Spunti di riflessione emergenti: un dibattito sociale sulle possibilità di una comunicazione informativa democratica.
Nell’odierna società, figlia di un secolo breve per concatenazione di avvenimenti, il bisogno di essere informati è direttamente collegato allo status civico di ogni persona. Proprio per questo motivo una delle prime risoluzioni Onu era determinata ad asserire che “l’informazione è un diritto fondamentale dell’uomo e la pietra di paragone di tutte le libertà” (1).
Purtroppo, l’abitudine a constatare che anche le dichiarazioni universali dei diritti trovano difficilmente riscontro nella realtà, ci porta a dubitare che sia vera la voluta identità tra fatti e notizie. Queste ultime sono, effettivamente, tante e tali da far credere con facilità che “un numero mai visto di canali televisivi e internet quale modello di concorrenza perfetta” siano la dimostrazione di una “miracolosa democratizzazione dell’informazione” (2). Tuttavia è lecito chiedersi se le fonti, il modo di veicolare le notizie e l’aderenza delle stesse alla verità non si inseriscano all’interno di uno schema verticale che governi la logica di trasmissione dell’informazione.
E’ certo che una partecipazione orizzontale all’informazione da parte della società sia impossibile nei governi non democratici. Ma anche laddove la democrazia sembra regnare sovrana si insinua il sospetto che la scelta delle notizie sia diretta da un potere tanto più forte, quanto più ristretto. Come giudicare, d’altronde, la concentrazione del 70% del flusso informativo internazionale nelle mani di tre agenzie, tali la Associated Press, la Reuters e la Agence France Press? Si direbbe, inoltre, che l’informazione possa essere di per sé un fine. E come mai, allora, tra le dieci maggiori corporazioni specializzate nel campo dei media compaiono la Sony, la General Eletric produttrice di energia nucleare e la AT & T (3)? Il pluralismo, prima garanzia democratica, sembrerebbe assai tutelato dallo sviluppo dei canali satellitari. Ma come non collegare i canali televisivi a chi li possiede e scoprire che cinque grandi corporazioni, negli Stati Uniti, si spartiscono la maggior parte del mercato (4)?
E’ lecito ricordare, a questo proposito, l’avvertimento di Balzac nel 1840, dopo la nascita dell’agenzia Havas in Francia: “Il pubblico crede che ci siano molti giornali, ma in definitiva, c’è n’è uno soltanto… Ciascuno dipinge in bianco, in verde, in rosso o in blu la notizia che gli manda il signor Havas”.
Peraltro la preoccupazione relativa alle fonti si riflette facilmente nel pericolo che diversità di opinioni e prospettive siano oscurate. Come non inserire in questo contesto la speculazione terminologica sui cosiddetti “no-global”, la presentazione della necessità di guerra in Afghanistan, il silenzio sulla mancata cattura di Bin Laden e Omar e il silenzio sull’istituzione, il 13 novembre scorso, da parte di Bush, di tribunali militari volti a giudicare, senza possibilità di difesa, qualsiasi persona in qualsiasi luogo del mondo?
Il problema che si pone al fondo, però, è dove e come si parli di questioni che riguardano l’informazione, ma soprattutto il vivere in società.
L’esperienza del Fsm
A Porto Alegre, nel secondo forum sociale mondiale (5), oltre 50mila delegati da 131 paesi differenti ci hanno provato. Il tema della democrazia dei media, ha impegnato parte delle 30 conferenze e delle centinaia di seminari svoltisi.
Un’analisi del contesto all’interno del quale inserire la problematica è stata effettuata da personalità di rilievo come Ignacio Ramonet, Manuel Vasquez Montalban e Noam Chomsky: il prestigio del giornalismo americano, le caratteristiche dell’informazione odierna ed il modo di creare consenso grazie alla separazione tra chi emette le notizie e chi le riceve sono stati i nodi focali.
