Un’anomalia del giornalismo: il modello italiano

Il giornalismo tra politica ed economia, intervista a Marco Travaglio; Milano, 12-3-2002

Attraverso un confronto con la stampa estera si è cercato di delineare un percorso di analisi dei meccanismi insiti nel giornalismo italiano e di definirne i caratteri peculiari: editori “impuri” ed editori “puri”, giornalismo d’inchiesta “prono” e “impertinente”, influenza e controllo sull’informazione da parte della politica e dell’economia, censura interna ed esterna ai giornali, linea politica e orientamento delle testate vengono a formare un quadro più o meno completo della situazione italiana.

Marco Travaglio, giornalista di Repubblica, ci offre la sua opinione di tecnico e produttore di informazione su quelle che sono le tematiche più “calde” e discusse del momento.

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Ultimamente si è molto dibattuto sulla libertà di informazione e sul pluralismo; lei, come giornalista, si sente in parte limitato nel suo lavoro?

No, io non mi sento limitato, ogni tanto mi sento imbarazzato perché, quando faccio delle cose che ritengo normali per un giornalista, e vedo che vengono considerate anormali perché le fanno in pochi, c’è il rischio di assorbire questo conformismo come normalità e l’anticonformismo come non normalità. Da questo punto di vista è utile l’esperienza della stampa internazionale che spesso viene a descrivere e raccontare l’Italia, seguendo ancora dei parametri di normalità per cui le cose che fanno scandalo fanno scandalo, le cose che fanno orrore fanno orrore, le cose strane sono ritenute strane; il mondo alla rovescia che regna in Italia nell’informazione all’estero non regna. Il caso di Satyricon è clamoroso nel senso che sono andato lì a dire delle cose vere, che sanno tutti e che abbiamo scritto in libri e giornali centinaia di volte. I padroni dell’informazione televisiva erano riusciti a tenere la televisione fuori da queste notizie, o meglio queste notizie fuori dalla televisione, e andarne a parlare con la massima naturalezza con cui l’ho fatto io è stato considerato un atto eversivo, mentre all’estero sarebbe eversivo non scrivere e non raccontare le cose che ho detto. Nelle campagne elettorali, avendo un personaggio come Berlusconi, indagato per strage, non si parlerebbe delle pensioni, si parlerebbe del fatto che è indagato per strage, poi magari si parla anche della sua riforma delle pensioni. Qui da noi il Presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, tale Mario Petrina, è andato in televisione da Emilio Fede per dire che bisognava punirmi per quello che avevo fatto, e questo la dice lunga su quello che è considerato normale e quello che è considerato anormale. Il caso di Satyricon non viene presentato come un fatto normale, viene considerato un atto eversivo, tant’è che ancora dopo un anno se ne parla. Tutti si domandano se ho fatto guadagnare voti, a chi li ho fatti guadagnare e a che li ho fatti perdere, non rendendosi conto che la nostra logica di giornalisti, di cronisti prescinde da chi guadagna e da chi perde voti: io me ne fotto di chi guadagna e di chi perde voti in base a quello che dico. Se dicendo che Berlusconi è indagato per strage gli faccio pure guadagnare dei voti posso fare dei ragionamenti su quale paese siamo, dopo di che non me ne frega niente: il mio dovere, il mio compito è quello di raccontarlo.

Nei giornali, invece, non c’è una sorta di censura, di controllo sul lavoro dei singoli giornalisti?

Se uno non vuole farsi mettere i piedi in testa ha buone probabilità di riuscirci. Certo non si può dire che sui giornali si possa scrivere tutto quello che passa per la testa: bisogna scrivere cose verificate e di cui poi si possano portare le prove; ci sono un direttore, dei vertici gerarchici, una linea editoriale. Il giornale deve essere libero di dare delle notizie senza censure, poi sappiamo che in molti giornali non è così, c’è modo e modo per dare le notizie, ma l’importante è riuscire a darle. Non nascondo che in molti giornali non si possano dare certe notizie, e in tal caso il giornalista si trova di fronte alla propria coscienza: lavoravo al Giornale di Montanelli, quando Berlusconi, scendendo in campo, decise di trasformare quel giornale in un giornale di partito; a quel punto ci siamo guardati e abbiamo detto: “Ma che cosa ci stiamo a fare qua dentro? Ce ne andiamo e fondiamo un nuovo giornale”. Avendo Montanelli a capo di questa ribellione, fu abbastanza appassionante; è chiaro poi che non puoi prendere l’iniziativa da solo, a meno che tu non sia un Biagi. Un normale cronista deve cercare di lavorare nel modo più dignitoso possibile, insomma di combattere fino alla fine la sua battaglia per pubblicare le cose, se poi non gliele fanno pubblicare, non gli si può richiedere l’eroismo; nessuno può dimettersi da un giornale e rimanere disoccupato, c’è chi lo fa ma non lo si può chiedere. Tuttavia la cosa più preoccupante in questo momento, è l’autocensura di chi non si fa nemmeno dire di non scrivere certe cose. Parlo naturalmente della carta stampata che è l’unico campo in cui ho esperienza, non ritengo quella che si fa in televisione informazione, per me è spettacolo, è un’altra cosa, compresi i telegiornali, le mamme piangenti ecc.. L’Informazione è quella della carta stampata.

