Tratto dall’omonima pièce dello scrittore cileno Ariel Dorfman, “La morte e la fanciulla” di Polansky attinge non solo dal testo, ma anche dal genere teatrale: un ambiente fisso, l’abitazione isolata della protagonista; tre personaggi soltanto, che recitano ruoli apparentemente prestabiliti. Paulina, una donna seviziata e torturata in gioventù dalla polizia segreta di un regime sudamericano ormai caduto, crede di riconoscere in un medico il suo antico aguzzino. Ci sono una vittima, un carnefice, e un terzo personaggio che impersona un po’ lo spettatore, incerto com’è tra il credere alla sicurezza della moglie, o alle implorazioni dello sconosciuto – e che ricorda, in alcuni momenti, un altro ‘marito’ caro a Polansky, quello di “Rosemary’s Baby”. Sul tema, però, si costruiscono le variazioni: l’interscambiabilità di ruoli tra vittima e carnefice, innanzi tutto, ma anche l’esitazione tra la ragionevolezza dell’uomo, che sa perdonare ma che è scampato alle torture proprio grazie al silenzio della donna, e la rabbia sorda di lei, impersonata da una S. Weaver stavolta davvero credibile. Si chiude con la musica di Schubert, Quartetto n. 14 in re minore, “Der Tod und das Mädchen”, ovvero: la morte e la fanciulla.
Vivere ancora
La morte e la fanciulla, di Roman Polansky, GB-USA-FR 1995.
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