Anche il mondo dell’informazione è travolto da quel vortice che risucchia la Storia imprimendole una velocità progressivamente continua. Così risulta difficile accorgersi delle novità che incidono su mezzi di comunicazione apparentemente obsoleti, ma alla continua ricerca di un rinnovamento. Chi meglio di uno storico, che si è a lungo occupato del problema dell’informazione e delle sue relazioni con l’istruzione, può dunque guidarci in un percorso che necessita i dovuti distinguo da paese a paese? È infatti anche questo il ruolo di Nicola Tranfaglia, preside della Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Torino.
Come si è evoluto l’apparato dell’informazione negli ultimi vent’anni, soprattutto nel rapporto tra televisione e carta stampata?
All’inizio degli anni Ottanta la stampa quotidiana e settimanale era già in crisi dal punto di vista delle vendite, ma non aveva subito un contraccolpo negativo così forte come quello verificatosi in seguito nel campo della pubblicità. Le televisioni non erano diventate vettori di pubblicità tali da toglierne gran parte alla stampa quotidiana e settimanale, come ormai è avvenuto. Dobbiamo ricordare che all’inizio degli anni ottanta iniziava il cammino della Fininvest, ma non era ancora consolidato il primato delle televisioni private; oggi siamo in una condizione in cui, su sette miliardi circa di pubblicità radiotelevisiva, cinque vanno a Mediaset e uno e mezzo – due alla rai: questo è un dato strutturale molto importante. Sul piano della stampa quotidiana e settimanale, invece, c’è una notevole crisi pubblicitaria, e infatti anche alcune dinamiche interne, difficili da capire, sono legate ormai alla pubblicità. Ad esempio, la sostituzione di Giulio Anselmi alla direzione dell’Espresso con la Amani deriva da un problema prima di tutto pubblicitario: infatti la Amani, come direttrice del supplemento Donna di Repubblica, era riuscita a portare somme pubblicitarie molto alte. Quindi la pubblicità è diventato l’elemento decisivo nel campo dell’informazione e la televisione si è impadronita della maggior parte del mercato pubblicitario. Negli anni ottanta eravamo all’inizio di questo processo, oggi siamo invece in una fase molto avanzata.
In funzione della concorrenza delle televisioni, è cambiato anche il modo di fare informazione sui quotidiani?
Quello della pubblicità e del rapporto tra giornali e televisione è un fenomeno di portata mondiale; in molti altri paesi occidentali noi abbiamo assistito a una divisione tra giornali di opinione, per un pubblico più informato, e giornali popolari: penso soprattutto alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, però un discorso simile si può fare anche per la Germania e per la Francia. In questi paesi, dove c’è una differenza tra grandi giornali di opinione e stampa popolare, la seconda ha fatto quello che ha fatto tutta la stampa in Italia, e cioè si è messa in concorrenza con la televisione, seguendone il modello. Se voi leggete analiticamente i quotidiani italiani oggi, e vedete quante pagine sono dedicate a trasmissioni televisive e a problemi televisivi, vi rendete conto di questo. Negli altri paesi una parte dei giornali (il New York Times negli Stati Uniti, il Times a Londra, e così via) ha seguito la strategia diversa di dare ai lettori più di quanto non possano trovare nelle televisioni. Naturalmente anche nella stampa italiana e spagnola si cerca di approfondire più della televisione, per ragioni di tempo, perché fornisce le notizie con un sensibile ritardo rispetto alla televisione. D’altra parte, a livello teorico, quando un media come la televisione si afferma così pesantemente – e questo dipende dalle condizioni di istruzione degli italiani -, allora è fatale che gli altri media si adeguino e si mettano in concorrenza o comunque tengano conto del medium principale: è un processo generalizzato.
Ma, secondo lei, il pubblico non è pronto ad accogliere i giornali di opinione? Non verrebbe stimolato dalla loro presenza?
Il problema somiglia a quello dell’uovo e della gallina: da che cosa si incomincia? Che l’istruzione degli italiani sia a questo livello, per cui quasi metà non è spinta a leggere i giornali, deriva da molte cause: da una parte dal fatto che tutto il nostro sistema di istruzione è in crisi e negli ultimi vent’anni funziona sempre peggio; tant’è che in Italia i casi di analfabetismo di ritorno sono molto maggiori che negli altri paesi. Dall’altra parte c’è il fatto che i giornali per molto tempo sono stati scritti in modo difficile, perché nel nostro paese c’è una parte notevole di intellettuali che parla soltanto agli addetti ai lavori, e non si preoccupa di parlare a chi non ha gli strumenti. (Oggi, forse, il numero di intellettuali che cercano di parlare in maniera accessibile a tutti è maggiore, ma ancora molto limitato. Penso che, da un punto di vista culturale e politico, un intellettuale abbia sì il dovere di fare studi specialistici, ma ha anche quello di comunicare in modo accessibile. D’altra parte questa mia idea deriva anche dal mestiere che faccio: se insegno a studenti che arrivano al primo anno dalla scuola superiore, certo non posso a parlare in modo specialistico, perché non comunicherei. Mi sembra di vedere che, rispetto a venti o trent’anni fa, ci sia un numero maggiore di intellettuali che si pongono questo problema, però siamo sempre a livelli di forte minoranza; la stessa tradizione italiana ha sempre concepito gli intellettuali come ‘consiglieri del principe’, e quindi come persone che parlano esclusivamente alla classe dirigente del paese.
