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Utopia e controutopia nella storia

Joachim Fest, Il sogno distrutto. La fine dell’età delle utopie, Garzanti, Milano 1992.

Fest analizza la nascita, l’evoluzione ed il crollo dell’idea di utopia nel corso dei secoli. L’utopia, intesa come speranza in un sistema privo di malgoverno e caratterizzato da perfezione sociale, ha sempre occupato la fantasia umana, sia come concezione di ‘spazio utopico’, come luogo fantastico privo di conflitti sociali (la Nuova Atlantide di Bacon, la Città del Sole di Campanella), sia come idea di ‘tempo utopico’, inteso come un ritorno ad un’aura aetas o come propensione verso un futuro ideale.

Il dolce allettamento – come lo definì Kant – di creare statuti corrispondenti a ragione, sfociò nella rivoluzione francese, il cui fallimento portò alla nascita della “grande paura” nei confronti delle realizzazioni utopiche; ciò portò ad uno scisma tra utopia e controutopia.

In tutti i totalitarismi del ’900 fu presente una concezione utopica: nel comunismo come traguardo della rivoluzione, nel fascismo come rievocazione di un passato glorioso e con il culto della modernità. Anche nel nazismo fu presente una compresenza tra volontà di tornare a un passato mitico, rurale, ariano e propensione verso un idealizzato ordine totale, in contrasto con la controutopica crisi di orientamento sfruttata abilmente da Hitler per salire al potere.

Fest si chiede se oggi il sogno di una pianificante ragione atta a modellare l’intera realtà si sia davvero infranto, se l’era di una speranza in una definizione della convivenza umana attraverso la politica sia effettivamente tramontata. Bisogna domandarsi se abbia ancora ragione Habermas nel momento in cui sostiene che “se le oasi dell’utopia si seccheranno, si stenderà un deserto di banalità e confusione”, ma bisogna anche considerare che una vita priva di utopia è il prezzo da pagare alla modernità.

Dopo il crollo dell’utopia nazista e dopo il declino del socialismo si è giunti ad una seconda era in cui bisogna seguire una terza via tra realtà ed utopia: volgendo lo sguardo verso l’epoca che si è appena conclusa ed attenuando il pessimismo nei confronti del futuro, ci si troverà in una condizione intermedia tra idealizzazione e stadio compiuto, un mondo, un “aldiqua”, in cui gli uomini possano restare tali anche vivendo senza promesse politiche di redenzione.

Volendoli senza macchia, gli obiettivi tipici dell’utopia sociale non esistono.

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