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I sentieri dell’informazione

Intervista a Peppino Ortoleva; Torino, 2002

La predominanza del mezzo televisivo sulla carta stampata. Le differenze a livello di mezzi e di pubblico. Le grandi agenzie di stampa come canali privilegiati del flusso di informazione; ma allo stesso tempo la possibilità di costituire spazi di inchiesta e di approfondimento che si discostino dallo standard dei grandi media. Il prof. Ortoleva ci offre un’analisi tecnica del apparato informativo in Italia, non mancando di riflettere sui legami con la politica, e su una convergenza fondamentale delle forze politiche che pone seri dubbi sulla reale volontà d’innovazione in campo televisivo…

Che ruolo hanno in Italia e a che pubblico sono destinate le differenti offerte informative proposte dai media?

L’Italia ha un problema storico: la fragilità dell’industria dei media scritti. Sia l’editoria libraria sia l’editoria giornalistica sono piuttosto deboli per diversi motivi, tra i quali il principale è il fatto che l’alfabetizzazione è cresciuta molto lentamente, e così il numero di persone in grado di leggere un quotidiano. In Italia siamo sempre stati sotto i cinque milioni di copie vendute, contando tutti i quotidiani, soglia che sembrava quasi una maledizione, perché non fu mai superata dal Novecento fino ai primi anni Ottanta.

I giornali italiani, inoltre, non vendono niente fuori dall’Italia, perché è una lingua che leggono in pochi. Il sistema dei mezzi di comunicazione francese conta anche sul fatto che Le Monde si legge in tutto il mondo, e così nei sistemi inglesi e americani; persino quello tedesco vende qualche copia dello Spiegel anche fuori confine.

Foto di Matteo Neppi Modona

Foto di Matteo Neppi Modona

L’audience limitata dei giornali ha contribuito al fatto che la televisione abbia avuto, nel sistema dei media italiano, una rilevanza infinitamente superiore a tutti gli altri media, perché tra l’altro il boom della televisione in Italia ha coinciso con la modernizzazione del paese, che è stata una delle più veloci dell’Europa Occidentale. L’Italia si è modernizzata con la televisione, la televisione ha modernizzato il paese, o per lo meno questa è stata la percezione diffusa; per cui la sproporzione di peso della televisione rispetto a tutti gli altri media è spaventosa, e non solo per il numero enorme di persone che la guardano, ma anche per il fatto che la televisione è l’unico medium che ha un’audience sostanzialmente identica tra Nord e Sud, mentre per quotidiani, libri, radio fra Sud e Nord vi è un divario enorme. Tutti questi motivi fanno della televisione in Italia un medium di importanza assolutamente sproporzionata. A questo si aggiunge il fatto che una buona parte della classe colta ha nei confronti della televisione un atteggiamento di totale chiusura, per cui la televisione in Italia è da sempre stata un elemento di frattura ideologica. Sostanzialmente in Italia la televisione è un pezzo del sistema politico, direi una delle istituzioni costituzionali non scritte.

A livello di pubblico queste differenze tra i media come si caratterizzano?

Tradizionalmente l’Italia è un paese molto segmentato a livello di pubblico, per aree geografiche e per reddito. Direi che però le cose sono molto cambiate a partire dagli anni Settanta; le differenze di reddito ci sono ancora, e sono importanti per alcuni media relativamente marginali, come i libri, ma non contano quasi nulla per il consumo delle televisioni e sempre meno per il consumo di giornali. Altro conto invece è per le differenze d’istruzione: gli insegnanti, che a livello di reddito sono ormai dei poveracci, a livello invece culturale sono dei ricchi; allo stesso modo, molti proprietari di officine meccaniche, che a livello di reddito sono ultramiliardari, a livello culturale sono poveri. Alla discrepanza tra livello culturale e livello di reddito si sono sovrapposte una serie di altre differenze. La prima è una differenza geografica: abbiamo alcune aree urbane, che non sono solo quelle delle grandissime città, Milano, Roma, Torino, forse Napoli, ma anche Verona, Firenze, al limite la stessa Pistoia, per dire, con dei consumi culturali diversi rispetto alla popolazione di aree culturalmente più povere. La seconda è una differenza generazionale, in Italia molto più importante che negli altri paesi, poiché ha vissuto la modernizzazione con una velocità sconcertante: l’ottantenne rurale italiano è probabile che non sappia letteralmente non dico cos’è internet, ma neanche cos’è un computer, mentre il ragazzino anche rurale avrà un’idea seppure vaga di cos’è internet, che tra l’altro gli arriva attraverso la televisione. E’ quindi abbastanza complesso il livello di stratificazione dei pubblici in Italia; da questo punto di vista a renderlo ancor più impenetrabile c’è il fatto che le televisioni se ne fregano e i giornali sono abbastanza tradizionalisti. In Italia abbiamo alcuni fenomeni abbastanza sconcertanti: una tra questi è il Sole 24 Ore, che è il quotidiano economico più diffuso in Europa, e di livello mondiale dal punto di vista della qualità informativa. Vende centinaia di migliaia di copie; il che dimostra che c’è un pubblico quantitativamente di massa, con un interesse e delle competenze di base, che ha scoperto il Sole 24 Ore, prima con il giornale, poi con la radio, adesso con la televisione; nessun altro grande editore, neanche Mondadori, ha mai seriamente pensato di rivolgersi a questo pubblico.