Fonti di finanziamento esterne possono influire sulla linea politica del giornale?

Beh, certo è fondamentale. I giornali vivono non grazie al prezzo di vendita in edicola, ma grazie alla pubblicità, quindi è ovvio che l’editore sia molto suggestionato e condizionato dagli inserzionisti pubblicitari. Le concessionarie di pubblicità servono i giornali che vendono di più, quindi l’obiettivo principale di un giornale è vendere copie e soddisfare il suo pubblico. Tuttavia in Italia non esistono gli editori puri, nel senso che non esistono editori che si occupano solo di giornali e hanno come unico scopo quello di vendere il loro prodotto. Da noi raramente capita che chiamino il direttore per chiedere perché il giornale non vende, ma molto più spesso lo chiamano perché ha parlato male del presidente del consiglio o dell’inserzionista pubblicitario. Tant’è che abbiamo dei disastri editoriali come il Foglio di Giuliano Ferrara che vende 6/7 mila copie ed è costretto a fare le campagne per tirare le uova a Benigni perché si parli di lui e per aumentare un po’ le vendite; poi abbiamo personaggi come Paolo Liguori, che hanno portato l’audience dei loro telegiornali in picchiata e che non muoiono professionalmente mai, nel senso che, pur continuando a fare dei pessimi prodotti, cadono sempre in piedi. Ci sono poi anche personaggi che hanno dimostrato di saper vendere i giornali, di saperli fare, ma non ottengono il dovuto riconoscimento. Il fatto di saper vendere un giornale è considerato abbastanza secondario, l’importante è essere obbedienti ai padroni. Tutto sommato, però, che un editore conti è abbastanza normale: De Benedetti è un editore che si colloca nell’ambito di una visione di centro-sinistra e quindi i suoi giornali riflettono la sua linea editoriale, l’importante è saperlo; quando sono venuto a Repubblica sapevo benissimo qual era la sua linea, di conseguenza non posso mettermi a fare l’elogio della Repubblica di Salò, non è questa la libertà dei giornali, non è scrivere la prima cosa che ti passa per la testa. La cosa pericolosa è quando questo orientamento, che deve emergere soprattutto nella scelta degli argomenti e nei commenti, arriva al punto di farti nascondere le notizie che non vanno d’accordo con quella linea: questo non dovrebbe mai accadere. Se i vescovi dicono che la legge sull’immigrazione fa schifo, come hanno detto, è ovvio che la Repubblica aprirà il giornale su questo, perché la Repubblica lo sostiene da tempo, dall’altra parte ci sarà il giornale del capo del governo che la metterà con meno enfasi, ma se non la mette fa un pessimo servizio ai suoi lettori. All’interno di questa discrezionalità ci deve comunque essere il fatto che le notizie si danno, poi ognuno le commenta come vuole: uno dirà che Ruini è un grande e un altro dirà che Ruini non ha capito niente; ecco, ma l’importante è dare le notizie.

Quali possono essere le conseguenze di avere editori che abbiano anche interessi economici esterni al giornale?