Qual è il ruolo assunto dai giornali di partito all’interno di questo quadro?
Oggi i giornali di partito praticamente non esistono: il Giornale è il quotidiano di casa Berlusconi, non di Forza Italia; l’Unità è un giornale legato solo parzialmente ai gruppi parlamentari dell’Ulivo; il Manifesto non è un giornale di partito. Esiste soltanto il Secolo d’Italia, che però vende solamente quarantamila copie. Nel complesso i giornali di partito sono esistiti fino alla fine degli anni ottanta, ormai non ci sono più.
Questi giornali erano nati con una funzione principalmente didattico-pedagogica; ora che, come lei sostiene, sono scomparsi, chi assolve questa funzione?
Il dato che differenzia oggi l’Italia dagli altri paesi europei è che noi abbiamo non più della metà della popolazione che legge giornali, e questo dipende dalla difficoltà di leggerli; non è un problema economico, ma è determinato dal fatto che gli italiani hanno un’istruzione così bassa da non essere in grado di leggere regolarmente i quotidiani e i settimanali. Questa condizione fa sì che la televisione, che invece è seguita dal 95,7% degli italiani, sia il mezzo che ha una maggiore forza, una maggiore capacità di pressione; inoltre abbiamo assistito in questi vent’anni alla vittoria del modello berlusconiano su quello pubblico, il quale, sia attraverso la presenza della pubblicità, sia attraverso il tipo di trasmissioni, tende sempre di più a uniformarsi agli standard delle televisioni private. Ci sono trasmissioni della RAI, come Quiz Show, che sono del tutto eguali a quelle che si fanno su Mediaset.
I giornali di partito hanno avuto una funzione didattico-pedagogica soltanto nella prima fase, cioè nella fase della Repubblica che va dal ‘46 agli anni sessanta, poi sono entrati tutti in decadenza, salvo l’Unità, perché aveva dietro un grande partito. Oggi si sentirebbe il bisogno di giornali che assolvessero funzioni pedagogiche, però che questa impresa si troverebbe di fronte alla concorrenza televisiva perché chi ha difficoltà a leggere e ha i telegiornali a disposizione è difficile che legga un giornale, per quanto facilitato. La lettura richiede una attività, la televisione richiede una passività: è questa la differenza fondamentale.
Eppure anche la televisione, in passato, e in particolare negli anni Sessanta e Settanta, ha assolto degli intenti pedagogici: non è possibile che si configuri ancora come un mezzo con finalità culturale e didattica?
Sì, in astratto è possibile, soltanto che questo potrebbe avvenire se si arrivasse, come in alcuni paesi europei, alla presenza di canali televisivi esclusivamente culturali. Ma, in Italia, pare non si riescano a fare: il centro sinistra, negli anni in cui è stato al governo, non è riuscito a fare una riforma della RAI, e questa destra non ha nessuna intenzione di farla, perché il loro problema è di controllare il sistema, non certo modificarlo.
Quindi manca proprio l’intento?
Sì, mi sembra manchino le volontà.
Negli ultimi anni abbiamo assistito in Italia ad alcuni episodi emblematici, come il caso Di Bella, la vicenda di Erika e Omar, lo stesso recente delitto di Cogne, in cui i mezzi di informazione hanno avuto un ruolo non solo di osservatori, ma di veri e propri protagonisti. Si può parlare di autoalimentazione della notizia da parte dei media, e perché? Quali sono i meccanismi che la determinano?
Si può parlare sicuramente di autoalimentazione della notizia, però dietro questo esiste una strategia complessa, puntare su casi diciamo umani capaci di sollevare emozione, per evitare di dover approfondire altre notizie. Quando si segue la televisione, si vede che tutti i telegiornali sono aperti dal delitto di Cogne, quando nello stesso tempo sia a livello nazionale che a livelli internazionale ci sono altri avvenimenti notevoli, ai quali si vuole togliere rilevanza: la cronaca al posto della politica, questa è la strategia di fondo, perché la politica divide o comunque crea discussioni e interessi sul modo in cui opera il governo e opera l’opposizione, e invece il delitto mette tranquilli tutti, perché poi si discute sul fatto se la madre di Samuele è stata quella che l’ha ucciso, o che altro.
Queste strategie di deviazione dell’attenzione possono anche dipendere da condizionamenti?