Per passare a una prospettiva più tecnica, potrebbe descriverci qual è l’iter della notizia nei processi di diffusione e di produzione dell’informazione?

Un processo che si è verificato negli ultimi decenni è la riduzione progressiva del peso della professionalità del singolo giornalista a livello di caccia della notizia, come l’attesa alla questura, in favore delle agenzie; un processo molto significativo, ma che rimane solo un aspetto della questione. Si è creato, per esempio, un ceto di professionisti di comunicazione istituzionale, sia d’impresa, sia pubblica, in tempi abbastanza brevi, in venti-trent’anni, che ha cambiato molto il quadro, perché significa che per larga parte l’informazione che troviamo sui giornali arriva o da un’agenzia, o da una fonte istituzionale di questo tipo. La FIAT ha cominciato a fare relazioni pubbliche nel ‘29, ma era allora praticamente l’unica tra le grandi aziende; le altre hanno iniziato poco per volta e confondendo le relazioni esterne con il lobbying istituzionale: l’ufficio delle relazioni esterne più che di diffondere le notizie si preoccupava di andare a tirare per la giacca i politici, cosa che in parte continua a fare anche adesso… La FIAT ha il suo giornale, così come le altre grandi imprese, che quindi fanno sapere ciò che vogliono dire attraverso i giornali, che sono i veri organi di lobbying italiani.

Ci sono, naturalmente, ancora delle informazioni che arrivano con altri canali, però il grosso arriva in questo modo. Un esempio banale: tangentopoli. Che ci fosse una corruzione politica spaventosa in Italia si sapeva dagli anni Settanta, ma si è cominciato a parlarne solo con l’arresto di Mario Chiesa. Non è che i giornalisti non sapessero, fino a che la magistratura non si è mossa: sapevano, ma non scrivevano niente, in parte per paura di querele, in parte perché fare un’inchiesta ben fatta richiede una quantità di lavoro spaventoso.

Il fatto che ci sia un inviato di un giornale accampato in Afghanistan o in Bosnia, dal punto di vista della notizia è irrilevante, perché la CNN dice sempre cose più avanzate. Dal punto di vista del pezzo, dell’intervista, no; però Igor Man, che conosce il mondo arabo, senza muoversi da Roma, riesce a fare dei pezzi sul mondo arabo che un giornalista in loco non riesce a fare. Non tutti, ma gran parte degli inviati speciali dei giornali sul teatro di guerra hanno una funzione quasi di fiore all’occhiello, ma la loro funzione informativa è minima.

Per quanto riguarda invece l’informazione di tipo cronistico c’è un forte presidio locale dei giornali, ma appena il luogo diventa sede di qualcosa di grosso comincia il teatrino: l’esempio tipico è Cogne, ma anche le alluvioni ad Asti e Alessandria. “La Stampa”, che aveva corrispondenti un po’ in tutti i paesini toccati dall’alluvione, aveva un’informazione magari più dettagliata, ma non radicalmente diversa rispetto a quella che aveva il Corriere della Sera: la notizia importante non la dava il giornalista locale, e su questo c’è molto da riflettere.

