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Il sangue come l’acqua in una stufa

Cesare Pavese, Il Compagno, Einaudi, Torino 1947.

“8 Ottobre 1948, riletto ad apertura di pagina pezzo del compagno. Effetto di toccare un filo di corrente. C’è una tensione superiore al normale, folle, dovuta alla cadenza sdrucciola delle frasi. Uno slancio continuamente bloccato. Un ansare…”

Questo ansare e queste tensioni appartengono a tutti, quando un’insoddisfazione dall’oscura provenienza coglie all’improvviso e poi cresce, un giorno dopo l’altro: prima lo sgomento, poi l’inevitabile scelta che porta al cambiamento. E’ la sempre attuale storia del bambino che per farsi uomo deve soffrire un po’: proprio il passaggio obbligato sul terreno della sofferenza permette di trovare il coraggio per scegliere e cambiare.

Siamo a Torino, nel periodo tra la Guerra di Spagna e la Seconda Guerra Mondiale; Pablo è un piccolo borghese scioperato e incolto, gli piace ubriacarsi dalla mattina e suonare la chitarra, per questo lo chiamano Pablo. Pavese racconta dei suoi amori, regalandoci piccole perle di sentimento: “L’avevo nella pelle come il sangue”. Racconta di confusioni, fatti piccoli e grandi che si succedono, sino al momento in cui Pablo sente la necessità di conoscere i meccanismi del mondo al di fuori del suo mondo: decide di partire per Roma. “Tutto, la gente, quelle case, il vino chiaro, me lo sentivo entrare dentro e ricrearmi. Sapevo di viverci e che avrei lavorato, che avevo dietro tanta strada e le montagne. (…) Se mi tornava quella rabbia di Torino, stringevo i pugni, alzavo gli occhi, mi muovevo e pensavo che Pablo era a Roma. Bastava. Ero un altro stavolta”.

Sarà la politica a dare un senso alla vita di Pablo a Roma, una politica fatta di idee nascoste e sussurrate la notte, un pensiero costretto e perseguitato, quindi arrabbiato: “avevo il sangue come l’acqua in una stufa”. Una politica non ufficiale che nasce direttamente dall’esperienza, profondamente ancorata a idee come quelle della lotta civile e dell’importanza della morale, uniche forze del singolo al potere egemone. Ecco allora un filo conduttore, che lega indissolubilmente “Il compagno”, “La casa in collina” e “Il carcere”, facendone una sorta di trittico dell’educazione politica.

Per Pavese l’arte di scrivere è sofferenza: “l’arte vuole un tal lungo travaglio e maceramento dello spirito. Un tale e incessante calvario di tentativi prima di giungere al capolavoro, che si potrebbe classificarla tra le attività antinaturali dell’uomo”. E’ dall’incessante calvario di tentativi che visitano e rivisitano il testo che nasce la purezza cristallina dello stile. Nulla è lasciato al caso, neppure la punteggiatura, la cui funzione strutturante è finemente pensata.

Lo stile è spezzato, aspro e disadorno, tagliente ed essenziale, variamente interpretabile, perché “nell’inquietudine e nello sforzo di scrivere, ciò che sostiene è che nella pagina resta qualcosa di non detto”.

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