavoravano in maniera autonoma e non erano legati ad esigenze della produzione, i rapporti erano più distesi.
La questione più dolente riguardava gli straordinari: obbligatori a prescindere dalla produzione. Lavoramo dieci ore ogni giorno, più qualche sabato, più qualche festivo, e rimaneva poco tempo per noi. Una volta provai a ribellarmi. In fondo, pensavo, mi pagano troppo poco per pretendere che faccia quello che vogliono loro. Avevamo lavorato a ritmi serrati la settimana precedente, venendo in ufficio anche l’8 dicembre e il sabato successivo. La Bertolino chiamò tutti per una riunione urgente: la Seat chiedeva che producessimo di più, chiedeva un altro sforzo da noi. Ci chiese di venire sia quel sabato che il sabato successivo. Presi la parola e dissi mi dispiace, ma questa volta non ce la faccio, ho degli impegni a cui non posso rinunciare. La Bertolino sul momento mi disse va bene, ma me la giurò.
Il giorno dopo mi convocò nella sede della Tirrenia, vicino a piazza Vittorio, a Torino. Un colloquio a quattr’occhi, per capire, mi disse, se mi interessava continuare a lavorare per lei o meno. I miei colleghi si erano lamentati, glielo aveva riferito Sonia, la sua vice e responsabile degli addetti all’impaginazione. Non era giusto, dicevano, che loro dovessero fare gli straordinari e io no. Abbassai la testa e andai il sabato, poi ancora il sabato successivo. Facevano cinquantotto ore a settimana. Ma con Sonia e gli altri miei compagni, che si chiamavano Irene e Marco e avevano più o meno la mia stessa età, non mi sentii più a mio agio per davvero. Non erano contenti se io lavoravo bene, se producevo di più, perché questo li metteva in competizione. Non erano contenti se non facevo gli straordinari. Eppure il problema non ero io, era la nostra capa, e se solo fossero stati un po’ meno concilianti con lei avrebbero ottenuto condizioni più favorevoli. Quando avevo rifiutato di fare altri straordinari, pensavo che loro potessero fare lo stesso, in fondo davano già tanto, erano bravi e la Bertolino aveva bisogno di loro. Invece non c’era stato neanche il tempo di discuterne ed ecco che arrivava la chiamata della Bertolino e la questione della delazione. Mi sentivo davvero frustrato e incapace di comunicare con loro. Ci ragionavo sopra. Forse la mia visione delle cose era troppo politica, tendevo a pensare le relazioni in termini impiegati-datore di lavoro, mentre i rapporti erano molto più indistinti e longitudinali. O forse i miei colleghi si comportavano diversamente perché tenevano più di me a quel posto.
Non era l’unica cosa che non capivo. Il giorno in cui la Bertolino mi aveva portato il contratto, ad esempio, mi aveva detto che le regole non andavano seguite alla lettera, per cose come gli straordinari valevano gli accordi informali e non quello che stava scritto lì sopra. Quando avevo firmato, poi, la Bertolino si era comportata come se dovessi esserle eternamente grato. Si rivolse a voce alta ai miei colleghi: oggi Simone offre da bere a tutti. Io preferivo non rispondere. Ma in fondo potevo considerarmi per davvero fortunato, perché molti colleghi avevano dovuto aspettare a lungo prima di essere assunti in maniera regolare. Eppure non mi veniva proprio di ringraziarla calorosamente, di offrirle anche solo un caffé alla macchinetta, di magnificare come una conquista quel pezzo di carta che regolarizzava i nostri rapporti, e che avremmo seguito alla lettera solo quando faceva comodo a lei.