Lei pensa che questo sbilanciamento di peso dalle fonti “dirette”, come gli inviati all’estero, alle agenzie di stampa, sia irreversibile? E in che modo influenza la condizione dell’informazione?

Non è irreversibile per il fatto che probabilmente dobbiamo cominciare a pensare ad una varietà di format informativi. “Diario” di Enrico Deaglio, ad esempio, ha dimostrato che c’è un pubblico non di massa, ma neanche irrilevante interessato all’inchiesta. Il mercato culturale si è molto segmentato e questo può significare qualcosa anche per la notizia. Probabilmente dobbiamo pensare a fenomeni diversi, che per ora sono ancora carsici, ma potrebbero riemergere. Molto interessante in Italia è il fenomeno “Internazionale”, un settimanale di ottimo livello che vende molto bene; un altro esempio è il “Foglio”: l’edizione del lunedì del giornale di Ferrara è un collage di ritagli, un gioco di slalom tra le notizie; un’idea di una certa raffinatezza, che ha un suo pubblico, diverso da quello del Foglio degli altri giorni.

Probabilmente dobbiamo pensare che il grande quotidiano e, in parte, anche la grande rete televisiva, continueranno ad avere uno standard basato su una catena della produzione della notizia molto rigida, attenta ai costi, e alla fine molto banale; però questo non toglie la possibilità di creare spazi di inchiesta, di ricerca, di notevole interesse. In parte questo è un fenomeno caratterizzante per alcuni circuiti radiofonici italiani: pensiamo a Popolare Network, il cui pubblico è mosso in parte da motivazioni ideologiche in senso stretto, in parte da motivazioni di tipo culturale; Radio 24 dà nei suoi campi una varietà informativa molto ricca, che certamente non può arrivare dalle agenzie. Anzi, il fatto che uno stesso organo di informazione possa giocare la stessa notizia su diversi canali – la radio, il giornale, potenzialmente la televisione – è molto significativo, perché la notizia può cominciare a rendere anche se è costosa.

Abbiamo una ripresa dell’attenzione alla notizia addirittura nelle trasmissioni satiriche, come “Striscia” o “le Iene”, che hanno una vera e propria funzione giornalistica, creano scandali…

Una scommessa molto grossa, a cui sono personalmente legato, è Puntocom, un quotidiano che si occupa solo di media, e che naturalmente non può andare dalle agenzie, perché perderebbe tutta la propria specializzazione. Anche un piccolo giornale come Puntocom dimostra che si può, lavorando sulla specializzazione, su un livello di credibilità piuttosto alto fra gli addetti al settore, fare un lavoro di raccolta di notizie.

In questo panorama, come s’influenzano a vicenda i mezzi informativi, e in particolare quelli veicolati da media differenti?

Fino agli anni Settanta la gente aveva gran parte delle notizie dai quotidiani ed in pratica non vi erano mezzi alternativi ad essi, poiché il telegiornale comunicava soltanto notizie accettabili politicamente e la radio trasmetteva piccole e veloci informazioni.

Successivamente la divisione dei compiti è cambiata radicalmente: sono nate le radio libere – caratterizzate da un’informazione rapida ed in parte autonoma – ed altri fenomeni, quali Televideo, con notizie quasi in tempo reale. In questo senso, Internet non ha fatto che moltiplicare le forme, ma la logica era quella. Le notizie che arrivavano dalla radio o dalla televisione hanno cominciato ad essere relativamente credibili, poiché i telegiornali RAI, dopo la riforma, hanno iniziato a farsi concorrenza anche sul piano della notizia. A questo punto la grande stampa ha assunto una funzione di commento: è il fenomeno della settimanalizzazione dei quotidiani, per cui la notizia sostanzialmente la sai già, e poi sul Corriere hai diciotto pagine sulla mamma di Cogne, che tra l’altro dicono tutte le stesse cose.

Di conseguenza in Italia abbiamo una stampa quotidiana che svolge la funzione che negli altri paesi hanno i settimanali (salvo la stampa quotidiana più specializzata come il Sole 24 Ore). Questo fenomeno ha svuotato completamente i grandi settimanali italiani che vivono pertanto di donne nude e di pettegolezzi; il vecchio periodico illustrato come “Gente” e “Oggi” è morto, anche se continua a vendere per abitudine, così come i vari “Novella 2000” e dintorni. “L’Espresso” e “Panorama” vendono moltissimo ma non c’è una funzione reale per loro nel sistema dell’informazione. L’Italia non ha dunque una stampa settimanale degna di questo nome, dove ci sia informazione, salvo operazioni molto di nicchia come “Diario” di Deaglio.