Il pericolo è che se l’editore non è puro possa trasformare i giornali in un’arma di pressione sul governo, cioè non entrando nella logica di fare un giornale per venderlo e guadagnarci, ma in quella di fare un giornale per premere sul governo. Ad esempio la Fiat, proprietaria di due grandi giornali, non è interessata tanto al fatto di vendere, ma che i giornali con il loro potere, la loro influenza, autorevolezza sul palazzo della politica aiutino il gruppo Fiat a farlo guadagnare di più. Tutti i palazzinari romani che controllano il Messaggero, il Tempo, eccetera, gli industriali del nord-est che tra le loro mille attività, hanno anche il Gazzettino, il Giornale del Veneto…, ecco questi non sono editori puri perché fanno macchine, fanno movimento terra, fanno bulloni, fanno film come Cecchi Gori, fanno qualsiasi cosa e poi fanno anche i giornali che sono considerati un volano per influenzare la politica e ottenere provvedimenti di favore. Questo è profondamente negativo perché la logica interna del giornale salta, nel senso che tu direttore non devi più rendere conto al tuo editore sulla base delle vendite e del successo del giornale, ma in base al fatto che non puoi attaccare il potere perché, semmai, lo devi tenere sotto scacco senza mai colpirlo, perché hai bisogno di favori. Il caso più clamoroso è Berlusconi che ha utilizzato sapientemente il suo impero editoriale, prima per sostenere Craxi quando Craxi doveva fare leggi di favore o le non-leggi e lasciare il farwest televisivo perché ci corresse soltanto lui, poi nel ‘92, quando il gioco non valeva più la candela, ha appoggiato Mani Pulite per sbarazzarsi di Craxi (che comunque si faceva pagare molto bene); ad un certo punto ha smesso di sostenere Mani Pulite con i sui giornali e ha iniziato a cannoneggiarla alla grande perché indagavano su di lui e lo processavano, creando questo clima antigiudici che oggi ha spaccato il paese in due. I suoi giornali li tiene perché gli servono per altre ragioni: per la scalata alla politica, per ottenere le concessioni televisive, perché non facciano le leggi anti-trust e sul conflitto di interessi, insomma per difendere la sua roba. Questa è una logica aberrante perché hai di fronte un prodotto orrendo come il Giornale di Milano, che è al servizio di questa o quella battaglia, completamente snaturato da quello che era il Giornale di Montanelli; per cui se Casini per un attimo si sfila dagli ordini di Arcore, immediatamente viene maciullato dalle televisioni e dai giornali, poi Casini il giorno dopo dà ragione a Berlusconi e diventa l’uomo più buono del mondo: questo alla fine toglie la credibilità al Giornale, che non vende chissà quanto, però serve al padrone per altri fini; i giornalisti diventano dei killer di professione: “Vai e sparami a quello lì, vai e gambizzami quello là”, ecco questo non è giornalismo, ma un problema del tutto italiano.

Non bisogna mitizzare l’imparzialità dei giornali, è giusto che abbiano una loro linea, commentino le notizie, le scelgano e le distribuiscano a seconda degli spazi come vogliono, l’importante però è che non le nascondano. La libertà di stampa in Italia è fittizia, mentre all’estero c’è una grande polifonia: gli editori fanno solo gli editori e si scontrano sull’unico punto che dovrebbe interessare, cioè quello del mercato.

Ma tutti questi meccanismi “impuri” del giornalismo, quindi del giornalismo che non è più rivolto al pubblico, come lo influenzano?

Credo che i giornali influenzino ormai ben poco il modo di pensare della gente, piuttosto è la televisione che influenza moltissimo; quelli che comprano i giornali un’idea ce l’hanno, sono una piccola élite alfabetizzata, più o meno sei o sette milioni di persone, che ha le idee chiare e sceglie il suo giornale senza lasciarsi più di tanto influenzare. E’ la televisione che è in grado di influenzare molto: per anni ha convinto gli italiani che il pericolo pubblico numero uno era la criminalità estera comunitaria, gli sbarchi dei clandestini ecc…, poi quando Berlusconi ha vinto le elezioni le televisioni hanno smesso di parlare degli sbarchi di clandestini, come se la microcriminalità fosse completamente scomparsa; certe campagne vengono mirate e la gente inevitabilmente ne risente. Il controllo della televisione, più ancora che a dare certe notizie che fanno piacere, serve soprattutto a impedire che ne passino altre che fanno dispiacere. Ad esempio il mio intervento a Satyricon è stato considerato una bestemmia, perché nel controllo capillare del sistema televisivo è sfuggito un venti minuti di follia per cui per la prima volta la tv ha potuto dire cose che i giornali bene o male avevano già detto, ma, essendo questa completamente vergine su quei temi, l’effetto è stato molto forte; ciò dimostra che la televisione ha un potere enorme di suggestione soprattutto quando fa vedere una cosa molto nuova. Ed è la ragione per cui ancora se ne parla, a distanza di un anno Berlusconi dà i numeri e dice che addirittura ha perso alle elezioni 17 punti percentuali, cosa completamente folle e che conferma implicitamente e un po’ ingenuamente che la tv sposta voti. Per evitare di lasciarsi influenzare le armi di difesa sono quelle: a) non credere a una parola di quello che si sente in televisione, b) leggere i giornali possibilmente alternandoli; non leggere sempre lo stesso ma cercare di vederne il più possibile, parlo naturalmente di giornali nei quali può capitare di trovare cose vere, come la Repubblica, il Corriere della Sera, la Stampa, non parlo di giornali-partito come il Giornale, quelli sono militarizzati e si sa benissimo quello che c’è dentro. Quindi l’unica arma di autodifesa è confrontare come spesso vengano date diversamente notizie a seconda dei giorni, e capire quali sono i meccanismi che portano a raccontare la stessa notizia in modo molto diverso. Ad esempio quando c’è una manifestazione di piazza e ci sono scontri tra la polizia e i manifestanti è inevitabile che in quegli scontri un giornalista di sinistra veda un sopruso della polizia e un giornalista di destra veda l’ordine violato e ristabilito dalle forze dell’ordine; l’importante è che ci siano i fatti, dopo di che la visione è inevitabilmente parziale. Noi possiamo pensare che i magistrati di Caltanissetta che indagano su Berlusconi per strage siano matti, però non possiamo non dire che lo stanno facendo, poi qualcuno dirà che sono matti, qualcun altro dirà che hanno ragione da vendere e qualcun altro dirà “Stiamo a vedere dove porterà l’indagine”; l’importante è che quei due o tre elementi, e cioè che c’è un’indagine, per questo tipo di reato, contro il cavalier Berlusconi e conto il suo amico Dell’Utri come mandanti occulti delle stragi, esiste, non è mai stata archiviata, e non è vero che è una roba vecchia. Se gli elementi chiave della notizia non vengono nemmeno dati, allora non è più un giornale.