Gli spazi arrivavano a scaglioni, per luogo e per categoria, così capitava che per un pomeriggio intero si aveva da impaginare pubblicità di pompe funebri, di alberghi, o di spurghi fognari. Una delle abilità fondamentali era riconoscere, nella bozza che ci mandava il cliente, il carattere che veniva usato, per riprodurlo uguale sullo spazio pubblicitario che componevamo in ufficio. Baskerville, Times, Courier, Lucida Sans Serif, e tanti altri font che prima non conoscevo, e che non si trovano su Word. Soprattutto nei primi tempi avevo la testa così piena di quei caratteri che mentre tornavo a casa, dai finestrini del pullman, li riconoscevo nelle insegne dei negozi o nei cartelloni pubblicitari ai margini della strada. Quello è un Verdana, dicevo, fuor di dubbio un Verdana. Giocavo con questa nuova abilità, che sarebbe stata utile in ben pochi altri contesti, ma era curiosa e faceva capire ai miei amici che cosa facevo tutti i giorni in ufficio. Che font è questo, mi sfidavano, porgendomi un volantino. E’ un Arial, rispondevo, e quell’altro sembra un Monotype Corsiva, indicando la testata di una rivista.
La sera ero così stanco che non solo non uscivo, ma non me la sentivo neppure di leggere. Erano finiti i tempi dell’università, ora per leggere un libro in due giorni avrei dovuto aspettare l’estate. Passato il periodo adolescenziale, la televisione l’avevo sempre ignorata o quasi, ma ora scoprivo le sue attrattive. Quando tornavo a casa alle sette e mezza di sera e, dopo mangiato, mi accorgevo che di lì a poche ore sarebbe arrivato di nuovo il momento di svegliarsi per andare a lavoro, lo schermo televisivo era un rifugio accogliente e poco impegnativo. Mi capitava, durante le pause, a lavoro, che la mia ignoranza televisiva assumesse dimensioni imperdonabili, come quando chiesi a una collega chi era Michelle Hunziker. Si dice sempre che la tv ti fa stare fuori dal mondo, ma io da quella e altre esperienze ho imparato che è vero proprio il contrario, e guardare troppo poca televisione fa male.
Ero sempre stato prima di tutto uno studente ma in quel periodo, per la prima volta, i miei pensieri erano occupati da questioni di lavoro. Era un nuovo mondo, su cui ragionavo e discutevo spesso. Mi facevo raccontare da mio padre di quando aveva lavorato alla Fiat. Mio padre fa lo storico dell’arte, ma negli anni Settanta ha lavorato anche come operaio. Prendeva dei grossi anelli di ghisa e li infilava in un sostegno. Ha lavorato con gli anelli di ghisa per qualcosa di più di un anno, ai tempi in cui mio fratello era appena nato. Era una cosa che fecero in molti, all’epoca, tra i giovani militanti di sinistra, anche tra quelli che provenivano da una famiglia borghese, come lui. Credo che persino in scelte come quelle dovesse esserci un certo conformismo, una certa autocompiacenza, ma poi alla fine alla catena di montaggio ci andavano davvero e io, che faccio parte di una generazione che forse non ha conservato lo stesso rispetto per il lavoro manuale, quell’esperienza da mio padre continuo a farmela raccontare, ed è una cosa che apprezzo di lui.

