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Islam, petrolio e il Grande gioco in Asia centrale

Ahmed Rashid, Talebani, Feltrinelli, Milano.

Piccolo Stato “chiuso” tra Iran, Asia Centrale, Cina e sub-continente indiano, da sempre l’Afghanistan gioca un ruolo fondamentale per gli equilibri geopolitici ed economici della regione. A partire dalla competizione tra l’impero coloniale inglese e la Russia zarista alla fine del diciannovesimo secolo, passando per l’Unione Sovietica fino ad arrivare all’oggi, gli interessi delle grandi potenze si sono spesso scontrati in quest’area, trasformando il territorio afgano in teatro di conflitti più o meno taciuti, volti a consolidare l’influenza di questa o quella potenza nella regione. La guerra combattuta dagli Stati Uniti agli inizi del 2001 per neutralizzare il governo talebano, accusato di essere il maggior protettore dell’organizzazione terroristica di Al Qaeda, costituisce l’epilogo dell’ultima decennale crisi nell’ area. E proprio sul movimento dei Talebani si concentra l’analisi di Ahmed Rashid, giornalista pachistano, fin dagli anni ’70 corrispondente per varie testate in Asia Centrale: l’improvvisa e fulminea salita al potere di un movimento senza storia, la sua organizzazione, i suoi programmi. Con grande chiarezza l’autore fornisce uno spaccato dell’Afghanistan negli Anni ’90, cercando di fornire una chiave di lettura degli avvenimenti il più completa possibile. Si compone così un quadro su diversi piani: questioni religiose, contrabbando di armi e droga controllato da signori della guerra al comando di piccoli eserciti, campi di addestramento paramilitari, compagnie petrolifere… Analizzare la crisi afgana, suggerisce Rashid, significa aprire un capitolo che coinvolge la comunità internazionale nel suo complesso, significa puntare il dito contro un gioco di potere tra economia e politica costato vite umane e la distruzione del tessuto sociale di un Paese. Implica, infine, chiamare i vari soggetti coinvolti ad un’assunzione di responsabilità, indispensabile per poter pensare ad una ricostruzione.

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