A Satyricon aveva detto che gli intervistatori in Italia non fanno domande. Come mai succede questo e come si inserisce nel discorso sulla libertà d’informazione?

Per fare domande tu dovresti essere appunto un giornalista giornalista e basta, lavorando in un giornale giornale e basta. Il giornalista è per sua natura un rompiballe, nel senso che dovrebbe essere talmente curioso da fare in un’intervista d’inchiesta investigativa, al potente, domande impertinenti: intervistando un ministro puoi semplicemente chiedergli: “Ministro, mi dica quanto siete bravi, mi dica quali sono i successi del vostro governo”, oppure oltre a ciò puoi anche dirgli: “Sì, ma scusi, lei ha detto che bisogna convivere con la mafia, ma non si vergogna, in quale paese lei non sarebbe stato costretto a dimettersi…”, cioè uno farebbe quello che oggi viene considerata una cosa cattiva, da Iene, da Striscia la Notizia, da guastatori, mentre in realtà all’estero è così. Nelle campagne elettorali i candidati non si sognano nemmeno di sottrarsi alle conferenze stampa o ai confronti reciproci come avviene da noi; se all’estero ci si sottrae vuol dire che si ha qualcosa da nascondere, e quindi si perdono immediatamente le elezioni.

A me hanno detto, dopo Satyricon, che quelle robe lì non si dicono, men che meno si dicono in campagna elettorale, perché potrebbero influenzare il pubblico. Ed io dico: certo che possono influenzare il pubblico, perché se il pubblico sa che questo signore si è tenuto in casa per due anni un mafioso e che è indagato per strage, è bene che lo sappia prima di dargli il voto, dopo di che decide se darglielo. E’ una cosa totalmente folle, ecco perché dicevo che il mondo è alla rovescia e che se non ci fossero gli esempi della stampa straniera io penserei di essere matto. Per me è normale fare immediatamente delle domande che mettano in imbarazzo la persona che mi sta di fronte. L’intervista al potente di solito da noi è un’intervista prona, in ginocchio, alla Bruno Vespa dove si parla della sua abilità a fare il risotto, o della sua collezione di orchidee nel giardino di Arcore, queste cose qua, e non si fanno mai domande su cose spiacevoli, se ce ne sono; se non ce ne sono, non è che uno se le deve inventare, ma se ce ne sono, sono le prime da tirare fuori in un’intervista, non le ultime.

Ma come mai si è instaurato questo meccanismo sulle interviste? Sono gli intervistatori che hanno smesso di fare domande o sono i potenti che hanno detto basta con certe domande?

