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Il giallo svincolato da se stesso

Leonardo Sciascia, Il contesto, Einaudi.

Un giallo anomalo, quello che lo scrittore siciliano scrive nel 1971, perché gioca sulle convenzioni di genere solo per invertirle, e cambia più volte direzione. L’ispettore Rogas è chiamato a investigare sull’omicidio di un procuratore, che si rivela solo il primo di una lunga serie di delitti ai danni dell’ambiente giudiziario. Ma presto la crime story svanisce, perde forza e rilevanza; e l’attenzione del lettore, unitamente a quella di Sciascia (che scrittore “politico” lo è sempre stato), muove a ciò che sta intorno, a quel paese – immaginario – “dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava”.

Così Sciascia riscrive il genere giallo, lo svincola dalla letteratura di evasione, per farne il veicolo di una discussione sulla politica, sull’ideologia, sul potere: scelta mai così esplicita come in questo romanzo, in cui il caso particolare, l’omicidio del procuratore Varga, si rivela marginale rispetto al contesto. Nella nota in coda al racconto, lo definisce una parodia, “travestimento comico di un’opera seria che ho pensato ma non tentato di scrivere”; e fino in fondo l’intento parodistico rimane, con il confondersi delle figure del detective e dell’assassino. Ma è proprio la razionalità di Rogas, “letterato” inappropriato, a quanto pare, allo spirito dei suoi tempi, a ricordare l’approccio analitico che Sciascia persegue, nella sua opera, ogni qualvolta va ad affrontare gli argomenti “seri” (reali): nell’attenzione per il singolo documento, per il più preciso dettaglio de “L’affaire Moro” o “La scomparsa di Majorana”. Un tale atteggiamento non basta all’ispettore per fronteggiare il potere, per eludere la sorveglianza, e nel finale alla parodia subentra il dramma. Al proposito di leggerezza dell’autore, tutto sommato, non si riesce a credere: se ne accorge anche lui, se chiude col dire “che ho cominciato a scriverla con divertimento, e l’ho finita che non mi divertivo più”.

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