Un paese imprecisato, uno scenario post-rivoluzione e un Segretariato Politico composto da quindici ministri: i Quindici che “decidevano le sorti di quell’immenso impero, mandavano innumerevoli persone in esilio, in carcere e alla morte, facevano nascere industrie intere dal nulla, deportavano famiglie e popoli, fondavano grandi città…”. Questo è il quadro al cui interno vengono smascherati i giochi di potere più subdoli, le ipocrisie ed i reali interessi delle personalità alle quali è affidato l’onere del comando. Sono la spietata gerarchia del Segretariato Politico e le continue epurazioni interne che costringono i membri del Segretariato stesso ad una incessante lotta per la sopravvivenza, dove le decisioni e le tattiche di governo non dipendono dalle circostanze reali della politica ma dagli interessi dei singoli e dal desiderio di ottenere sempre più potere. Qualsiasi avvenimento viene collocato, da ognuno dei Quindici, in un complesso schema mentale di alleanze e rivalità, al fine di riuscire ad interpretare e prevenire le mosse dei propri “nemici”.
La politica, almeno sul piano degli ideali, è sconfitta da un sistema di potere creato dopo una rivoluzione, proprio perché gli ideali che mossero tale rivoluzione fossero affermati; ma quei meccanismi, che in astratto sembrava potessero garantire la realizzazione concreta di certi valori, finiscono per distruggere ciò che la rivoluzione aveva promosso.
Da una situazione irreale Dürrenmatt trae così lo spazio e le motivazioni per una raffinata denuncia che, da un lato, coinvolge qualsiasi governo, immaginato o reale che esso sia, e dall’altro, fa serpeggiare il dubbio che sia proprio l’uomo, con la sua sconfinata sete di potere, ad essere incapace di curare ideali e valori.



