Capire un evento drammatico e sconvolgente quale fu il golpe dell’11 settmbre 1973 a Santiago significa addentrarsi nella Storia di un paese e di uno Stato. Jaime Riera, intellettuale cileno, incarcerato dai militari golpisti e fuggito successivamente in Italia, ci guida attraverso il Cile, dagli anni ’60 fino ai giorni nostri, per comprendere quali dinamiche portarono al colpo di stato, e cosa voglia dire vivere in Cile, oggi.
Il Cile negli anni ’60 era un piccolo paese, con uno sviluppo industriale non fortissimo con delle classi sociali abbastanza definite e rappresentate politicamente in modo tradizionale, c’era un partito comunista, uno socialista, uno democristiano, un partito conservatore.
A metà degli anni ’60 cominciano a crearsi alcune condizioni di crisi economica, di lotta sociale e culturale, che porteranno prima al passaggio del ‘68-’69 e poi alla elezione a presidente di Allende, rappresentante di una coalizione politica di centro sinistra, Unidad Popular. Allende era socialista, apparteneva al mondo tradizionale della politica cilena; quando venne eletto nel 1970 era la quarta volta che si presentava alla elezioni.
Che tipo di politiche adotta Allende all’inizio del suo mandato?
Malgrado queste minacce, in realtà il primo anno di governo della sinistra è un anno di grandissimi successi su molti fronti. Il programma dell’Unità Popolare è un programma di sviluppo autonomo, antimperialista delle forze produttive del capitalismo cileno. Dal punto di vista politico, è un programma di democrazia radicale.
Dopo questo primo anno di grandi successi, comincia una vera e propria lotta di classe da parte dei settori che si sentono minacciati dall’applicazione di questo programma e da parte degli Americani, che erano proprietari delle miniere [il Cile è ancora oggi il maggioor esportatore di rame del mondo, ndr]. Allende nazionalizza queste risorse e questo è quasi una dichiarazione di guerra.
A partire dal ‘72 c’è una mobilitazione sociale molto forte, da una parte dai settori popolari che appoggiano Allende e dall’altra parte dai settori, in parte finanziati dagli Stati Uniti, che vogliono fermare questo processo. Di contro molti settori sociali che si sentivano rappresentati dal programma di Unidad Popular decidono di agire autonomamente dal governo e di sorpassarlo, occupando fabbriche e terre agricole.
Come reagisce il governo a queste occupazioni spontanee?
Il governo prendeva atto, per cui di fatto si stavano nazionalizzando settori dell’economia più ampli di quelli previsti dal programma e questo crea una radicalizzazione generale del paese.
In realtà la sinistra non aveva la maggioranza del Parlamento, per cui il governo usava quelli che qui si chiamerebbero dei decreti legge; di fatto era tutto legale, quando hanno giustificato il colpo di stato, hanno detto che il governo di Allende aveva rotto la legalità, in realtà questo non è assolutamente vero.
Come era considerato Allende dal popolo? Era un personaggio carismatico, amato dalla gente?
Era un personaggio molto particolare, abbastanza amato, lui non era il tipico leader populista latinoamericano, intanto perché un borghese abbastanza ricco, massone, un po’ “mangiapreti”, amato soprattutto nel partito socialista. Era il più legalista di tutti e questo si è dimostrato soprattutto all’inizio del ’73: c’è stato un tentativo di colpo di stato stroncato dai generali Pratt e Pinochet, che era il generale di fiducia di Allende. In conseguenza di questo ci fu una riunione alla Moneda con tutti i partiti e i vertici militari, in cui si affermò la necessità che il governo facesse a sua volta un colpo di stato, mandando via le gerarchie delle forze armate vicine a questa iniziativa. Su questo erano d’accordo tutti tranne Allende e quindi non si fece niente e questo gli costò la vita.
Cosa succede l’11 settembre 1973?
Sul golpe cosa si può dire: un colpo di stato perfetto.
In realtà l’esercito si era mantenuto quasi interamente compatto, per fare un colpo di stato che in poche ore ha cambiato tutto senza nessuna possibilità. Non c’è stata resistenza in quel momento, c’è stata poi dopo.
Ma avevano dato ad Allende la possibilità, di fatto, di salvarsi la vita?
Sì: lui e la sua famiglia, li mettevano in un aereo e se ne andavano via. Allende aveva sempre detto che lo avrebbero portato via solo morto da lì; nessuno ci credeva perché queste cose si dicono e non si fanno mai, però lui l’ha fatto.
Quali furono i primi provvedimenti della Junta nei confronti delle istituzioni?
Hanno sciolto tutto, immediatamente: hanno chiuso il Parlamento, partiti politici, movimenti, precettato i tribunali, è mancato poco che chiudessero anche le squadre di calcio.
Nel giro di 24 ore il paese è diventato un altro, con tutto quello che ciò significa nella vita quotidiana delle persone. Si parla di 3000 desaparecidos, in realtà i morti sono stati molti di più. Morti, gente in galera ecc… La repressione è stata molto intensa e generalizzata solo nei primi mesi, poi si faceva sempre più selettiva; nonostante tutto il coprifuoco in Cile è durato più di dieci anni.
Passati i primi mesi di pesante repressione, in che modo i generali organizzarono il paese?
Nel ’75 insieme alla definizione di politiche economiche c’è anche una ridefinizione della politica in senso abbastanza parafascista; in realtà non c’è stato un progetto organico, chiaro: prima dell’‘80 Pinochet ha governato senza Costituzione, poi si é fatto approvare, attraverso un plebiscito abbastanza manipolato, una Costituzione che vige ancora oggi.