Quando si avvicinavano le vacanze di Natale sembrava che la Seat dovesse mandarci tonnellate di consegne, e tutti avevano dovuto rinunciare ai loro progetti di ferie. Invece di colpo si interruppe il flusso e non avevamo più nulla da fare. La Bertolino allora ci fece rimanere a casa in ferie forzate. Io, che ero l’ultimo arrivato e da tempo sapevo che avrei avuto appena un paio di giorni intorno alle feste, ero felice così. Meno contenti sembravano persone come Marco, impaginatore grafico come me, di un paio d’anni più giovane, che aveva parlato a lungo di una crociera a Capo Verde ma s’era visto rifiutare il permesso di prendersi due settimane. Ora, costretto a rimanere a casa, non aveva più tempo di organizzare niente, e si giocava le ferie maturate rimanendo a casa e uscendo la sera, in attesa di una telefonata della Bertolino che ci richiamasse tutti all’ordine. La capa infatti era stata inflessibile: tenetevi tutti a disposizione, perché da un giorno all’altro si potrebbe ripartire.
Più o meno in quel periodo mi arrivò un’altra proposta di lavoro, ed ebbi la quasi certezza che di lì a qualche mese me ne sarei potuto andare per fare qualcosa che mi piaceva di più. La Bertolino intanto mi insegnava a correggere le bozze. Come incarico lo preferivo all’impaginazione, a cui comunque continuavo a dedicarmi per più della metà del tempo che passavo in ufficio. Come correttore di bozze non dovevo più segnare la produzione sul quaderno rosso, ma solo gli orari di lavoro. Una bella differenza. In più in certe giornate, quando venivano fatti pochi spazi, c’era poco o nulla da correggere, e me ne rimanevo per lunghi tratti con le mani in mano. Leggevo, andavo a fare delle passeggiate per i palazzi degli uffici, a prendere un caffé alla macchinetta, o una brioche ai distributori automatici. Al quinto piano c’erano dei grossi contenitori che probabilmente andavano al riciclo e che contenevano una serie di scarti di produzione, tra cui capitava di trovare cose interessanti. Verso le cinque, poco prima dell’orario di uscita, si andava a fare un giro e si tornava con qualche rivista. Una volta mi capitò di trovare una copia della Bibbia che vendevano insieme alla Repubblica, un’altra dei fumetti, un’altra ancora delle riviste di vela che presi per un amico. Certi giorni durante le pause mi spingevo anche negli stabilimenti, dove in teoria non sarei potuto andare. Entravo nel capannone della tipografia vera e propria, dove si stampavano le pagine gialle e anche molte riviste e giornali. C’era un passaggio sopraelevato da cui si riuscivano a vedere le macchine in funzione e gli operai al lavoro. Parecchi erano stranieri, sudamericani, marocchini, ma anche tanti giovani italiani. Li incontravo alle macchinette, che erano più numerose e meglio fornite di quelle del palazzo degli uffici.

Un giorno, ero già nel periodo del preavviso e mi sentivo con un piede fuori, la Bertolino ha indetto una delle sue solite, improvvise riunioni. Queste sedute erano sempre dedicate alle cattive notizie, ma i malumori dei dipendenti venivano sedati con una battuta o poco più. La Bertolino coltivava un rapporto informale con i suoi dipendenti. Di questo io diffidavo perché mi sembrava che le lasciasse più spazio per manovrarci. Ci siamo radunati tutti intorno a lei, in un angolo del grosso ufficio open space, abbastanza distanti dai dipendenti Grafotitoli perché non ci sentissero. C’eravamo io, la vice Sonia, Marco, Irene tra gli impaginatori; Michela e Alberto tra i correttori di bozze; infine Pier, il tecnico Photoshop.
Il succo del discorso della Bertolino non era molto diverso dal solito. Intendeva comunicare ai suoi già provati dipendenti che bisognava tirare ancora più la corda, dal momento che l’azienda era in difficoltà.
Marco e Irene, che essendo impaginatori grafici erano già carichi di straordinari e di stress, hanno accennato qualche timida protesta ma quasi subito sono tornati nei ranghi. Dovete pensare, aveva risposto la Bertolino, che se con me avete dei problemi, là fuori il mercato del lavoro è quello che è, e in un’altra impresa vi trovereste anche peggio.
Io osservavo tranquillo la scena, rilassato e distante, questa volta. Mi sentivo quasi un esterno da quando avevo presentato le dimissioni.
Non mi sorpresi neanche quando la discussione prese un’altra piega. Del resto, non c’era nulla di nuovo. I dipendenti della Tirrenia, invece di prendersela con chi di dovere, si mettevano a criticare i loro “colleghi” della Grafotitoli, che erano privilegiati, lavoravano male, producevano poco, e via dicendo. La Bertolino li assecondava, con tono materno diceva: avete ragione, ragazzi, io lo faccio sempre presente, ma che ci posso fare se la situazione è questa. E’ una vergogna, diceva.
Non avevano torto a parlare così, perché quelle persone facevano davvero poco in confronto a noi, un po’ perché con i sindacati e dei buoni contratti si sentivano meno sulle spine, un po’ perché è normale che un cinquantenne al computer non sia veloce quanto uno di vent’anni.
Però vedere dei ragazzi della mia età, da poco approdati sul mondo del lavoro, che se la prendono con degli impiegati che hanno trent’anni di lavoro alle spalle e altro non sanno fare, faceva una certa impressione. Forse i sindacati non sono al passo con i tempi, e probabilmente neppure quei colleghi più vecchi di noi lo erano, però se dovevo prendermela con qualcuno non avevo dubbi verso quale parte guardare. Chi ci obbligava a fare straordinari, chi si prestava al gioco della Grafotitoli di assumere “esterni” per pagare meno salari, non erano i nostri colleghi.
La Bertolino ascoltava le proteste di Luigi e Chiara, a cui si erano uniti degli altri, rincarando la dose. Era suo interesse che le ostilità fossero dirette in quella direzione, e faceva sempre il possibile per mettersi sul nostro stesso piano. Mi ricordo una volta che disse a Marco, il quale da tempo si lamentava di essere pagato poco, che lei riceveva la stessa quantità di denaro di lui.
La riunione è proseguita su questo tono ancora per un poco. Io, che ero rimasto a osservare in silenzio, con le mani in tasca, la schiena appoggiata al muro, sul momento avevo voglia persino di ridere. Ma poi per l’intera giornata ero rimasto nervoso, imbronciato, con dei pensieri per la testa.