Il direttore de “Le Monde Diplomatique” ha ritenuto necessario, infatti, ricordare che “la supremazia del modello statunitense deriva da due fattori: la capacità di fare giornalismo libero in un paese libero già nel XIX secolo e la storia del Watergate”. Tuttavia i meriti del passato si riflettono su un presente non ancora sempre roseo: l’informazione odierna è nelle mani di grandi corporazioni che hanno come primo obiettivo la commercializzazione del prodotto. Essa risulta, quindi, “molto breve, elementare nel linguaggio e patetica nella forma per suscitare pietà o far ridere”. Inserendosi nel dibattito lo scrittore spagnolo ricorda, infatti, che “l’emissore attuale ha la tendenza alla concentrazione dei mezzi, che elimina l’idea stessa di pluralità”. Peraltro l’informazione segue due grandi direttrici: una è quella che il giornalista francese torna a definire “l’informazione per dominati, con la vocazione a calmare, addomesticare e convertire il recettore in un soggetto passivo”; l’altra è quella per “dominatori, molto elaborata, con molti dati ed elementi difficili da acquisire”. Lo schema qui proposto, tuttavia, non emerge in maniera casuale poiché funzionale a quella nuova arte della democrazia che Walter Lippmann definiva “manifattura del consenso”. A questo proposito il linguista statunitense ricorda la prima commissione volta a creare il consenso del popolo americano attorno a un evento contrastato come la prima guerra mondiale. Ciò è testimoniato da “Edward Bernays, membro della Creel Commission e autore del libro Propaganda nel 1925”(6).
Il forum di Porto Alegre, però, a differenza di altri momenti nei quali i movimenti sociali sono stati “protagonisti”, è soprattutto visto in chiave propositiva ed è in questo senso che si cercano di delineare delle possibili soluzioni al problema affrontato. Roberto Savio, fondatore di Inter Press Service nel 1964 (7), suggerisce l’utilizzo di internet per un sistema di comunicazione “orizzontale e interattivo”, per cui lo strumento telematico possa essere “mezzo educativo”. Jeff Cohen, fondatore di Fair nel 1986 (8), propone un monitoraggio dei media da parte di cittadini e reti della società civile, in modo da denunciare eventuali distorsioni della verità. Osvaldo Leon, autore del libro “Movimenti sociali in rete” (9), offre un metodo e una guida ad associazioni e organizzazioni che abbiano intenzione di sfruttare le potenzialità di internet come mezzo di scambio e comunicazione.
Peraltro, la propositività cerca di essere messa in pratica direttamente nello scambio di informazioni tra giornalisti e delegati a Porto Alegre. Per questo è stata creata la Ciranda internazionale, attraverso la quale è stato possibile riprodurre testi e foto di altri, senza dover pagare nulla, bensì in cambio del proprio bagaglio informativo.
La prospettiva delle tematiche affrontate è di lungo termine. Ivi risiede la ragione della continuazione del dibattito al Summit sulla società dell’informazione che si terrà a Ginevra nel 2003 e a Tunisi nel 2005 (10).
Anche i futuri forum provvederanno a tracciare bilanci sulla tematica, con la speranza che non si cerchi di combattere un’informazione di parte con un antagonismo che riveli un modo altrettanto “falso” di presentare le notizie.
In conclusione, difficile dire, seguendo il motto del forum, se “un altro mondo” sia “possibile”; di certo, come ha ricordato Josè Saramago, è importante continuare a far sentire “mille campane per la giustizia”. Sia questa politica, sociale o informativa.
Note
(1) Risoluzione N°59 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 14/12/1946
(2) Come dice l’editorialista del New York Times Thomas Friedman nel suo libro The Lexus and the Olive tree: Understanding Globalisation, 1999
(3) Secondo rapporto pubblicato su “The Nation” nel gennaio 2002
(4) AOL Time Warner possiede la CNN, Disney possiede la ABC, la General Eletric possiede la NBC, Viacom possiede MTV e la Westinghouse possiede la CBS
(5) Il forum si è svolto dal 31 gennaio al 5 febbraio scorso nella capitale dello stato brasiliano di Rio Grande do Sul
(6) Da una discussione di Noam Chomsky al Z Media Institute nel giugno del 1997
(7) Operatore concreto di “altra” informazione, professionale e plurale per un dibattito globale circa un nuovo ordine economico, sociale e informativo
(8) www.fair.org sito indipendente di monitoraggio della stampa americana dove è possibile scoprire,per esempio, quali tecniche si usano per mettere in risalto 8 morti israeliani in un attacco kamikaze piuttosto che 100 palestinesi a Jenin
(9) www.movimientos.org
(10) www.comunica.org/cris
Per saperne di più
C.Fracassi, Sotto la notizia niente: saggio sull’informazione planetaria, 1994
I.Ramonet, La Tirannie de la communication, 1999
B.Bagdikian, The media monopoly, 1990
www.forumsocialmundial.org.br
www.portoalegre2002.net