Un’altra cosa interessante sono questi quotidianini di lettura breve (come Leggo, City e Metro, ndr), dove funziona un meccanismo completamente diverso: sono gratis e tuttavia hanno bisogno che la gente li guardi; pertanto qualcosa devono dire. E’ presente il metodo inglese del nudo femminile in terza pagina – in Italia anche in prima – e il voyeurismo del lettore funziona; tuttavia vi sono anche delle informazioni. Soprattutto City sta puntando decisamente, pur non prescindendo dai seni nudi e cose del genere, su dei contenuti informativi di vario tipo: per esempio ha un’ottima, devo dire tra le migliori in Italia, pagina dei film.

Il versante del giornale gratuito rappresenta pertanto una novità molto grossa e va seguito anche perché ha cambiato completamente le dimensioni e le caratteristiche del pubblico dei quotidiani; è inoltre possibile, non posso che augurarmelo, che sfasci definitivamente alcune testate giornalistiche che sono una vergogna del paese, come “La Nazione” di Firenze, “Il Resto del Carlino” di Bologna, “Il Giorno”; giornali che non dicono nulla, ma che contano ancora come quotidiani. Il grosso dei lettori di questi giornali, ricevendo City che ha la stessa quantità di informazioni e non costa nulla, ha sempre più spesso la tentazione di non comprarli neanche più. La mia netta sensazione è che queste testate non danneggino invece giornali come “Repubblica”: è troppo evidente, nella dimensione degli articoli, nella tipologia e nell’uso massiccio del colore, che si tratta di testate a metà tra il giornale e la televisione, e che quindi hanno una funzione diversa.

Possono quindi anche valorizzare un diverso tipo d’informazione, proprio dei giornali tradizionali?

Bisogna sempre ricordare che l’informazione non funziona in modo alternativo radicale: il fatto che io legga due giornali non mi impedisce di leggerne un terzo, anzi è più probabile che se io leggo due giornali ne legga tre. Da questo punto di vista il giornale gratuito ha fatto un’operazione di sfondamento, legata tra l’altro anche alla forma di distribuzione: prima c’erano solo i distributori, adesso è presente un vero e proprio volantinaggio di massa, anche a Torino con “Leggo”.

Altro fenomeno interessante sono i “panini”, ossia i quotidiani nazionali abbinati a piccoli quotidiani locali che da soli non ce la fanno. “La Stampa” sta facendo questa politica che, a quanto pare, va benissimo, poiché è un quotidiano che non ce la fa ad entrare nel locale; “Repubblica” invece vi riesce anche perché ha veramente le redazioni locali. Quindi, voglio dire, c’è un mercato che si sta abbastanza complicando.

Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a una polemica sul ruolo dei mass media dai due versanti politici opposti, dal Polo vi è stata una critica della conduzione della RAI durante la campagna elettorale, dall’Ulivo un’opposizione, non nuova, rispetto al conflitto di interessi del presidente del Consiglio. Secondo lei, in che misura la natura pubblica o commerciale dei due poli televisivi in Italia può tutelare o ledere la libertà d’informazione, e quali sono le possibilità di formazione di un terzo polo?

Un terzo polo non serve a niente. Prima di tutto perché non si capisce bene chi avrebbe la forza di comprare due televisioni. In secondo luogo, perché la maggioranza di governo, che è titolare del primo e del secondo polo di fatto, avrebbe tutto il potere per selezionare chi è il detentore del terzo polo. Ammesso che venga costretta a farlo, e non lo sarà facilmente, non funziona, perché farebbero prendere il terzo polo solo a chi non li minaccia veramente; per di più, Berlusconi su questo è estremamente sensibile, tant’è vero che praticamente ha cambiato di proprietà a una delle più grandi aziende italiane, che è Telecom, essenzialmente per la questione di La7; quindi, figuriamoci per un terzo polo. Io ho fatto una proposta provocatoria: non più di una rete a testa, cioè sopprimere la possibilità di avere più di una rete televisiva sia per la RAI sia per Berlusconi: a questo punto non ci sarebbe più conflitto di interesse reale. E’ dannoso per la democrazia l’idea che qualcuno abbia quattro reti televisive, o tre reti televisive, sicuramente. L’altra possibilità, obbligare Berlusconi a vendere, ha fatto ridere tutti, perché: a chi vende Berlusconi? C’è qualcuno grosso come lui in Italia in grado di comprare tre reti? No. E allora, non c’è modo fare questa operazione.