Mi ricordo che la mattina del mio penultimo giorno di lavoro trovai un’altra persona che aspettava l’autobus aziendale nella mia stessa fermata di corso Lecce. Era un uomo di circa quarant’anni, non l’avevo mai visto ma sembrava difficile che non lavorasse anche lui alla Ilte, quindi mi avvicinai e mi presentai. Era peruviano, lavorava negli stabilimenti. Gli dissi che ero stato nel suo paese, che la famiglia di mia nonna era emigrata lì all’inizio del Novecento, e mia nonna stessa era nata a Tacna. Che certi nostri parenti alla lontana vivono ancora in Perù, che li avevo cercati e incontrati un anno prima, mentre viaggiavo da quelle parti. Lui sorrideva ma parlava poco, disse che era tornato a lavorare alla Ilte da qualche giorno, dopo che per un periodo era stato impiegato da un’altra parte.
Il giorno dopo lo trovai nello stesso luogo, ci salutammo ma ognuno rimase sulle sue.
Mi sentivo un poco strano, perché anche se erano passati solo cinque mesi ormai mi ero abituato, e mi riusciva difficile pensare che non avrei preso più il pullman aziendale, e che la maggior parte della gente a bordo lo ignorasse.
Ascoltavo la radio e guardavo dal finestrino senza addormentarmi, neppure il venerdì.

Qualche mese dopo ho saputo che la sede Grafotitoli di Torino, dove ho lavorato, ha dovuto chiudere a causa della perdita del suo principale e quasi unico committente, Seat Pagine Gialle. Mi è stato riferito che i dipendenti più giovani hanno trovato tutti un altro impiego, a condizioni simili quelle della Tirrenia, presso altre aziende fornitrici di Seat, e fanno lo stesso lavoro di prima, da un’altra parte. I dipendenti Grafotitoli hanno avuto più difficoltà: so che qualcuno ha preso la mobilità perché vicino alla pensione, qualcun altro è rimasto a terra, uno si è messo a fare l’imbianchino.

(I nomi dei colleghi sono stati sostituiti con nomi fittizi)

Questo racconto è stato raccolto per il numero speciale del Contesto sul lavoro, in uscita a luglio 2011. Hai anche tu una storia da raccontare? Qui trovi le istruzioni per contribuire con il tuo racconto.

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