La politica economica che si definisce come vincente nel ’75 è la politica dei cosiddetti neoliberisti, di privatizzazioni, di apertura all’economia mondiale. In un punto c’è stata una continuità rispetto al governo di Allende, i militari non hanno restituito le miniere agli Stati Uniti, si sono riservati questa risorsa per finanziare le Forze Armate .Bisogna dire che in quelle condizioni l’economia cilena si ristabilisce un po’, anche parecchio, grazie allo sfruttamento della forza lavoro, privata di ogni tutela sindacale
Quindi negli anni ‘70 non ci sono state forme di organizzazione clandestine da parte di dissidenti politici?
Per quasi tutta quella generazione lì, il problema era continuare a vivere prima ancora che fare politica o qualunque cosa.
C’è stato un grande movimento di emigrazione politica, si dice che un milione di Cileni siano andati via, per ragioni essenzialmente politiche, esuli principalmente in Europa e in altri paesi dell’America Latina. Un milione in una paese che allora aveva 12 milioni di abitanti è proprio tanto. In paesi come l’Italia, la Francia, si sono sviluppati poi centri di organizzazione della resistenza.
Quando viene ricostituito il parlamento, quando sono le prime elezioni?
All’origine della caduta della dittatura c’è un episodio un po’ strambo, perché Pinochet era talmente sicuro di sé che nella costituzione dell’‘80 aveva previsto un percorso di transizione verso la democrazia: aveva programmato una fine della dittatura, possibile però molto nebulosa. Questo percorso passava attraverso un referendum in cui il paese doveva sancire la continuità del governo fino alla fine del secolo, e solo successivamente era prevista una transizione verso la democrazia. Solo che questo referendum, che si fa nell’‘88, Pinochet lo perde. Ma perdendo questo referendum alla Junta rimangono due strade: o fare un altro golpe, e sono stati quasi sul punto di farlo, oppure accettare di contrattare una transizione con l’opposizione, ed è questa la strada che hanno intrapreso. Questo voleva dire che bisognava chiamare le elezioni per il presidente della repubblica, e quindi si aprì un anno molto difficile di negoziazioni, tra l’89 e il ‘90: fu un processo molto complesso, come potete immaginare, c’era un potere che si era letteralmente suicidato, un errore di valutazione politica totale. Quello che Pinochet e i suoi fecero fu di cercare un accordo che permettesse loro di sopravvivere all’interno del sistema; permettesse loro di essere impuni, su tutte le denuncie di crimini di torture, assasinati che già venivano fuori da alcuni anni. Un altro elemento chiave dell’accordo fu la continuità del modello economico. Chiuse le negoziazioni, che furono in parte segrete, nel 1990 vi furono le prime elezioni. E in queste elezioni vince ovviamente il candidato della concertacion, del centro-sinistra.
Com’è oggi la partecipazione popolare alla vita politica?
Tutto il sistema partitico ha perso base popolare: l’accordo che ha permesso la transizione ha portato ad un sistema democratico abbastanza incompiuto, perché ci sono molti elementi della costituzione pinochetista che sono rimasti in vigore. Questo ha conseguenze molto gravi; ad esempio, in cile la legge elettorale prevede un registro elettorale separato, per cui al compimento dei 18 anni di età uno si può iscrivere oppure no: ogni anno l’80% dei giovani che compiono 18 anni non si iscrive, e quindi non vota perché non si sente rappresentato dai partiti.
Come ha assimilato la popolazione la caduta della dittatura? La prima classe politica democratica ha accolto le richieste di verità, di giustizia?
No, per niente, perché questa prima classe politica democratica voleva prima di tutto rientrare nel gioco politico, nella gestione del potere. Hanno deciso che la questione fondamentale era la ricostruzione democratica; il resto poteva aspettare. Però in realtà se non avessero preso Pinochet a Londra non sarebbe cambiato quasi nulla. Basta vedere che Pinochet è stato comandante in capo delle forze armate ancora nei primi 8-9 anni di governo democratico.
E nonostante tutto adesso Pinochet è di nuovo lì, e non è stato incarcerato, né condannato…
Questa è un’altra delle vergogne…Su Pinochet c’è stato di nuovo un accordo, è stato dichiarato vecchio, senile, pazzo; solo che lui è vecchio, un po’ senile lo è ma pazzo non lo è per niente, e vive da privato cittadino, in ottime condizioni economiche, sociali, ha molti amici anche se politicamente che è fuori gioco.
Mi chiedo come faccia un popolo, una volta liberato, a tenersi il dittatore in casa; non c’è forse una scollatura tra il livello istituzionale e quello sociale, per quanto riguarda la transizione democratica?
E’ anche questo un processo complessissimo perché da una parte una maggioranza della società cilena vorrebbe pinochet in galera, dall’altra però c’è un’impotenza dettata non solo dalla politica, ma per così dire dalla legge di riproduzione della vita; la società cilena sottoposta a un modello di politica economica molto pressante, per cui per la maggior parte della gente il primo pensiero di ogni giorno è come campare; la gente lavora moltissimo, e il livello di reddito è ancora molto basso. La questione è proprio il tipo di società che si sta creando, e non solo in cile, in cui da una parte c’è una macroeconomia in ottima salute, con livelli di crescita alti; e però d’altra parte con una specie di inerzia per quanto riguarda la riproduzione economica della maggioranza della popolazione che continua a vivere in condizioni abbastanza pesanti. E su questo modello c’è un accordo quasi totale a livello politico; ma tra la popolazione è molto contrastato, il problema è che c’è molta poca possibilità di esprimerlo questo contrasto, perché c’è il monopolio dei mezzi di comunicazione, ci sono giornali conservatori e le istituzioni stesse danno molto poco spazio a una discussione su questi temi.