Quello che io propongo, naturalmente sarebbe praticabilissimo sul piano teorico, perché significa che Berlusconi investirebbe il ricavato della vendita delle due reti in tutti gli altri settori economici, ma siccome non è solo un problema economico non gli sta bene. In Italia, tra l’altro, si prendono sul serio le dichiarazioni di Confalonieri, che dice che la vendita anche solo di una rete li danneggerebbe, quando non esiste nessun paese al mondo in cui un privato abbia tre reti, o anche solo due. Il fatto è che la televisione è un pezzo del sistema politico italiano, e su di essa c’è una sorta di convergenza fondamentale tra tutti; nessuno ha mai messo in discussione niente, neanche Rifondazione. Faccio un esempio molto banale: c’è un tema, riguardante il signor Berlusconi, sul quale nessuno apre mai bocca, ed è un tema molto più grosso del cosiddetto conflitto di interessi. Perché il cosiddetto conflitto di interessi si basa sull’idea che Berlusconi sia proprietario di tre reti televisive: e non lo sappiamo se è vero, perché la proprietà di Mediaset non è pubblica. Nessuno sa ufficialmente chi è il proprietario delle quote di Mediaset. Perché non si tira fuori questa storia? Voglio dire, in qualunque paese civile nel mondo, sorgerebbe una campagna dura del tipo: vogliamo sapere di chi è la più grande azienda privata del paese dopo la FIAT, vogliamo sapere di chi è, poiché occupa uno spazio pubblico importantissimo nel nostro paese, e non è possibile che non sia trasparente la sua proprietà. Di fronte a questo, nessuno ha mai mosso un dito, perché evidentemente tutti sono molto collusi. Vogliamo andare avanti così, con una finta rissa che nasconde una collusione di fondo? Perché questo è il sistema televisivo italiano. Una finta rissa, dove tutti si lanciano accuse terribili, dove tutti fanno grandi discorsi etici, dove tutti si sentono buoni e gli altri sono cattivi, dove tutti si sentono i difensori della democrazia contro le minacce totalitarie dell’una e dell’altra parte, e poi, al fondo, c’è la collusione. La sinistra italiana non doveva fare una legge per togliere le televisioni a Berlusconi, ma doveva fare una legge per sapere di chi sono le televisioni dette di Berlusconi, che, fino a prova contraria, potrebbe essere un prestanome. Non ci credo, credo che sia il proprietario della grande maggioranza delle azioni, ma, ripeto, fino a prova contraria, potrebbe essere un prestanome. C’è una collusione di fondo, e nessuno vuole veramente toccare il sistema televisivo italiano, che si identifica di fatto col sistema politico: tutti vogliono andare da Bruno Vespa, la sera, a dire scemenze. Io, siccome sono profondamente convinto che Bruno Vespa sia la peste di questo paese, non Bruno Vespa di persona, ma i valori che Bruno Vespa rappresenta, che sono i valori dell’opportunismo, del fare i servi con chi è sopra di te, e del fare i duri con chi è sotto di te, dell’ignoranza travestita da finta cultura: credo quindi che l’intreccio tra sistema politico e sistema televisivo sia da combattere. Con quali armi e con quali forze? Credo, sostanzialmente, rimettendo in piedi un’autentica opinione pubblica: oggi ce ne sarebbero le possibilità; ma solo in teoria. In pratica è un progetto per i prossimi dieci-quindici anni.

Bibliografia

P. MANCINI, Il sistema fragile, Carocci.

V. CASTRONOVO, N. TRANFAGLIA [a cura di], La stampa italiana nell’epoca della televisione, Laterza.

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D. FORGACS, L’industrializzazione della cultura italiana, Il Mulino.

M. BRUZZONE, L’avventurosa storia dei TG in Italia, Rizzoli.

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