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Guardatela, piazza Tahrir

Guardatela questa piazza Tahrir con le tende piantate in mezzo alla rotonda che resistono da un anno e mezzo. O guardatela quell’Avenue Bourguiba nel centro di Tunisi, dove il filo spinato è stato sostituito dai fiori per i martiri. O andate più a sud, là dove un carretto di marmo ricorda il sacrificio di Mohammed Bouazizi. Era il 17 dicembre 2010. E lui, fruttivendolo vessato dai poliziotti corrotti, si diede fuoco. Arse vivo di fronte al palazzo del governatore di Sidi Bouzid. Poi morì e non vide più nulla.

Foto di Fadil Elmansour

Ma la sostanza sta tutta lì. In quello che Bouazizi non vide. Nell’anno che cominciò all’imbrunire del 17 dicembre. Per la storia, il capodanno 2011 si sarebbe celebrato quella sera, in un ospedale di Sfax, costa sud del Mediterraneo, reparto grandi ustionati.

Un anno di rivoluzioni, un anno che sarà ricordato dai posteri al pari del 1789, del 1848, o del 1989. Se in Francia tutto partì dall’assalto a una prigione, in Germania fu l’abbattimento di un muro, oggi invece sono le piazze a occupare le scene delle rivoluzioni.

Ma l’onda che ha investito il mondo arabo non si è fermata a oriente. In Spagna si sono chiamati “Indignados”, in Québéc “Printemps d’érable”, in Islanda hanno riscritto sui social network la carta costituzionale, negli Stati Uniti hanno deciso di occupare uno dei simboli del potere nel proprio paese, Wall Street. Certo, sui selciati di Puerta del Sol e Zuccotti Park non sono rimaste le chiazze rosso sangue dei morti caduti sotto i colpi di coda dei regimi nordafricani. Eppure chi può negare che il coraggio dei giovani arabi non abbia ispirato anche il desiderio di cambiamento di altri giovani, un po’ più a occidente.

Ma oggi, il 2011, anno delle rivoluzioni, è terminato. E le cronache sono piene dei racconti più o meno dettagliati, più o meno veritieri di tutti gli eventi.
Però, come a posteriori disse una volta Gorbacev, che dal 1989 fu completamente investito, “le rivoluzioni non finiscono mai come cominciano e, soprattutto, non finiscono mai con le persone che le cominciano.”

Ne sanno qualcosa in Egitto, dove la corte costituzionale ha annullato le elezioni parlamentari e l’esercito cambia gli uomini come fossero pedine, ma fa di tutto per provare a tenere salde le briglie del proprio potere. Ne sanno qualcosa in Siria dove il massacro è diventato la regola di una guerra civile cruenta e senza pietà. Ne sanno qualcosa a Mosca dove i movimenti di piazza non sono riusciti a scalfire il potere dello zar. E ne sanno qualcosa, in fin dei conti, anche a Zuccotti Park, perchè, pur a dispetto di tutta l’evidenza, le banche e la borsa continuano a essere l’unico barometro della politica economica occidentale.

Eppure, come ripete proprio da un anno e mezzo, uno dei massimi esperti contemporanei di mondo arabo, il professor Olivier Roy, “la Primavera araba ha vissuto una prima ondata, ce ne sarà una seconda, una terza, una quarta.”

Ma oggi la domanda è: cosa resta e dove vanno le rivoluzioni del 2011?
Il Contesto ha provato a fornire qualche elemento in più. Qualche spunto per capire non tanto quello che è capitato, ma quello che capiterà.
Per Bouazizi tutto finì quel 17 dicembre 2010. Ma il suo gesto ha messo in moto un vento di rivoluzione che soffia ancora un po’ a oriente e a occidente.

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