I proprietari pongono un condizionamento ai giornalisti, e prima di tutto ai direttori, stabilendo una serie di questioni delicate di cui è meglio parlare poco o non parlare del tutto. Ma i giornali bisogna pure riempirli, e se di determinati argomenti non si può parlare, o si può farlo ma solo in termini troppo neutri, bisogna trovare dell’altro che faccia comunque vendere; e cosa c’è di meglio del delitto di Novi Ligure o di quello di Cogne? All’inizio della mia carriera di giornalista le cose erano più rigide, negli anni in cui lavoravo alla Stampa veniva consegnato al giornale un elenco di grandi gruppi multinazionali di cui non si poteva parlare, adesso è diverso, però i meccanismi sono sempre gli stessi, cioè gli interessi economici e politici della proprietà si impongono sui giornalisti, i quali fanno i giornali che piacciono alla proprietà, altrimenti questa licenzia i direttori. Bisogna sempre ricordarsi che i giornali sono imprese economiche oltre che politiche e culturali.
In quale misura il mondo della comunicazione può influire sulle intenzioni di voto? Dato che è in pratica provato che la propaganda politica influisce sulle decisioni ma non o in minima parte su chi vota per appartenenza, è ragionevole pensare che il progressivo aumento della percentuale di “indecisi” possa aumentare l’influenza delle comunicazioni di massa? O sono forse queste ultime a “creare” gli indecisi, proponendo una prassi comunicativa e informativa raramente basata sulla riflessione e l’approfondimento?
Per me l’informazione agisce soprattutto come manipolazione delle coscienze. Per abitudine noi pensiamo a come un giornale parla di certi argomenti, ma l’influenza maggiore il giornale la esercita con il silenzio, cioè non parlando di certe cose o parlando troppo di altre, e questo diventa una manipolazione della coscienze, poiché i cittadini non sono messi a conoscenza di tantissime cose che succedono. Questo a mio avviso è il problema maggiore, perché ha una grande influenza: se noi dobbiamo per esempio giudicare un governo e non sappiamo molte delle cose che ha fatto, nel nostro giudizio politico non avremo gli elementi per fare una scelta documentata. Per quanto riguarda invece il discorso sul voto di appartenenza, a me pare che sia in continua caduta negli ultimi 10 anni: il rapporto tra il centro, la destra e la sinistra era molto determinato dalla guerra fredda, finché questa c’è stata. Oggi mi sembra che le scelte elettorali tendano a fluttuare e ad essere determinate dal giudizio che si dà sulla situazione politica di volta in volta.
E’ chiaro che, in questa situazione, i mezzi di comunicazione siano molto importanti, e secondo me agiscano come ostacolo a una corretta informazione degli italiani, a quel diritto all’informazione, che è scritto nella costituzione.
Quindi che peso pensa possa avere la televisione nelle intenzioni di voto attualmente in Italia?
E’ difficile dirlo, sono argomenti molto complessi. Vi faccio un esempio: quando sorge e cresce, all’inizio degli anni 90, la Lega Nord, ha successi elettorali molto forti senza disporre di alcuno strumento di comunicazione di massa, non solo, ma addirittura essendo spesso insultata dai media, che erano schierati contro; eppure è andata avanti. Dunque, in una società non conta solo la comunicazione di massa, oggi conta internet, conta quello che chiamiamo il passa parola, quindi non si può attribuire alla televisione un potere, da solo, determinante. Certo conta molto, però calcolare quanto è difficile.
Nel rapporto, invece, tra comunicazione e istituzioni politiche, quanto possono influire sul dibattito e sull’ agenda dei politici, le scelte dei mezzi di comunicazione e quanto invece sono le scelte della politica che possono influire sui mezzi di comunicazione?
Le scelte della politica influiscono notevolmente; noi abbiamo avuto, ad esempio, giornali che avevano sostenuto il centro-sinistra prima delle elezioni, come La stampa, e da quando ha vinto Berlusconi sostengono complessivamente il centro-destra; quindi l’influenza sui mezzi di comunicazione da parte dei politici o delle forze economiche è molto forte.
All’opposto, io credo che i mezzi di comunicazione abbiano una forza tale, in una società come questa, nel creare trend, nel creare mode, da riuscire a pesare anche sulla politica: quindi è un rapporto di condizionamento reciproco.
Nel 1998 il “caso Di Bella” si era risolto grazie a un confronto televisivo tra il Professore e Rosy Bindi, allora Ministro della Sanità, trasformato in evento mediatico. In casi come questi i media possono avere un’influenza diretta sulle scelte politiche?
Io ho dei dubbi su questa capacità dei mezzi di comunicazione : mi pare che in realtà siano le forze politiche a scegliere come utilizzare i mezzi di comunicazione, e se i mezzi di comunicazione creano un grande interesse su un evento è perché le forze politiche non hanno niente in contrario, e anzi cercano di sfruttarlo. Siamo molto lontani, in Italia, dai mezzi di comunicazione come quarto potere a questo riguardo Stati Uniti e Italia rappresentano i due estremi: negli Stati Uniti è potuto succedere che in seguito a una inchiesta giornalistica un presidente degli Stati Uniti si sia dimesso, mentre in Italia mi sembra che siamo molto lontani da questo, perché l’atteggiamento dei mezzi di comunicazione non è antagonistico o indipendente, ma è anzi abituato alla dipendenza.
Bibliografia
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