Vedere il palazzo presidenziale di un paese bombardato dai caccia dell’esercito di quello stesso paese è un’immagine molto forte. Così come veder soldati che irrompono nella ‘propria’ capitale e la occupano, rivolgendosi contro il popolo che avrebbero il compito di difendere. Le immagini dell’11 settembre 1973 si stanno via via perdendo nel tempo che passa, anche perché ormai dire 11 settembre significa richiamare immagini dai colori molto più vivi nell’emotività di tutti. Tuttavia a trent’anni dal colpo di stato militare con cui il generale Pinochet pose fine alla presidenza, e alla vita, di Salvador Allende è importante, oltre che doveroso, fermarsi un attimo a ricordare le vittime della dittatura cilena. Doveroso perché non si possono dimenticare i più di tremila morti e desaparecidos, il milione di esuli causati da un regime che ha quasi cancellato una generazione; importante perché sulle persone che oggi stanno tentando di costruire un ‘dopo’ grava l’enorme macigno di un’esperienza, un trauma collettivo, su cui è probabilmente impossibile voltare pagina del tutto. E capire e conoscere ciò che accadde l’11 settembre 1973, e in particolare quali conseguenze abbia avuto il ventennio di dittatura seguito a quella data, significa idealmente condividere quel peso, provare a sopportarlo insieme a chi lo vive; ma vuol dire soprattutto guardare oggi con uno sguardo più consapevole ai problemi di un continente – l’America Latina- straziato da una endemica crisi sociale, politica ed economica. Perché paesi come l’Argentina, la Bolivia, il Cile appunto si trovano ora a dover creare la loro libertà, prima di tutto dal punto di vista politico, ma anche e soprattutto umano, ed è un percorso difficile e tortuoso proprio in quanto nasce da un passato così tremendo e vicino, concluso da troppo poco tempo perché ci si possa già permettere di dimenticarlo. Ci guidano attraverso l’esperienza cilena alcune persone, testimoni diretti e non del colpo di Stato e degli anni della dittatura, che hanno prima di tutto avuto il merito di ricostruire quella che fu l’aria che si respirò nel Cile del generale Pinochet: innanzi tutto il golpe, l’esperienza di chi a Santiago quel giorno c’era, e poi soprattutto cosa è stato il paese in quei vent’anni, con quali politiche governato, che rapporti ci furono con gli stati europei e gli Stati Uniti, cosa volesse dire vivere sotto la dittatura pinochetista. Con i limiti di un numero speciale breve, abbiamo cercato di costruire noi una immagine a più dimensioni della dittatura cilena, delle dinamiche interne ed esterne che l’hanno resa possibile e duratura.
A trent’anni dal golpe di Santiago questo numero è il nostro tentativo di conoscere e capire, per non dimenticare. A voi il giudizio, buona lettura.