Il giornalista è sempre considerato un ospite per cui deve essere grato al potente se gli viene concessa l’intervista; invece negli altri paesi è il potente che chiede ai giornali di essere intervistato per poter comunicare col pubblico. In Italia i giornali non hanno una loro forza autonoma, perché gli editori dipendono necessariamente dalle decisioni del governo, della politica e dell’economia, per cui hanno bisogno di ingraziarsi i potenti, spesso anche quando li attaccano lo fanno per ritorsione. Ci sono giornali che quando perdono la pubblicità della Fiat, perché non vendono più niente, cominciano ad attaccare la Fiat: questo non è un segno di libertà, è un’estorsione. Se la Publikompass mi toglie la pubblicità perché le mie vendite sono a zero, io non è che il giorno dopo incomincio ad attaccare la Fiat che ne è la proprietaria per vendicarmi, perché non ha senso, attacco la Fiat se merita di essere attaccata.

All’estero, quando Nixon deve dimettersi dalla presidenza per lo scandalo Watergate, l’editrice del Washington Post che sta facendo lo scoop si permette di mettere giù il telefono al presidente degli Stati Uniti, perché dice: “Io sono l’editrice del Washington Post, io sono un potere, tu sei un altro potere; io faccio il mio mestiere, tu fai il tuo; vuoi dirmi qualcosa, io la registro; ti chiedo qualcosa, tu mi rispondi; mi fai una minaccia, io me ne frego e il giorno dopo scrivo ’sono stata minacciata dal presidente degli Stati Uniti’, cazzo vuoi da me?”. Questo è l’atteggiamento.

Da noi non è pensabile una cosa del genere, se si lamenta il Presidente del Consiglio o il Presidente della Repubblica, panico totale: qual è l’editore che può scontrarsi col Presidente del Consiglio? Un editore che non abbia bisogno di nulla da lui.

Se il Capo del Governo controlla Publitalia, che è la prima concessionaria di pubblicità, è in grado di minacciare gli inserzionisti, quando fanno pubblicità sui giornali avversi. Per esempio l’inserzionista che fa pubblicità su l’Unità, che ora è considerato il giornale più antiberlusconiano, per campare la deve fare anche in televisione. Ma in questo momento la televisione è interamente controllata dal Presidente del Consiglio. Dunque uno di Publitalia gli può telefonare e dire: “Tu vuoi continuare a fare pubblicità in televisione? Togli pubblicità a l’Unità”. E l’inserzionista che cosa fa? Cosa sceglie tra le pubblicità televisive e quelle su un giornale che vende 80.000 copie? Ovviamente sceglie di dare le pubblicità alla televisione e smette di darla a l’Unità, perché guadagna infinitamente di più. In questa situazione è ovvio che l’editore non può fare a meno del Presidente del Consiglio e quindi dovrà venire a patti con lui. C’è chi lo fa in maniera più dignitosa, chi lo fa invece in maniera meno dignitosa, ma comunque sempre patti sono.

Quindi prima che Berlusconi diventasse anche controllore di gran parte del potere politico, questi meccanismi erano diversi?

No, oggi è peggio, ma all’epoca già controllava la Publitalia, tre reti private, che vivono di pubblicità, e in più una rete e mezza della Rai: quindi non ne controllava sei ma ne controllava quattro e mezzo, ecco.

Quindi, anche prima che scendesse ufficialmente in politica, controllava la televisione?

No, prima del ‘94 controllava le sue e basta, la Rai la controllava Craxi. Formalmente, era tutto un po’ più pluralistico. Oggi è il totale monopolio, ma il problema comincia nel momento in cui uno può avere il 40% del mercato pubblicitario nelle sue mani, (cosa folle in tutti i paesi del mondo dove ci sono leggi antitrust, che da noi non esistono in maniera seria e decisa); se tu controlli il 10% della pubblicità, ci sono tanti altri soggetti che hanno il restante 90%; quando controlli il 40%, hai la metà del mercato pubblicitario in mano, hai un potere di vita e di morte sui giornali.

In queste circostanze, secondo lei è possibile parlare di dittatura mediatica?

Sì. Assolutamente. In questo momento si può parlare tranquillamente di regime. Quando il potere dell’informazione, il potere esecutivo, il potere legislativo e, con le riforme che si annunciano, anche un po’ del potere giudiziario finiscono sotto il controllo di un’unica persona, è regime. Se noi ci aspettiamo di vedere la gente coi carri armati per strada o con la camicia nera, ci prendiamo una cantonata. Il regime oggi non ha bisogno della violenza fisica, fa violenza con sistemi molto più subdoli e molto più raffinati e per questo molto più pericolosi. Sarebbe molto meglio qualche manganellata, almeno la gente lo capirebbe, invece ci si illude che non è cambiato niente. Sì, sì, siamo in piena dittatura mediatica da questo punto di vista.

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